Vaccini? Roba da ricchi.
Ai paesi poveri
restano le briciole

Prima ancora che i vaccini contro Covid 19 siano disponibili sul mercato, i Paesi ricchi del mondo hanno già pensato a svuotare gli scaffali. Non sapendo quali risulteranno migliori nella gara che si sta svolgendo, alcuni governi hanno puntato su diversi candidati vaccini, prenotando in anticipo le dosi e riservandosi, in alcuni casi, la possibilità di espandere l’ordine in un secondo momento. Risultato: oltre il 50% delle dosi disponibili entro la fine del prossimo anno andranno ai Paesi ricchi che contano tuttavia solo il 14% della popolazione del mondo. E’ stato calcolato che se tutti i rimedi prenotati andassero in produzione, i cittadini dell’Unione Europea potrebbero vaccinarsi due volte, quelli della Gran Bretagna e degli Stati Uniti quattro volte e quelli del Canada sei volte. Al contrario, nei Paesi poveri, se si riuscisse come si spera a raggiungere un miliardo di dosi, solo il 20% della popolazione avrebbe accesso ad un vaccino.

Vaccinarsi due, quattro, sei volte a zero

Eppure per porre termine a questa pandemia è stato chiaro fin da subito che non c’è bisogno solo di vaccini, ma anche del fatto che a questi vaccini ogni persona al mondo possa avere accesso. E in effetti, ad aprile scorso è stato lanciata a questo scopo ACT (Access to Covid 19 Tools), una collaborazione a cui partecipano governi, scienziati, società civile, e organizzazioni internazionali (Oms, World Bank, Gates Foundation, CEPI, Gavi, FIND, Global Fund, Unitaid, Wellcome) con lo scopo proprio di accelerare sviluppo, produzione e accesso equo ai vaccini e alle cure contro Covid 19. Da questa collaborazione è nata COVAX, una piattaforma specifica per finanziare l’immunizzazione nei paesi a basso e medio reddito a cui partecipano molti Paesi, ma non la Russia e gli Stati Uniti.

COVAX ha raccolto 2 miliardi di dollari e si è assicurata 500 milioni di dosi (che vuol dire 250 milioni di vaccinazioni se le dosi utili devono essere due), ma siamo solo all’inizio: ci vogliono almeno altri 5 miliardi per il 2021. E finora né Pfizer né Moderna, le case farmaceutiche più avanti nello sviluppo del vaccino, hanno raggiunto un accordo con COVAX per la fornitura dei loro prodotti. Né si sono impegnate – come altre invece hanno fatto – per limitare i propri profitti sul vaccino contro Covid 19, spiega un editoriale pubblicato sulla rivista medica The Lancet.

74 dollari alla fiala

I candidati vaccini sono molti: 273 per la precisione (secondo il portale sui vaccini contro COVID-19 della London School of Hygiene & Tropical Medicine consultato il 18 dicembre), di cui 215 in fase di sviluppo iniziale e 58 già in sperimentazione clinica sull’uomo. Di questi ultimi, 11 sono in fase 3, l’ultima prima della richiesta di approvazione, e due già approvati: quello della Pfizer appunto che ha ricevuto l’ok della Food and Drug Administration, l’ente governativo degli Stati Uniti che si occupa della regolamentazione dei nuovi farmaci e che prima ancora è stato adottato dalla Gran Bretagna e quello di Moderna, entrambi ottenuti introducendo direttamente l’RNA virale nelle cellule.

I prezzi dei vaccini sono estremamente vari, legati naturalmente alla complessità di sviluppo: si va dai 6-8 $ del vaccino AstraZeneca (Oxford University) ai 39 di quello Pfizer, fino ai 74 del vaccino Moderna. C’è da dire però che le case farmaceutiche questa volta non hanno rischiato molto per la fase ricerca e sviluppo: molti governi le hanno finanziate in modo sostanziale sia in modo diretto, sia acquistando le dosi in anticipo. Gli Stati Uniti ad esempio hanno investito miliardi di dollari per la messa a punto di 5 dei vaccini più promettenti, questo ovviamente ha dato una spinta senza precedenti alla ricerca, ma la condizione per il finanziamento era che gli americani avrebbero avuto la priorità di accesso alle dosi.

La prenotazione è stata fatta poi da molti altri paesi, compreso il nostro che, in base agli accordi stipulati, potrà contare sulla disponibilità delle seguenti dosi, distribuite ovviamente nel corso di due anni: AstraZeneca 40,38 milioni; Johnson & Johnson 53,84 milioni; Sanofi 40,38 milioni; Pfizer/BNT 26,92 milioni; CureVac 30,285 milioni; Moderna 10,768 milioni.

Quali “pecore” nell’immunità di gregge

L’altra questione centrale è quella che riguarda l’immunità di gregge. Ovvero il fenomeno per cui, una volta raggiunto un certo livello di copertura vaccinale considerato sufficiente all’interno di una popolazione, si possono considerare al sicuro anche le persone non vaccinate. La domanda quindi è quale percentuale di popolazione deve essere vaccinata per raggiungere una immunità di gregge che blocchi la trasmissione? E quanto tempo richiede questo processo?

vaccino Covid-19
Foto di fernando zhiminaicela da Pixabay

C’è da considerare il fatto che la distribuzione del vaccino aumenterà in modo graduale via via che le capacità manifatturiere dell’industria si svilupperanno, si calcola tra i 12 e i 24 mesi dopo l’approvazione. L’impatto della vaccinazione sulla trasmissione di SARS CoV 2 comincerà quindi lentamente, per crescere nel corso di alcuni anni fino ad arrivare a livelli di copertura desiderati. Inoltre, ancora non conosciamo la durata dell’immunizzazione, ovvero non sappiamo se il vaccino ci copre per sempre, per un anno, per sei mesi. Si scoprirà solo una volta andati avanti i programmi di vaccinazione di massa. Come del resto avverrà con gli effetti collaterali più gravi.

Al momento si possono fare scenari: secondo un articolo pubblicato su The Lancet, per bloccare la pandemia dovremmo avere tra il 60 e il 72% di immuni. Per ottenere questo obiettivo con un vaccino efficace al 90% e la cui copertura duri a vita dovremmo quindi avere una proporzione di vaccinati sicuramente superiore al 70%. Una percentuale comunque molto lontana da quella che ad oggi si prevede per i paesi poveri del mondo.