Vaccino, attenti alle “esitazioni”: bisogna saper convincere

Il vaccino sta arrivando anche in Italia. Ieri sono state consegnate 470mila dosi con voli atterrati in 9 scali diversi (Milano, Bergamo, Ancona, Bologna, Roma, Napoli, Pisa, Venezia, Bari). Da oggi in 203 siti di somministrazione sparsi nelle diverse regioni si procede con la vaccinazione delle categorie individuate come prime nella lista: operatori sanitari e residenti delle Rsa. Poi si proseguirà con altri cittadini seguendo sempre un ordine di priorità definito dal rischio per le persone di infettarsi e di sviluppare la malattia con conseguenze gravi e dalla necessità di proteggere gruppi essenziali di lavoratori.
Lo scopo alla fine è quello di ottenere una immunità di gregge che protegga non solo la singola persona vaccinata ma la popolazione tutta.

Per Lancet bisogna vaccinare più del 70% della popolazione

Quante persone dobbiamo vaccinare per raggiungere questo obiettivo? Quello che sappiamo è che la percentuale di persone che devono sviluppare gli anticorpi per raggiungere l’immunità di gregge non è sempre la stessa: varia a seconda della malattia. Ad esempio, l’immunità di gregge per il morbillo richiede che il 95% della popolazione venga vaccinata, il 5% restante verrà protetto dal fatto che la malattia non si diffonde tra coloro che sono stati vaccinati. Per la poliomielite, questo valore si abbassa all’80%.

Per Covid 19 non lo sappiamo ancora con certezza, al momento si possono fare solo scenari: secondo un articolo pubblicato su The Lancet, per bloccare la pandemia dovremmo avere tra il 60 e il 72% di immuni. Per ottenere questo obiettivo con un vaccino efficace al 90% e la cui copertura duri a vita dovremmo quindi avere una proporzione di vaccinati sicuramente superiore al 70%. Ma naturalmente dobbiamo fare i conti con due problemi principali: uno è la durata della copertura vaccinale, l’altro è il problema di quante persone si vorranno vaccinare.

Per quanto attiene il primo problema, secondo quanto si legge sul sito dell’AIFA, l’Agenzia italiana del farmaco, che ha approntato delle FAQ molto dettagliate sul tema ( leggi qui ), “la durata della protezione non è ancora definita con certezza perché il periodo di osservazione è stato necessariamente di pochi mesi, ma le conoscenze sugli altri tipi di coronavirus indicano che la protezione dovrebbe essere di almeno 9-12 mesi”. Se ne riparla fra un po’ di mesi quindi. C’è da dire che comunque anche il vaccino contro l’influenza sviluppa una copertura di 12 mesi, tanto che dobbiamo ripeterlo ogni anno, eppure è considerato ugualmente efficace.

La seconda questione è più complessa. Il problema dello scetticismo nei confronti delle vaccinazioni è conosciuto da tempo, forse dalla prima somministrazione di un vaccino. Negli ultimi anni però è stato amplificato anche dalla possibilità di far circolare e quindi di reperire notizie e informazioni spesso fasulle sulla Rete dando luogo addirittura a movimenti no vax in tutto il mondo. E’ un fenomeno conosciuto dagli esperti con il nome di Vaccine Hesitancy, “esitazione vaccinale” in italiano, e considerato così importante per il mancato raggiungimento degli obiettivi di salute che nel 2012 lo Strategic Advisory Group of Experts (Sage) on Immunization dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ha creato un gruppo di lavoro specifico sul tema, guidato da un Segretariato congiunto Oms/Unicef. Il materiale prodotto è stato poi raccolto e pubblicato, ad agosto 2015, su un numero monografico della rivista Vaccine intitolato “WHO Recommendations Regarding Vaccine Hesitancy”.

Foto di Alfonso Cerezo da Pixabay

 

Meglio condividere e convincere che obbligare

L’esitazione vaccinale vi è definita come un ritardo nell’adesione o come rifiuto della vaccinazione, nonostante la disponibilità di servizi vaccinali. Già in quella occasione il Sage sottolineava che è urgente e necessario sviluppare sistemi istituzionali e competenze organizzative a livello locale, nazionale e globale al fine di identificare, monitorare e indirizzare proattivamente l’esitazione vaccinale, di rispondere tempestivamente ai movimenti anti-vaccinatori in caso di disinformazione o di potenziali eventi avversi.
Un altro aspetto sottolineato dalla monografia è l’urgenza di condividere il più possibile, coinvolgendo il maggior numero di stakeholder nel processo decisionale sui programmi vaccinali e nel processo comunicativo relativo all’organizzazione e alla fornitura dei servizi vaccinali.
Per capire qual è l’entità de fenomeno con cui dobbiamo confrontarci, possiamo guardare ai dati del rapporto “PASSI e PASSI d’argento e la pandemia COVID 19”, pubblicato pochi giorni fa. PASSI e PASSI d’argento sono due sistemi di sorveglianza sugli aspetti relativi allo stato di salute di noi italiani, il primo dedicato agli adulti 18-69 anni, il secondo agli ultra 65enni, che fanno capo all’Istituto Superiore di Sanità e si avvalgono dei dati raccolti dalle regioni.

