“Via gli zingari”: a Roma son passati 30 anni
ma degrado e razzismo sono gli stessi

Davanti agli occhi una vecchia pagina de l’Unità, cronaca di Roma, datata 18 novembre 1987. Dalle barricate in Campidoglio, era il titolo del pezzo di apertura firmato da Stefano Di Michele. A centro pagina il pezzo politico su Signorello, allora sindaco democristiano di Roma, sotto accusa per la gestione della questione rom, firmato da Luciano Fontana (attuale direttore del Corriere della Sera). E come fogliettone, in basso: cronaca di una notte in prima linea. Un reportage sul campo, a mia firma, sulle barricate a Villalba, lungo la via Tiburtina in quei giorni paralizzata da decine di posti di blocco. Una protesta furibonda contro l’insediamento di un campo rom tra Setteville e l’Albuccione.

Trentadue anni fa. La rabbia dei quartieri già allora dimenticati era esplosiva. Covava nel profondo, serpeggiava nel livore e nell’abitare difficile, disegnava le periferie, quei campi sterminati dell’abbandono, della fatica di vivere, dell’immondizia e del cemento a strappare via il verde, la campagna, l’idea di bene comune, il futuro.

La distruzione del tessuto sociale era in atto, avveniva nel silenzio della politica, quando non nella complicità di una politica che non aveva chiaro il contesto, che cominciava a rinchiudersi in un meccanismo autoreferenziale, in un dialogo sempre troppo ravvicinato col potere economico. E quel potere chiedeva distruzione in cambio di poco, di briciole di lavoro, di aria pestifera, di cementificazione sulle sorgenti delle Acque Albule. Tutto quello che c’era da perdere è stato perduto.

La bruttezza e la devastazione sociale e culturale che si percepiscono a occhio nudo percorrendo oggi la Tiburtina, sono figlie di un abbandono lontano nel tempo. Sono figlie di un populismo che emergeva nelle sue sfaccettature classiche ed era trasversale e sordo. C’erano i fascistelli sulle barricate di Villalba, ma altrove c’erano i padri di famiglia, i rivoltosi che cominciavano a perdere il senso della rivolta. Mai più uno zingaro in Italia o la testa gli si taglia, c’era scritto su un cartello. Con Di Michele ci interrogammo sul fatto che a mostrarlo con orgoglio fosse il segretario di una sezione del Pci… Compagno confuso, aveva detto Stefano.

Quello che oggi vediamo e ci sembra inaccettabile è lì davanti ai nostri occhi da decenni. La ricaduta delle scelte urbanistiche, la cavalcata senza opposizione della speculazione in ogni sua declinazione, ha reso una delle aree più belle della provincia di Roma un ammasso di case e centri commerciali, di cemento, dormitori e solitudini. Dove c’erano i boschi ci sono i parcheggi, i rottami e i materiali di scarto costeggiano le strade disseminate di crateri, le persone vivono con una certa aggressività qualunquista le difficoltà quotidiane.

Gli zingari non sono mai arrivati in quel campo. Ma la devastazione tanto temuta dai padri di famiglia benpensanti, sì. Eccome se è arrivata, con la geometrica potenza delle scelte urbanistiche infelici. Quelli che sulle barricate rivendicavano futuro sereno per i figli, campi sportivi e non campi rom, lavoro e pace, hanno visto nei decenni svanire ogni speranza. La rabbia è rimasta lì a galleggiare tra la coscienza e lo stomaco.

In questi decenni l’impressione è che le persone abbiano imparato a odiare a comando. Odiano gli umani, odiano gli alberi. Detestano il verde e considerano da intellettuale non solo leggere un libro, ma proteggere un giardino pubblico dai sacchetti dell’immondizia, o difendere il diritto degli ultimi a esistere e ad avere diritti. Sdoganati dalle urticanti arene televisive, dai media in genere, si sono abbeverati alla narrazione tossica della pappa securitaria, propagano la paura come fosse una diceria da comari. Hanno scoperto il nemico, finalmente. Ora sanno perché i loro figli sono disoccupati, perché il futuro cade a pezzi e perché l’aria infetta delle discariche arriva alle loro finestre.

Hanno scelto, senza poter scegliere. E, clicca qua clicca là, condividendo e ululando sono sempre dalla parte di chi deturpa, di chi violenta, di chi inquina, di ogni forma di sopraffazione del forte sul debole, dell’uomo sulla donna. Sempre a difendere gli interessi di chi nei decenni li ha resi più poveri e schiavi.

Simone, il ragazzo che ha sfidato Casa Pound

Scrive su Strisciarossa (http://www.strisciarossa.it/vi-racconto-lincendio-di-torre-maura-provocato-da-una-sindaca-incapace-e-da-gruppi-fascisti-venuti-da-fuori/) Mariano Angelucci: “Se si vogliono cambiare le cose nelle periferie occorre esserci, partecipare. Certo, non voglio nascondermi dietro un dito: se ci troviamo in questa situazione, così difficile e drammatica, è perché anche noi del Pd, noi di centrosinistra, abbiamo fatto degli errori. In alcuni momenti siamo stati assenti. Soprattutto dopo la vittoria di Alemanno non abbiamo capito quello che succedeva nelle periferie”.

Giusto, occorre interrogarsi sull’abbandono culturale, sulla mancanza di prospettive, di futuro, di visione. Sulle basi della xenofobia e del vuoto culturale che la produce. E per farlo occorre esserci, non delegare, ma partecipare. Esserci ed essere rivoluzionari, tornando a fare politica in prima persona. Nel caseggiato, nel quartiere, nel paese, per il bene comune.