Crisi in Venezuela,
generale Jaruzelski
cercasi…

Come andrà finire in Venezuela? Per John Bolton, national security adviser della Casa Bianca, la risposta è semplice. Più che semplice è anzi superflua, come superflua è la domanda che la precede. Perché, per Bolton, in Venezuela già tutto è di fatto finito. Ed è ovviamente finito – o meglio, sta inevitabilmente per finire – nell’unico modo possibile: con il più classico dei “cry uncle”, grida zio (zio come zio Sam), storica formula d’incondizionata resa di fronte allo strapotere del grande vicino del Nord. A Nicolás Maduro, ha in più occasioni ribadito Bolton, a questo punto non resta che scegliere dove trascorrere gli anni del suo ormai certo ed assai prossimo esilio: se nell’accogliente tranquillità di qualche spiaggia caraibica – presumibilmente cubana – o in un’altra e “capovolta” parte di Cuba. Ovvero: in quel di Guantánamo, il ben noto centro di detenzione e tortura – nonché sfrontato memento di quel che fu l’imperialismo Usa – dal quale il cielo ed il mare dei caraibi potrà, come si usa dire, rimirarli soltanto a scacchi. 

Ebbene sì: tra le fumanti macerie dell’esperienza chavista – ultima e più nefasta espressione del peggior “caudillismo” latinoamericano – anche questa perla va oggi brillando con sempre più minacciosa lucentezza: la ritrovata passione Usa – all’ombra d’un presidente incapace di vedere al di là della propria immagine riflessa nello specchio – per quella che va sotto il nome di “gunboat diplomacy”, la diplomazia delle cannoniere che con tanto prolungata ferocia ha caratterizzato, in un passato da molti considerato “irripetibile”, le relazioni tra Stati Uniti e America Latina.

Di questo non più “irripetibile” passato, John Bolton, è certo il più riconoscibile relitto. Riconoscibile e dai più – almeno fino allo scorso marzo, quando Donald Trump lo chiamò a sostituire l’ex generale H.R. Mcmaster – considerato irrimediabilmente alla deriva. Nemico giurato d’ogni forma di cooperazione internazionale – fatte salve, ovviamente quelle di natura militar-offensiva – nell’anno del signore 2007 Bolton era stato nominato da George W. Bush ambasciatore all’Onu (un’istituzione il cui annientamento Bolton, andava e va, com’è ovvio, propugnando). Ma la sua candidatura era stata infine bocciata – perché giudicata troppo “estremista” – dal senato a maggioranza repubblicana.

Eliminato McMaster – da molti analisti considerato uno dei non molti “adulti” presenti nell’Amministrazione Trump – Bolton ha fatto un trionfale ritorno nella stanza dei bottoni. E non è affatto l’unico zombi che, con molto verbosa iattanza, va oggi circolando nel “fondo nebbioso” (proprio così, “Foggy Bottom”, si chiama la sede del Dipartimento di Stato, in quel di Washington D.C.). Mike Pompeo, il segretario di Stato che, nel frenetico e capriccioso “turnover” dell’Amministrazione Trump, ha lo scorso aprile sostituito Rex Tillerson, è infatti un altro al quale, come si dice, prudono costantemente le mani. O meglio: è, come Bolton, uno dei più duri ed impenitenti “neocon” che, agli inizi del secolo, regalarono al mondo l’avventura irachena. E non è tutto. Perché un altro fantasma della “diplomazia delle cannoniere” – o, come qualcuno ha scritto, un altro “neocon on steroids” – è da un paio di settimane tornato in molto visibile servizio attivo, oltretutto con lo specifico incarico di gestire proprio la crisi venezuelana: trattasi di Eliott Abrams, già finito sotto accusa ai tempi dello scandalo “iran-contra” ed indissolubilmente legato alla vergognosa copertura che l’Amministrazione Reagan garantì alle stragi che, negli anni ‘80, vennero consumate in pressoché tutta l’America Centrale. Su tutti, quella di El Mozote, in Salvador: almeno 600 civili assassinati a freddo dagli uomini del batallón Atacatl, tutti all’uopo addestrati nel famigerato Fort Benning, in Georgia. 

