Villari voleva fare lo scrittore
ma fu rapito da Marx e da Gramsci

Aveva avuto aspirazioni da scrittore e da critico della letteratura. A vent’anni, tra il 1945 e il 1946, aveva scritto racconti e poesie per il “Politecnico” di Vittorini. Un suo giovanile saggio su Leopardi testimonia le competenze filologiche e critiche acquisite all’Università di Firenze, dove aveva seguito i corsi di Giacomo Devoto, Giorgio Pasquali e Giuseppe De Robertis. L’esperienza fiorentina era stata interrotta dalla guerra. Un viaggio accidentato, tra le macerie, lo aveva riportato nel luglio del 1943 nella sua Reggio Calabria, distrutta dai bombardamenti, e poi a Bagnara, paese dei nonni e suo luogo di nascita.

Un giovane combattuto tra Elio Vittorini e Galvano Della Volpe

All’Università di Messina non era riuscito a proseguire i suoi studi letterari, trovando però interesse per le lezioni di Galvano Della Volpe. Approfondì gli studi filosofici senza abbandonare le sue ambizioni di letterato. A Vittorini i racconti del giovane studente calabrese erano piaciuti e lo aveva sollecitato a continuare. Quando l’esperienza del “Politecnico” finì, Sasha Villari – così si era firmato, assumendo il nomignolo datogli dalla madre – consegnò altri racconti all’“Avanti!” e al “Ponte” di Piero Calamandrei. Ma i suoi interessi per la storia della letteratura erano divenuti ormai secondari. Della Volpe gli aveva assegnato una tesi su Croce e il marxismo, poi discussa col titolo Il concetto di libertà in Croce, Sartre e Gramsci. Era il 1947. Forse è quella la prima tesi di laurea in cui ricorre il nome di Gramsci. Erano appena uscite le Lettere dal carcere e di Gramsci si potevano leggere soltanto il saggio sulla questione meridionale e le poche pagine dei Quaderni anticipate da Togliatti su “Rinascita”. Della Volpe lo volle suo assistente negli anni in cui stava valorizzando gli scritti filosofici di Marx in chiave anti-hegeliana. Il loro sodalizio intellettuale si interruppe presto. Lo sguardo di Villari, nel giro di un biennio, si volse definitivamente verso la storia. Di Marx preferiva quegli scritti storici del tutto ignorati da Della Volpe: il Manifesto, Le lotte di classe in Francia, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte; gli interessava la visione generale della storia e quanto poteva servire per spiegare i mutamenti storici. Accanto alla scoperta di Marx e dei Quaderni di Gramsci, apparsi tra il 1948 e il 1951, ci fu quella del March Bloch della storia rurale francese. Fu lo stesso Della Volpe a raccomandarlo a Ruggero Moscati che, appena giunto a Messina, lo avviò alle ricerche archivistiche e, quando emersero i suoi interessi per la storia del Mezzogiorno, lo sollecitò a visitare gli archivi napoletani.

Da poco iniziata la sua formazione di storico provò a coniugare in maniera spericolata la militanza politica e il lavoro intellettuale. Alla fine degli anni Quaranta era impegnato in prima fila nella federazione del partito comunista reggino. Si era avvicinato alla politica prima della caduta di Mussolini, quando aveva frequentato i ristretti circoli antifascisti reggini. Nel 1949 si ritrovò a “capeggiare” l’occupazione delle terre del principe di Roccella e del barone Asciutti nei Comuni di Caulonia, Bivongi, Pazzano e Stilo, sul versante ionico calabrese. Un’esperienza che lo mise a contatto con la miseria e le aspirazioni dei contadini meridionali. La politica rischiò di diventare totalizzante almeno fino al 1952, ma fu la storia la sua scelta di vita.

 

 

L’esperienza di “Cronache meridionali” con Chiaromonte

Negli anni in cui lavorò a Napoli (mantenendo la docenza a Messina) riuscì a coniugare studi e politica grazie alla rivista “Cronache meridionali”. Si divise tra le ricerche condotte sulle carte d’archivio conservate al Maschio Angioino e sui libri della Biblioteca nazionale e le riunioni che si tenevano nella libreria di Gaetano Macchiaroli, che ospitava la redazione della rivista. Si preoccupò in un primo momento di rendere pubblicabili gli scritti dei militanti contadini meridionali che giungevano alla redazione della rivista. Nata per volontà di Giorgio Amendola e Francesco De Martino nel 1954, la rivista dovette fare ben presto a meno della direzione dei due fondatori. Dal 1955, per quasi un quinquennio, se ne occuparono quasi esclusivamente Gerardo Chiaromonte e Villari. Si consolidò in questi anni l’amicizia e la comunanza di idee con i giovani dirigenti napoletani del Pci, suoi coetanei. Il lavoro di Villari si concentrò sulla storia del Mezzogiorno. Propose, a puntate, una storia della questione meridionale attraverso le pagine di scrittori politici ed economisti, da Antonio Genovesi ad alcuni protagonisti del dibattito del secondo dopoguerra. Ne nacque Il Sud nella storia d’Italia, un’antologia pubblicata nel 1961 e divenuta un classico della letteratura meridionalistica.

