Verso i mondiali
con serenità

“Ricordi quattro anni fa? Arrivammo secondi ai Mondiali in Messico, a duemila metri non si respirava, la nostra Banda Crepacuore giocava da schifo ma mollò solo davanti al signor Brasile di un certo signor Pelè, allenato dall’astronautica americana. Ebbene? Per poco non ci linciarono all’aeroporto di Roma quando si tornò a casa. Tutti voi capataz e giocatori, voi vicecampeones do mundo, eravate chiusi in un hangar, assediati, recitando paternoster perché arrivassero i carabinieri a salvarvi. E io battei record olimpici sulla pista di Fiumicino, inseguito dalla teppa che vuol giudicare ma non saprebbe vincere una partita alle bocce. Cristo: correvo tenendo una cesta di paglia con dentro un ‘albero di vita’ messicano, sai quei cosi di gesso? Avessi avuto un mitra, allora sì. Questa è storia. E ora apri gli orecchi: stavolta sarà peggio. Ci sbatteranno fuori da questi Mondiali in un amen. E vi faranno a pezzi. Ci penseranno gli stessi immigrati che abitano queste felici lande Deutsch e mangiano kartoffeln due volte al giorno. Ci scommetto lo scalpo”.

Il Vecio morse l’aria, in silenzio.

“Dovresti fare il golpe, – concluse Arp, gelido – la rivolta di Spartaco in mutande azzurre. Cacciar via i piagnoni, le contesse della squadra, i nomi aurei che non hanno più gambe. Siete su una zattera fradicia e vi credete su una corazzata. Adesso chiudo e taccio per sempre”.

L’altro finse di non aver ascoltato.

“Già scritto l’articolo per domani? In inchiostro rosso o blu?” domandò poi, non resistendo a quel vuoto.

“Il solito paraponzi da prima pagina. Tre battute ironiche per gli intenditori, due capoversi per il tifoso baluba, l’eterno dubbio tecnico cotto nel rosmarino del centrocampo. Servire bollente e gratinato in una colonna e mezza di piombo”, mugugnò Arp.

(GIovanni Arpino, “Azzurro tenebra”, 1977)