Vi spiego perché
non riapriremo
la nostra libreria

Ci abbiamo pensato e alla fine, con mia moglie Valentina, abbiamo deciso di non riaprire lo spazio libreria di Vald’O, nel borgo di San Quirico d’Orcia, nel cuore della Val d’Orcia. Non per cattiva volontà, ma per scelta culturale quindi politica.

La vetrina della libreria Vald’O 

Se manca il dono dell’incontro

Vald’O non è un negozio. Vive e agisce nel “dono dell’incontro”, opera nella comunità perché la cultura non sia quella cosa salottifera che ci propinano, ma qualcosa di vivo, di fertile sul territorio. Qualcosa che non ha niente a che vedere con l’abitudine ai mega eventi, ai mega festival, alle osannate star televisive che si concedono alle platee.

Per noi è attivismo culturale. Veniamo dal giornalismo, quando non è stato più un impegno soddisfacente abbiamo scelto di cambiare vita per dedicarci a qualcosa che fosse sulla soglia, nel rapporto costante con gli altri. Dentro e fuori, come i nostri eventi da strada, come le amicizie che nascono ai tavoli della Vineria Letteraria, come gli incontri di musica, di teatro, di libri raccontati senza mordi e fuggi. Senza l’autore famoso preso in limousine e che dopo le firme di rito vola via in un albergo.

Sulla soglia, in amicizia, per dire che celebriamo il dono dell’incontro. E con noi lo celebrano gli amici, i viandanti, i poeti della vita, chi si ferma per un po’ o per un mese, chi arriva da Monticchiello o Sarteano, e chi viene da Amsterdam o da Nuoro; chi aderisce a questo manifesto collettivo non scritto che prevede uno spirito rurale, di semplicità, uno sguardo al bene comune e zero incantesimi da successo mediatico. Facciamo del pensiero un’azione e ci impegniamo per sostenere le piccole case editrici, i gioielli editoriali veri e non dipinti con il luccichìo del marketing, gli scrittori e gli artisti belli. Ce ne sono tanti, tantissimi da conoscere. Difficilmente nei supermercati.

Quindi, come facciamo ad aprire la nostra vetrina come fossimo una tabaccheria (con tutto il rispetto)? Come facciamo a restare quello che siamo sapendo che le persone non possono uscire di casa? Sapendo che questa emergenza non è superata? “Riaprire le librerie non può essere considerato un puro gesto simbolico, ma deve essere un’azione strutturata e gestita nella sua complessità, così come dovrebbe avvenire per tutte le altre attività necessarie alla vita sociale”, questo c’è scritto nell’appello di oltre 150 librerie apparso su Minima&Moralia.

 

L’appello di 150 librerie sparse nelle città d’Italia

E ancora: “Le librerie sono dei presìdi culturali che vivono costruendo relazioni, dei luoghi che hanno un peso nella creazione di comunità culturali e sociali, spazi che creano dibattiti, lavorano alla promozione e alla diffusione della lettura e della cultura in senso ampio, organizzano eventi e occasioni di confronto. Quando una libreria viene disarticolata da questo tessuto connettivo, quando non si guarda al complesso di attività che svolge e la si riduce a mero luogo di vendita delle merci non solo si tradisce il ruolo che riveste nel territorio ma si fa finta di non vedere la differenza tra consumo e fruizione, tra cliente e cittadino”.

Un incontro organizzato dalla libreria

Una libraia milanese, Laura Ligresti, la cara amica che gestisce la bellissima Libreria del Mondo Offeso, ha scritto: “Tenere aperta una libreria indipendente è un atto di coraggio, una volontà ostinata di continuare una battaglia culturale e politica (si, politica perché noi non crediamo a una cultura astratta ma concreta che sia in grado di risvegliare un pensiero critico negli uomini) per cercare di cambiare il mondo e non una fiera delle vanità”.

Che dire? Che noi ci siamo. Non abbiamo smesso un istante di agire come attivisti sul territorio. In questo periodo di chiusura forzata abbiamo attivato rapporti nuovi, ci siamo confrontati, abbiamo collaborato con l’Università di Siena per una serie di progetti culturali e di turismo sostenibile per la Val d’Orcia. Abbiamo continuato a lavorare per gli incontri con i bambini in vista del prossimo anno scolastico. Non abbiamo perso i contatti con la comunità, anzi. Abbiamo usato tutto quello che era a disposizione per cambiare la sorte, per comprendere. Per resistere, per ri-esistere.

Chi ci segue, gli amici, i cittadini, sanno che su di noi si può contare. Abbiamo continuato a dialogare, a vendere i nostri libri speciali, a consegnarli nei modi più fantasiosi, ovunque. Non siamo andati in letargo neanche un giorno di questo periodo. Abbiamo fatto il nostro catalogo, lo abbiamo messo online, ci siamo inventati un giornale con i lettori che suggeriscono i loro titoli. I nostri libri viaggiano e viaggeranno. Le nostre idee si confrontano e si confronteranno con gli altri, per evitare che questa crisi non insegni niente.

Non ci serve un decreto per continuare ad essere quello che siamo. Resteremo chiusi, ma continueremo a scrivere sulla vetrina e a restare aperti alla vita, all’incontro, alla bellezza, alla grandezza dei rapporti che rappresentano la più grande ricchezza, l’idea di bene collettivo che permette a una somma di individui di potersi definire comunità.