Ebbene, il rapporto presenta i risultati di una indagine svolta su 2700 persone intervistate tra agosto e novembre 2020. Complessivamente il 67% degli intervistati tra i 18 e i 69 anni dichiara che sarebbe disposto a vaccinarsi, di questi metà circa dice che lo farebbe senza esitazione, l’altra metà che lo farebbe con molta probabilità. Le persone istruite sono quelle più disposte a vaccinarsi, (71% fra le persone con diploma di scuola superiore o laurea contro il 56% fra chi ha conseguito al più la licenzia media), così come esiste una differenza in base alle risorse finanziarie (69% fra chi non ha difficoltà economiche vs 63% di chi ne ha), infine gli uomini sono più propensi delle donne a vaccinarsi. Se passiamo poi alla categoria degli ultra 65enni la disponibilità a vaccinarsi raggiunge l’84%. Dati che fanno sperare in una buona adesione della popolazione alla campagna vaccinale, anche se la quota di persone non disposte a vaccinarsi rimane alta: il 33%. E’ vero – sottolineano i ricercatori – che le interviste sono state fatte nelle settimane precedenti l’autorizzazione dei vaccini, quindi l’opinione dei contrari potrebbe essere diversa oggi che ci sono più informazioni.

Il caso degli operatori sanitari

Il problema diventa più scottante se a rifiutare la vaccinazione sono gli operatori sanitari. Un sondaggio effettuato nei giorni scorsi tra gli operatori delle 85 Rsa di Pavia, ad esempio, ha fatto tremare i polsi: ne emergeva infatti che solo 2 operatori su 10 erano disposti a farsi vaccinare. Un dato molto basso, anche se ieri l’ATS ha precisato che il sondaggio è ancora in corso e i dati non sono definitivi. Notizie diverse arrivano da altre regioni. In Campania, ad esempio, ci dice Angelo D’Argenzio dirigente Igiene Sicurezza e luoghi di lavoro della Regione, dove la campagna vaccinale comincia oggi, un pre-sondaggio ha fatto emergere che l’adesione tra gli operatori sanitari e i lavoratori delle RSA supera il 95%.

Ma la paura di una adesione troppo bassa ha fatto sì che si cominciasse a parlare anche di una possibile obbligatorietà del vaccino. Molti si sono pronunciati in proposito, a cominciare da presidente della Consulta di bioetica Maurizio Mori che ha dichiarato all’ANSA: “Renderei obbligatorio il vaccino anti-Covid solo quando sarà chiarito che la persona vaccinata non è più contagiosa per gli altri, ossia che il vaccino garantisca sia il vaccinato che chi ancora non ha avuto la dose”. In effetti, gli esperti dell’AIFA dicono che è necessario più tempo per ottenere dati significativi per dimostrare se i vaccinati si possono infettare in modo asintomatico e contagiare altre persone. “In questa fase – ha aggiunto Mori – bisogna essere duttili, insistere sull’obbligo finirebbe per provocare solo delle alzate di scudi. Questo è un momento in cui serve maggiore chiarezza, far capire alla gente che se il vaccino è sicuro, farlo è nell’interesse sia dell’individuo che della collettività”.

Su una linea simile, il presidente del Comitato nazionale di bioetica (Cnb) Lorenzo D’Avack: “Sarei abbastanza cauto rispetto all’ipotesi di obbligatorietà per il vaccino anti-Covid: ritengo che eticamente obbligare ad un trattamento sanitario debba rappresentare assolutamente un’eccezione, in questa prima fase, è fondamentale incentivare la propaganda a favore delle vaccinazione. L’obbligo dovrebbe essere considerato come una extrema ratio“.

Ciò non toglie che per il personale sanitario la questione è dirimente. “Tutti gli operatori sanitari, a partire dai medici, devono vaccinarsi contro il Covid e se non vogliono essere vaccinati devono essere sospesi dal servizio perché, appunto, non possono essere idonei al servizio che svolgono”. Lo ha dichiarato all’Ansa Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Spallanzani di Roma. Delle categorie professionali, sostiene il medico, “devono essere vaccinate per proteggere se stessi ma anche gli altri, per i contatti estesi che le stesse categorie devono avere con la popolazione”.