Dato curioso: come molti neocon, Eliott Abrams era stato, durante la campagna presidenziale del 2016, un critico feroce di Donald Trump, specie laddove quest’ultimo andava testimoniando, con tipica ed assai tronfia superficialità, la propria avversione per ogni tipo di politica di “regime change”, nonché il suo incondizionato amore – dall’adorato Vladimir Putin, a Duterte, a Erdogan, a Al Sisi – per i tiranni d’ogni latitudine. Chi dei due è stato infine folgorato, come San Paolo, sulla via di Caracas? Difficile dirlo. Così come assai complesso è comprendere le ragioni per quali Donald Trump, il presidente che, parole sue, si è perdutamente innamorato (da lui ricambiato) di Kim Jong Un, non abbia poi fatto altrettanto con un Maduro che, pure, ha più volte con lui provato a civettare, usando, a fronte del ben noto narcisismo trumpiano, il più efficace degli argomenti. Vale a dire: sottolineando quanto malvagio sia stato il suo predecessore, Barak Obama… Ma troppo lungo sarebbe qui raccontare la storia – alla quale vale la pena dedicare un intero articolo – dell’amore mancato tra Donald e Nicolás…

Cambio di scena, da Washington a Caracas. Che cosa va facendo, nel frattempo, l’uomo al quale, secondo Bolton &Co., altro non resta che preparare i bagagli (più che sufficiente uno zaino con pigiama, spazzolino da denti, occhiali da sole, infradito e costume da bagno)? Gli ultimi giorni – quelli che hanno riempito le tre e passa settimane trascorse dalla sua cerimonia di giuramento di fronte alla congrega di lacchè travestiti da magistrati che va sotto il nome di Tribunal Supremo de Justicia – lo hanno visto, spesso in divisa militare, saltabeccare con gran sicumera di caserma in caserma. E con più d’una buona ragione. Anzi: con l’unica buona ragione che gli resta, visto che proprio sull’incondizionato appoggio dei militari – e più in generale, sull’appoggio di tutte le forze della repressione, dalla polizia, alla Guardia Nacional Bolivariana, ai servizi segreti del Sebin – è legata oggi la sua permanenza al potere. Lo scorso 10 gennaio, mentre – in un inatteso risvegliarsi della protesta popolare – le piazze del Venezuela andavano riempiendosi in appoggio alla “autoproclamazione” di Juan Guaidó, Maduro si trasferiva in tutta fretta, consumata la cerimonia della sua “toma de posesión”, nel non troppo lontano auditorium della Accademia Militare di Caracas. E questo per ricevere sua volta un giuramento: quello d’assoluta fedeltà che, per bocca del generale Padrino López, le forze armate gli hanno con molto militaresca solennità assicurato. Nel nome del “comandante eterno” Hugo Chávez e, soprattutto, della molto significativa quota di bottino che, nel sistema di corruzione del Venezuela chavista, spetta agli uomini in divisa. 

Tutto può succedere, naturalmente. Ma Nicolás Maduro non ha affatto, in questi giorni, l’aria d’uno che sta per partire. Sembra, piuttosto, intento a rafforzare l’unico residuo fronte di difesa d’un regime che troppo semplicistico, anzi, pericolosamente sbagliato, sarebbe identificare con la sua tanto spesso pagliaccesca figura. Dietro di lui – il peggio, com’è noto, non conosce limiti – si profilano infatti ancor più sinistre ombre, come quella del capitano Diosdado Cabello, attuale presidente della Asamblea Nacional Constituyente che, fraudolentemente eletta nel luglio di due anni fa, si è poi fraudolentemente attribuita poteri assoluti, sigillando, una volta per tutte, la bara della democrazia venezuelana.

Dicono i sondaggi – credibilissimi nel contesto d’una storica calamità marcata da una inflazione che viaggia in direzione dei 10.000.000% e da una diaspora sempre più simile all’emorragia d’un corpo agonizzante – che l’80 per cento della popolazione auspica, dei responsabili di tale disastro, l’immediata caduta. Ma proprio questo è il punto: quel che resta, il 20 per cento, è una minoranza materialmente ed ideologicamente, anzi, religiosamente in armi. Oltre alle forze armate, alle varie polizie ed ai servizi segreti, si muovono, in questo tenebroso sottofondo, le FAES, forze speciali della Guardia Nacional Bolivariana, veri e propri squadroni della morte ai quali si devono gli oltre 40 omicidi che, nelle ultime tre settimane, hanno insanguinato le proteste di piazza. Ci sono, disseminate in ogni quartiere, le formazioni paramilitari – e non propriamente “spontanee” – dei cosiddetti “colectivos”. C’è il “culto di Chávez che – come quello di Perón in Argentina – è sopravvissuto, non intatto ma ancora funzionante, ai disastri che ha provocato. E ci sono i due milioni di “miliziani” da Chávez creati (contro il dettato costituzionale) come spina dorsale di quella che il “comandante eterno” amava chiamare la “alleanza civico-militar”. Due milioni di uomini armati (anche se non tutti giurano sulla loro pratica efficienza) ora in procinto – la notizia è di questi giorni – d’essere a tutti gli effetti incorporati nella Guardia Nacional.

