Valsusa, cosa brucia
insieme agli alberi

Nella mitologia greca l’acero era l’albero di Fobos, il dio della Paura, considerato generalmente il figlio di Ares di cui era, col fratello Deimos, il “Panico”, l’accolito nelle battaglie. Questa attribuzione era certamente dovuta al colore rosso sangue delle foglie dell’acero sicomoro in autunno. Perciò i greci e i romani gli preferivano di gran lunga il platano, le cui foglie non assumono quel colore sinistro e che già a Creta era un albero consacrato dall’unione di Zeus e di Europa.

Fino a pochissimo tempo fa la betulla ha avuto un ruolo di primaria importanza per gli sciamani siberiani, perché arrampicandovisi durate le loro trance riuscivano a penetrare nella celeste dimora degli dei, da cui ottenevano la guarigione dei malati. Da sempre la sua corteccia, che si stacca facilmente, è stata usata per fabbricare carta. Gli abitanti della Groenlandia, della Kamciatka e del resto della Siberia se ne nutrivano in primavera, allorché è tenera e zuccherina; quando si faceva più consistente, ma era ancora flessibile, ne ricavavano sandali intrecciati, o addirittura piroghe che l’acqua non intaccava. Quanto alla linfa, raccolta in primavera e chiamata “acqua” o “sangue di betulla”, costituisce ancor oggi un eccellente rimedio contro l’artrite e le malattie delle vie urinarie. La maggior parte di questi usi hanno un fattore in comune: bianco simbolo della luce, la betulla è purificatrice.

Anche il castagno ha fatto lungamente parte della farmacopea campagnola; le foglie, che contengono molto tannino, erano usate contro bronchiti e reumatismi. Da sempre si è creduto che le castagne avessero una relazione coi morti. “Nell’Albret – scrive Paul Sébillot – la sera di Ognissanti bisogna mangiare caldarroste; a Marsiglia, dove esiste la stessa usanza, si dice che bisogna mettere qualche marrone sotto il cuscino per far sì che gli spiriti non vengano a tirarti i piedi di notte”. Le stesse usanze si ritrovano in Piemonte, dove si consumavano ritualmente castagne il giorno dei Morti, mentre in Toscana bisognava mangiarne a San Simone (il 28 ottobre) e a Venezia il giorno di San Martino (l’11 novembre).

E per quanto indietro si risalga nel passato vi si ritrovano le tracce della venerazione che l’uomo ha sempre provato per la quercia. I greci la chiamavano drus, l’“albero” per eccellenza, considerandolo l’archetipo di tutti gli altri. Per i romani, ma anche per i celti, i germani o gli yakuti siberiani, era l’albero più sacro di tutti, il supporto del cielo, l’asse del mondo. Abramo, penetrato nella terra di Canaan, giunse alle “Querce di Mosé”. Proprio là Jahvé apparve ad Abramo. La divinità suprema, il Dio unico della Bibbia, scelse la quercia, l’albero cosmico e oracolare per eccellenza, come portaordini dal cielo alla terra, anzi, come strumento della propria materializzazione.

(Jacques Brosse, “Storie e leggende degli alberi”, 1987)