Vi racconto le mille storie
di noi immigrati cittadini d’Italia

L’esigenza di analizzare, di denunciare il razzismo in tutte le sue forme e soprattutto di raccontare le possibilità per contrastarlo, è profonda in me tanto da curare, su proposta di strisciarossa.it, ogni quindici giorni, una rubrica dal titolo Diario di un’italiana. Sarà uno spazio per dare voce agli individui in carne e sangue che hanno subìto anche indirettamente episodi di razzismo. Conoscere le loro storie è una delle più potenti possibilità per scardinare i luoghi comuni di cui si nutre la propaganda politica dei nostri tempi e che la maggioranza degli italiani arriva a far propri, non capendone le ripercussioni.

Il tentativo della rubrica sarà quello di non sottovalutare ciò che provoca il razzismo in chi lo vive ma anche di mostrare che si può resistere alle discriminazioni, diventando più consapevoli dei propri diritti e delle proprie responsabilità.

Partirò intervistando o raccontando la storia degli italiani e stranieri come me, nati e cresciuti in Italia, non solo per comunanza di esperienza, ma perché penso che i loro punti di vista esprimano bene come sia cambiato il nostro paese negli ultimi decenni. L’Italia, infatti, è attraversata da spinte contrastanti: da un lato il razzismo, la paura di cambiare, dall’altro lato, invece, l’impegno nella realizzazione di una reale e pacifica convivenza tra i diversi colori del mondo, che si mescolano e danno vita ad inediti modi di vivere e di pensare.
Per questo è necessario dare voce a questi italiani: le frasi e le azioni razziste possono ferirli e mettere in discussione la loro integrazione, ma restano orgogliosi e consapevoli di essere parte di questo paese. Lo hanno dimostrato attivandosi nella recente campagna per il riconoscimento dello ius soli.

Parlerò sopratutto con giovani poiché essi offrono la possibilità di conoscere le ragioni che spingono i loro genitori a scegliere di emigrare, di allontanarsi dalla loro terra per vivere in Italia. I cosiddetti stranieri di prima generazione, in tempi come questi, sentono l’integrazione sempre più difficile: per loro diventa sufficiente essere semplicemente tollerati, e non più accettati o integrati. Questo perché nutrono un desiderio, più forte e quasi più realistico: quello di rivedere nei loro figli il riscatto sociale e l’emancipazione che loro fanno fatica a vivere. Credono che i loro figli, cresciuti in Italia, siano pienamente italiani, uguali agli altri, almeno per quanto riguarda i diritti. Questo è sufficiente a sopportare il razzismo che vivono nei luoghi di lavoro, che sentono per strada e che li spinge spesso a chiudersi nella comunità di appartenenza e a vivere l’identità culturale e religiosa in modo esclusivo.
I giovani di seconda generazione avvertono tutto ciò come una contraddizione, difficile da capire e da vivere: si vuole una piena parità, ma si è spinti verso l’identità di appartenenza dei genitori, sotto molti aspetti soffocante.

Di conseguenza chi nasce in una famiglia straniera ha spesso dentro di sé il timore di essere discriminato, o peggio, il costante senso di mancanza e di incompletezza. Diventa difficile raccontarsi, scoprirsi per quello che si è, perché si teme che gli altri siano pronti solo a confermare i loro pregiudizi e non a capirlo. E quando si è costretti a parlare della propria cultura e della propria religione si è portati ad esaltarle eccessivamente, come se fossero perfette, senza confrontarsi con i dubbi inevitabili.

Nell’intervista alla giovane Safaa che uscirà a breve tutto ciò emerge come timore di essere considerata la “diversa”, ma allo stesso tempo come convinzione di voler vivere in Italia, il suo paese, l’unico che conosce e che vuole contribuire a migliorare, senza nessun ritiro nella comunità.

Proprio dalla ferma convinzione di essere cittadini del proprio paese può nascere qualcosa di nuovo: la consapevolezza di prendere parte alla lotta contro il razzismo a favore dell’uguaglianza.