La rivista non lo distolse da studi più laboriosi. Si affermò in questi anni come uno dei rappresentanti più eminenti di quella giovane generazione di storici che stava intraprendendo ricerche originali sulla storia d’Italia e d’Europa. Tutti più o meno ventenni alla fine della Seconda guerra mondiale, si cimentavano con temi e problemi trascurati dalla precedente storiografia italiana. La lezione di Marx e di Gramsci si combinava con le suggestioni provenienti dagli annalisti francesi. Degli storici della precedente generazione risultavano apprezzabili i lavori di Raffaele Ciasca, Luigi Dal Pane, Gino Luzzatto. In ogni caso, i giovani storici iniziarono a contrapporre l’“economico-sociale” o il “politico-sociale” alla storiografia etico-politica di Croce. Basta scorrere i titoli dei loro libri e i saggi pubblicati sulle riviste negli anni Cinquanta. Ricostruire le condizioni economiche e dare il quadro generale della vita sociale – partendo spesso da storie particolari – divenne il principale compito assunto dalla nuova leva di storici, osservati e spesso consigliati da alcuni “anziani”, a partire da Delio Cantimori. La storia del feudo di Brienza di Villari (L’evoluzione della proprietà fondiaria in un feudo meridionale del Settecento), le ricerche sul catasto onciario di Pasquale Villani, Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento di Marino Berengo restano opere esemplari di un momento assai fecondo della nuova storiografia italiana.

 

La militanza comunista

Villari non volle mai confondere la militanza politica con il lavoro dello storico. Impresa ardua, riuscita senz’altro a lui, a Giuliano Procacci e a Renato Zangheri, impegnati a vario titolo nelle file del Pci. Non “storici militanti”, ma storici che allo stesso tempo militavano in un partito politico. Il lavoro che diede lustro a Villari fu La rivolta antispagnola a Napoli, pubblicato nel 1967, dopo un periodo di studi negli archivi spagnoli di Simancas. Un lungo racconto dell’antefatto, un affresco della vita sociale, politica ed economica a Napoli tra il 1585 e il 1647. Si afferma così come massimo studioso del Seicento dopo aver lavorato alacremente sul Settecento e l’Ottocento. Con il suo trasferimento a Firenze nel 1971, un anno dopo la pubblicazione del terzo volume del suo celeberrimo manuale di storia, la sua fama nazionale e internazionale fu via via crescente. Non rinunciò agli indirizzi assunti sin dagli anni Cinquanta e rimase costante in lui l’attitudine a spaziare, a passare da un secolo all’altro, affinando la sua ammirevole capacità di sintesi. La giovanile ambizione di scrittore si ritrova nella prosa chiara e avvincente, in ogni sua pagina.

Frammenti di un’autobiografia incompiuta

Villari è stato anche un raffinato e seducente conversatore. Non disdegnava di parlare della sua formazione e della sua esperienza di storico. Mi sono deciso troppo tardi a raccogliere i suoi ricordi. Avevo iniziato a incontrarlo assiduamente a partire dal 2013. C’eravamo conosciuti qualche anno prima in un convegno su “Cronache meridionali”. Gli incontri settimanali erano iniziati pochi mesi dopo l’uscita di Un sogno di libertà, la storia della rivolta antispagnola portata finalmente a conclusione. Aveva consegnato alla casa editrice Olschki anche un’accurata edizione del Memoriale dal carcere di Giulio Genoino, che chiudeva idealmente le sue ricerche sul Seicento napoletano durante oltre un quarantennio. Non abbiamo avuto nessun preciso obiettivo fino a quando non ho cominciato a prendere appunti. Non voleva che gli mettessi fretta, anche se aveva già ottenuto un contratto da Laterza, il suo editore. Non pensava al sopraggiungere della morte. È giunta prima la stanchezza. Siamo riusciti a rivedere assieme la prima parte, sino alla fine degli anni Sessanta. Dopo aver raccontato “mille anni di storia” non ha potuto portare a termine il racconto della sua vita. Restano i frammenti di un’autobiografia: le trascrizioni dei colloqui svoltisi nel suo studio, nella sua abitazione romana e in qualche occasione a Cetona, le pagine da lui rivedute e rimaste nelle cartelle del suo MacBook che riusciva senza esitazioni a padroneggiare. Non sono riuscito ad aiutarlo come speravo e provo ora un grande rammarico.