Viaggiare, studiare, curarsi: come sarebbe senza l’Europa

Devo partire per Amsterdam e non trovo il passaporto. Prima dell’Eurexit, battezzato dagli entusiasti il giorno del Grande Risveglio della Sovranità (GRS), non serviva. Avevo in tasca la carta d’identità e non dovevo neppure tirarla fuori. Finirà che perderò l’aereo. Un bel guaio con quello che mi è costato il biglietto. Una volta per andare ad Amsterdam spendevo 40-50 euro; ora in dollari o in nuovi marchi tedeschi (le neolire non vengono accettate per i voli internazionali) pago venti volte tanto. I voli low-cost non esistono più, perché le compagnie di bandiera operano in regime di monopolio. Se poi il volo dovesse essere annullato per colpa della compagnia, nessuno mi rimborserebbe perché sono decaduti i regolamenti europei che tutelavano i passeggeri. Potevi fare un’assicurazione, direte. Sì, potevo. Ma mi sarebbe costata un’iradidio: finita la concorrenza europea tra le società, i prezzi sono schizzati alle stelle.

Ma è proprio necessario andare ad Amsterdam? Non è meglio restarsene ciascuno a casa propria, dove tutti parliamo la stessa lingua e abbiamo, più o meno, le stesse abitudini? Sì, io devo andarci perché lì vive mio figlio, che ha fatto l’Erasmus, si è laureato ed aveva trovato un lavoro in una società olandese. Non vorrebbe tornare, ma potrà restare lassù solo se Italia e Paesi Bassi faranno un accordo bilaterale sugli scambi professionali. In ogni caso, questione di anni. Aveva anche una fidanzata, ma poiché lei faceva ancora l’Erasmus, quando lo hanno chiuso non aveva più titolo per risiedere ancora nei Paesi Bassi. Così non le hanno concesso il permesso di soggiorno ed è tornata in Italia. Dove l’università ha dovuto ricominciarla da capo perché i titoli conseguiti in Olanda da noi non sono più riconosciuti.

Poco male, direte: torneranno nel nostro bel paese. Non è così semplice. Ad Amsterdam vivevano insieme, ma qui dovranno cercare una casa e i mutui, da quando non c’è più l’euro, sono aumentati spaventosamente. Possono cercare una casa in affitto, certo. Ma l’impennata dei mutui ha stravolto tutto il mercato immobiliare e anche gli affitti sono saliti alle stelle.

Intanto, finché non torna, lui deve evitare assolutamente di ammalarsi: gli accordi europei sul mutuo riconoscimento sulla copertura delle spese sanitarie sono caduti con l’Eurexit. Dovrebbe pagare le cure tutte di tasca sua e io non potrei aiutarlo in alcun modo, giacché i bonifici SEPA (quelli espressi in euro) sono stati aboliti insieme con la moneta comune e ora inviare soldi all’estero è come partire per un viaggio al buio nel labirinto della burocrazia delle banche e dell’Istituto Italiano Cambi.  Lui ha un conto in un istituto di Amsterdam, certo, ma le autorità fiscali olandesi potrebbero bloccarlo in attesa che, caduti i regolamenti europei sui depositi, si chiarisca dove, a chi e come un cittadino italiano con un conto olandese debba pagare le tasse.

Se perdo l’aereo (e trovo il passaporto) ad Amsterdam posso pensare di andarci in macchina. Ho una Peugeot nuova di zecca che mi è costata un occhio della testa, il 30% in più del vecchio prezzo di listino dopo che sono stati introdotti i dazi sulle importazioni di automobili. Il problema è che dovrei attraversare almeno tre frontiere e vedo dai telegiornali che le attese alle dogane durano adesso ore ed ore. Si deve dichiarare tutto quello che si ha nel bagagliaio e, come succedeva al tempo dei nonni, dimostrare che si tratta di oggetti personali. I generi alimentari e gli alcolici, comunque, sono esclusi: ogni paese ha reintrodotto le norme igieniche e di tutela nazionali. Inoltre, non vorrei che mi capitasse ciò che capitò a un turista tedesco negli anni ’70. Aveva in auto una scorta di cinque litri di benzina, com’era obbligatorio all’epoca in Germania e in Austria. Ma al confine del Brennero gli venne segnalato che in Italia, invece, era proibito trasportare benzina fuori dal serbatoio. Allora, imprecando, decise di svuotare la lattina nei campi. Ma anche questo fu impossibile perché, ovviamente, tanto in Austria che in Italia è proibitissimo versare liquidi infiammabili all’aperto. Chissà come andò a finire. E poi, oltre alla vignette di 40 franchi che si paga per percorrere le autostrade svizzere, in Germania dopo l’Eurexit hanno introdotto per gli stranieri il pedaggio obbligatorio che non solo è molto salato ma deve essere pagato in contanti e in nuovi marchi, cosicché bisognerà pure farsi una bella fila agli sportelli dei cambi.

Intanto, facendo la fila, potrei riempire i moduli delle polizie svizzera, tedesca e olandese mutuati su quelli che si debbono riempire per entrare negli Stati Uniti d’America. Sei un terrorista? Hai gravi malattie contagiose? Sarai ospite di qualcuno? Vieni per lavorare? Come ti manterrai durante il soggiorno?

No, non sono un terrorista, anche se potrei diventarlo se continuate a tormentarmi. I terroristi veri sono già tra noi e non si fanno beccare alla frontiera dalle raffiche di stupide domande dei formulari. Dicevate che bisognava uscire dall’Europa per evitare che l’Europa si riempisse di profughi e di poveracci del resto del mondo ma quelli continuano ad arrivare e non c’è più nemmeno quel minimo (minimo, ma proprio minimo) di coordinamento dell’accoglienza che c’era ai tempi dell’Unione.

Qualche tempo fa un amico mi fece leggere in rete uno studio fatto dal Parlamento europeo sui costi della “non Europa”, quello cioè che i cittadini avrebbero avuto da perdere se l’Unione non ci fosse stata più. In soli termini economici, per quello che si può ragionevolmente calcolare, decine migliaia di euro per ogni singolo cittadino europeo. Però sembrava, allora, una prospettiva così lontana che pensai che non c’era da preoccuparsi. E non mi preoccupai neppure quando Salvini buttò lì la sua opinione: “Può darsi che tra un anno l’Unione europea non ci sarà più”.

Mi sa che ho sbagliato.