La controrivoluzione
di un governo di maschi

C’è un tratto, più d’uno in verità, ma uno soprattutto che colpisce dell’esecutivo giallo-verde. È un governo di maschi, fatto per maschi, che parla ai maschi, che propone idee reazionarie per le donne e la famiglia e che, soprattutto, cerca di avere il consenso femminile offrendo simbolicamente uno stereotipo maschile ripescato da chissà quale cantina. Conosco l’obiezione, di maschi e di tantissime donne. Diranno che possono citarmi il lungo elenco di governi a prevalenza maschile sia di destra sia di sinistra. Il ventennio berlusconiano, poi, è stato contrassegnato da quella relazione maschile-femminile che sembrava tratta dai film più boccacceschi della tradizione popolare del cinema. Anche Renzi è stato a suo modo un leader maschile avendo fatto dell’arroganza, uno dei tratti fondanti della mascolinità, la cifra del suo comando.

Ma come questi, nessuno. Parlano, si vestono, si muovono in un mondo che non prevede protagonismo femminile, figuriamoci una compartecipazione al potere. Nel governo populista-sovranista ci sono donne. Non do giudizi su di loro perché non sono peggio degli uomini e purtroppo nessuna meglio degli uomini. Alcune di loro hanno lo stesso linguaggio, lo stesso uso del corpo che hanno i maschi. Ma ciò su cui vorrei svolgere una breve riflessione è che i paradigmi della politica sono improvvisamente diventati tutti maschili.

In primo luogo il linguaggio. È un linguaggio violento e di guerra che allude, anche se per fortuna non ancora si traduce, allo scontro fisico. Senti nelle intemerate di Salvini, e talvolta di Di Maio e di altri ministri, la rabbia furibonda di maschi che fanno fatica a trattenersi perché risolverebbero volentieri e definitivamente le questioni su cui c’è dissenso con la maniera forte.

Gli eroi di questa stagione per i nostri attuali governanti sono tutti maschi. Ovvero appartengono a questa categoria di maschio arrogante, che usa le donne, che ha col potere un rapporto assoluto e che lo gestisce con violenza programmata. Persino la signora Le Pen vale meno di Salvini e di Orbán, ormai. Due estremisti hanno messo in un cantuccio la nonnina fascista.

Il buio pauroso di questo pezzo di storia del mondo non sta solo nel fatto che il grande potere finanziario dopo essersi giocato la sinistra proverà a trastullare i sovranisti, ma che tutto ciò avverrà dentro un gioco di soli maschi disperati.

Le parole sono pronunciate da voci che salgono da corpi che parlano solo il linguaggio del maschio alterato e prepotente. Insisto alterato, il maschio “con gli occhi di fuori”, che minaccia aggressione per tutelarsi dal suo avversario. Salvini costruisce di sé il mito, rubando anche la definizione di “capitano” che servilmente i suoi usano per citarlo. Iniziò la sua ascesa facendosi fotografare nudo da giornali di gossip, indossa felpe come un eterno giovincello un po’ Fonzie un po’ capo di una gang di quartiere, tiene volentieri tra le mani un panino e una birra.

Il mito maschile nella storia della politica ha avuto molti modelli. In Italia il corpo di Mussolini era adeguato al modello di una virilità imperiale, di una voglia di dominio e di rassicurazione che incantò per un ventennio il popolo. Salvini invece si presenta, appunto, come un ragazzo di strada, quello imprevedibile e arrogante, che se la va cercando, che non lo devi provocare, che veste sempre come fosse pronto alla baruffa. Su un personaggio simile il complesso “I corvi” scrisse, nel 1966, una canzone di successo su un ragazzo di strada, era questo il titolo, che dice di sé “sono un poco di buono”.

Diverso il modello maschile degli altri due comprimari. Di Maio e Conte, il premier etereo, sono due modelli di una particolare mascolinità meridionale, vestiti come alla domenica, sempre pronti al sorriso, alla parola accomodante. Sono il modello maschile che non piaceva alle ragazze ma alle madri e alle nonne delle ragazze.

È evidente che sia il populismo sia il sovranismo pretendono figure leaderistiche tagliate in modo schematico. Non c’è spazio per leader pensosi, tanto meno c’è spazio per leadership femminili, soprattutto quelle più recenti, dalla deputata democratica americana alla premier della Nuova Zelanda. Queste donne che surclassano gli uomini vanno ricacciate in giù, non solo riportando la società indietro ma facendo prevalere un modello politico assai antico.

Stiamo assistendo alla più importante controrivoluzione dell’epoca contemporanea. Si è detto e scritto che Reagan e la sua complice britannica fecero una controrivoluzione sia economica sia nei costumi. Poca cosa rispetto a questo tentativo di ricacciare le donne in casa, fuori dal comando per lasciare ai maschi combattenti tutto il potere anche di vita e di morte. Non vi colpisce che ci siano voluti giorni e giorni perché Salvini, solo dopo la minaccia del giudice minorile di Catania, abbia liberato le donne e i bambini prigionieri sulla nave Diciotti? Donne e bambini erano fuori dal suo orizzonte, erano “loro”.

Questo passaggio politico durerà a lungo. Ma la lotta contro questa controrivoluzione non potrà essere solo una lotta sui temi dell’economia o delle istituzioni. Deve diventare la lotta sui diritti e dobbiamo aspirare, noi maschi che a questo disastro vi abbiamo portato, che una folla di donne rivoluzionarie prendano il potere e se lo tengano. Se dicessero “maschi vi odiamo per quello che ci avete fatto prima e per quello che ci state facendo ora”, io applaudirei.