Messo di fronte ai risultati di vent’anni di governo – e liberato il terreno dagli alibi grotteschi di “guerre economiche” che non sono mai esistite – il chavismo non è, a conti fatti, che una catastrofe economica, politica, morale ed umana. Ma le sue radici, per quanto avvelenate, sono profonde, difficili da estirpare o, più probabilmente, non estirpabili. Il chavismo è oggi (lo è anzi da un ventennio) il problema. Ma nel contempo, se quella che si cerca è una soluzione pacifica, non può non esser parte della soluzione.

È questo il grande paradosso lungo il quale si muove oggi il Venezuela, diviso tra un presidente “falso” – falso nel senso che è il prodotto non tanto d’una frode, quanto d’una ormai storica sequenza di frodi – ma dotato di forza vera, vera perché amata; ed un presidente “vero” (vero nel senso che è l’espressione del poco che resta della democrazia venezuelana, la Asamblea Nacional, e d’una genuina esigenza di “transizione democratica”), ma completamente falso, falso perché disarmato, sul piano d’una effettiva capacità di governo. Falso e, perdipiù, a rischio di diventar parte – risucchiato come un granello di polvere – della riscoperta “gunboat diplomacy’ di John Bolton e Donald Trump.

La via d’uscita? In un Op-ed sul New York Times, un paio giorni fa, due economisti – l’americano Jeffrey Sachs ed il venezuelano Francisco Rodríguez, hanno sottolineato alcune semplici verità. La prima: come la sunnominata “gunboat diplomacy” non sia, in ultima analisi – qualora non porti alla sciagura di un intervento militare – che un modo di conferire ideologica legittimità “antimperialista” a chi, come Maduro, ogni legittimità ha da tempo perduto. La decisione di porre in un conto bancario sotto il controllo del “presidente legittimo” Juan Guaidò i proventi del petrolio che gli Usa comprano in Venezuela – di fatto un embargo petrolifero che sottrarrà allo Stato venezuelano la disponibilità dell’80 per cento delle sue entrate in valuta pregiata – sono ovviamente destinate a creare un gravissimo danno. Ma proprio questo ci insegna la storia: come il chavismo sia riuscito a trasformare in forza (la forza del ricatto della fame) la rovina che lui stesso ha causato. E, del resto: che cosa, agli occhi del popolo, può andare peggio in paese dove il salario perde, ogni santo giorno, quasi il 50 per cento del suo valore? Al di sotto di questo orrore, non può esserci che l’abisso d’una guerra civile. E proprio questa è oggi la priorità: non cadere in questo abisso.

In un altro articolo (questo pubblicato nella pagina web di CNN sabato scorso) Sachs era arrivato a suggerire una soluzione – una temporanea condivisione di poteri – simile a quella con successo sperimentata dalla Polonia del 1989, quando, sullo sfondo della perestroika gorbacioviana, il governo del generale Jaruzelski e la Solidarnosc di Lech Walesa sottoscrissero un accordo che portò ad un graduale e pacifico cammino verso la democrazia.

Si potrà ripetere la storia in Venezuela? Maduro può forse vantare qualche somiglianza con il Jaruzelski del 1981 – quello della legge marziale e della repressione – ma in nulla ricorda quello del 1989. Juan Guaidò ha in comune con Lech Walesa, probabilmente, solo il fatto che sono, entrambi, di sesso maschile. E Donald Trump – il gran ciarlatano oggi circondato dai vecchi arnesi della “diplomazia delle cannoniere” – è per molti versi l’esatto opposto di Michail Gorbaciov. Le premesse, va sottolineato, non sono un granché. Ma, come si usa dire, sperare non costa nulla….