Viaggio nel cervello
di Erdogan e Putin

Rubashov andava su e giù per la cella, dalla porta alla finestra e dalla finestra alla porta, fra branda, catino e bugliolo. Sei passi e mezzo all’andata, sei passi e mezzo al ritorno. Giunto alla porta, voltava a destra; alla finestra a sinistra: era una vecchia abitudine da carcerato; se non si cambiava il senso di dietrofront si finiva con l’ubriacarsi. Che cosa passava nel cervello del N.1? Si figurò una sezione di quel cervello, colorata nettamente in grigio su di un foglio di carta fissata con delle puntine su di un tavolo da disegno. Le spirali della materia grigia si gonfiavano, si avvinghiavano le une con le altre come serpi muscolose, si facevan vaghe e indistinte come le nebulose spirali su mappe astronomiche…

Che cosa accadeva in quelle circonvoluzioni enfiate, grigie? Si sapeva tutto sulle nebulose spirali remotissime, ma nulla di queste. Ecco probabilmente perché la Storia era più oracolo della Scienza. Forse in seguito, molto in seguito, lo si sarebbe imparato mediante tavole statistiche, corredate da tali sezioni anatomiche. L’insegnante avrebbe tracciato sulla lavagna una formula algebrica rappresentante le condizioni di vita delle masse di una data nazione in un dato periodo:

“Ecco, compagni, potete osservare i fattori obiettivi che hanno determinato questo processo storico”. E mostrando con la riga un grigio paesaggio nebbioso fra il secondo e il terzo lobo del cervello del N.1: “Ora potere vedere il riflesso soggettivo di questi fattori. Fu esso che nel secondo quarto del ventesimo secolo portò al trionfo del principio totalitario nell’Europa orientale”.

Fino a quando non si fosse raggiunto questo stadio, la politica non sarebbe stata che ignobile dilettantismo, semplice superstizione, magia nera…

Rubashov sentì il rumore di parecchie persone che marciavano per il corridoio al passo. Il suo primo pensiero fu: è venuto il momento delle legnate. Si fermò nel mezzo della cella, in ascolto, il mento proteso innanzi. I passi si fermarono di colpo davanti a una delle celle vicine, s’udì un comando dato a bassa voce, un tintinnio di chiavi. Quindi silenzio.

Rubashov era rimasto irrigidito fra il letto e il secchio; trattenne il respiro, in attesa del primo urlo. Si ricordò che il primo urlo, nel quale il terrore la vinceva ancora sul dolore fisico, era di solito il più pauroso; ciò che seguiva era già più tollerabile, ci si abituava e dopo un po’ si potevano trarre anche delle conclusioni sui metodi di tortura dal tono e dal ritmo degli urli. Verso la fine, la maggior parte delle persone si conducevano allo stesso modo, per diversi che fossero di temperamento e di voce: gli urli si facevano più deboli, si trasformavano in gemiti e ansiti. Di solito la porta sbatteva poco dopo. Le chiavi tintinnavano ancora; e il primo urlo della vittima successiva spesso risuonava prima ancora che venisse toccata, alla semplice vista degli uomini sulla soglia.

Rubashov, al centro della cella, restò in attesa del primo urlo.

(Arthur Koestler, “Buio a mezzogiorno”, 1941)