Viaggio in Romagna.
Per il Pd le periferie sono una spina nel fianco

La cartina del voto in Emilia-Romagna è abbastanza chiara: è rossa nel cuore dell’Emilia con una propaggine fino a Ravenna, è blu nelle periferie geografiche (Ferrara, Piacenza, Parma) e orografiche (l’Appennino). In una sola zona ampia la cartina è maculata: la Romagna. La parte pianeggiante di Ravenna fa eccezione ma Forlì e, soprattutto, Rimini hanno una colorazione tormentata. Nel complesso Bonaccini ha vinto anche in questo territorio ma con numeri più bassi della media regionale. In provincia di Ravenna Bonaccini ha ottenuto il 52,7% dei voti, oltre 10 punti in più di Lucia Borgonzoni, a Forlì-Cesena la vittoria è arrivata col 49,4% e un distacco di 5 punti, mentre in provincia di Rimini Borgonzoni ha lasciato Bonaccini a 1,2 punti percentuali di distanza, 47,6% contro 46,4%.

In rosso dove ha vinto Bonaccini, in blu dove ha vinto Borgonzoni. Elaborazione dell’Istituto Cattaneo

Il caso di Rimini dove è forte il centrodestra

Vero è che a Rimini il centrodestra da anni è più forte che in altre province (nel 2018 aveva preso i due seggi uninominali di Camera e Senato). Ma è anche pur vero che proprio a Rimini il Pd e il centrosinistra registrano il maggior aumento rispetto a tutte le altre province dell’Emilia-Romagna: sei punti nel comune capoluogo e 5.9 nei comuni non capoluogo per il partito e +14.4 e +14.2 per la coalizione.

Anche Forlì è in buon recupero sul 2018 e dopo la bruciante sconfitta del centrosinistra alle amministrative di sette mesi fa, conseguenza di un preoccupante sfilacciamento della coalizione.

C’è poi il problema di quasi tutto il territorio appenninico, dove la Lega fa il pieno: le periferie si confermano la spina nel fianco del centrosinistra.

Ma torniamo a Rimini, vero rebus politico della Romagna. Il capoluogo vota in modo sfalsato nel 2021 e con questi numeri, pur in crescita, per il centrosinistra la partita si presenta difficile anche perché il sindaco in carica, il Pd Andrea Gnassi, è al secondo mandato. E una Rimini “orfana” di Gnassi – oggettivamente un ottimo amministratore – nessuno sa ancora immaginarla.

“Ma abbiamo tutto il tempo per pensare al Comune”, tranquillizza Emma Petitti, riminese e assessore regionale al Bilancio uscente che, con le sue ottomila preferenze individuali, è stata tra le più votate in Emilia-Romagna. “Gnassi – prosegue – ci consegna una città attrattiva, ora si deve aprire una riflessione legata a questo frangente di storia amministrativa e sociale. Sappiamo che l’estremismo di Salvini è forte e che non esiste quasi più un moderatismo di destra. Partiamo da un buon bilancio ma solo quello non basta”. No, non basta, altrimenti non ci sarebbe competizione almeno in una Rimini rivoltata come un calzino e con un centro storico di una bellezza che neanche Fellini avrebbe saputo immaginare. E qual è il di più che serve? Per Emma Petitti “l’importante è non far sentire soli le comunità ed i cittadini” e mette in fila quattro temi: “Periferie, lavoro, famiglie, sviluppo sostenibile”.

 

Il peso della tradizione antistatalista

Giuseppe Chicchi, che di Rimini è stato sindaco negli anni Novanta (e negli anni Ottanta aveva fatto l’assessore regionale al Turismo) si sofferma sulla tradizione romagnola e riminese di antistatalismo. Storia ottocentesca, che trova le sue origini nello Stato pontificio qui vissuto come potere autoritario e lontano, gabelliere implacabile. “Quando nel 1870 il movimento mazziniano si riorganizza i riminesi aderiscono all’anarchia e il resto della Romagna continua a mantenere il rapporto con il mazzinianesimo della Repubblica Romana”.

Tempi lontani, certo, ma a Ravenna, a Forlì, a Cesena, l’edera repubblicana è ancora una realtà politica; a Rimini non lo è mai stata. “E poi – precisa Chicchi – Rimini a differenza di tutto il resto della regione non ha una classe egemone, nessuno prevale e questa caratteristica determina una particolare fluidità che si trasferisce sul piano del voto. Potremmo aggiungere che essendo terra di confine Rimini è periferia rispetto al nucleo dove l’egemonia si manifesta. Infine guarderei anche ad una tradizione di campanilismo molto spinta, frutto della segmentazione sociale, che rende Rimini terreno fertile per la Lega”.

A Chicchi piace definire scherzosamente i riminesi “figli del garbino”, il vento caldo che spira da sud ovest e manda un po’ fuori di testa. I figli del garbino ne hanno fatte di “invenzioni politiche”, a Rimini sono nati i primi meetup del grillismo ad esempio ma è stata anche la seconda città dopo Bologna che ha visto scendere in piazza le sardine in una manifestazione che, per partecipazione, i più vecchi hanno paragonato ad uno storico comizio di Togliatti nel 1960.
Insomma, il livello di imprevedibilità romagnolo è alto. L’unica certezza è che la colorazione della cartina del voto resterà maculata. Qui fare politica non è facile.