Vacanziere a chi? Piccola via crucis in Europa tra autocertificazioni e tamponi

Salve! Sono un vacanziere. Ho sempre detestato il termine, e soprattutto il suo impiego giornalistico generalizzato per riferirsi a chi va in vacanza. Perché in “vacanziere” c’è una connotazione di svagatezza, di irresponsabilità: l’immagine della famigliola in un’auto stipata di bagagli (spesso con i salvagente-cigno rosa e i canotti gialli gonfiati, a occupare tutto lo spazio, tranne quello per i figli e il cagnolino), ormai devota a un unico pensiero, quello di correre a sdraiarsi sotto un ombrellone. Chissà perché quei poveracci in coda sull’autostrada, per i redattori di servizi del telegiornale, devono essere dei “vacanzieri”, e non dei turisti, dei viaggiatori, degli automobilisti. “Perché non se ne sono stati a casa?”, sembra di sentir dire, ed è tanto più offensivo quando il termine è usato al rientro, e le famigliole ormai sono tristi. “Avete voluto andare in vacanza? E allora beccatevi ‘sto ingorgo…”
Che le vacanze non siano un lusso un po’ stupido, ma un bisogno socialmente riconosciuto, i nostri redattori accaldati dovrebbero saperlo. Dovrebbero anche sapere, dato il mestiere che fanno, che la lingua ha delle sfumature, che le parole si portano dietro catene di connotazioni, che con aggettivi e sostantivi si può offendere. Ma va là: questo è il detestabile politically correct!

Nell’epoca della pandemia, vacanziere ha un altro senso

In ogni caso, perché parlarne adesso che l’estate è finita? Perché nel 2020 il significato di “vacanziere” ha assunto altre sfumature, e contemporaneamente si è trasformato in un concetto istituzionale. Nell’epoca della pandemia, per andare in vacanza bisogna essere prudenti. Si deve pensare alla salute (non solo nel senso di riposarsi, respirare aria buona, fare esercizio, magari abbronzarsi) e anche all’economia (non solo nel senso di far quadrare il bilancio famigliare). Bisogna sostenere il Paese. Ed ecco che “vacanziere” diventa non tanto chi va in vacanza, ma chi va all’estero.

Chi va in una qualunque delle nostre Riviere, affitta ombrellone e sdraio a prezzi maggiorati (ma bisogna capire, c’è il distanziamento sociale) e magari affolla senza precauzioni lidi e discoteche, è un bravo cittadino. Chi va all’estero è un vacanziere: tanto più se va in alcuni Paesi che sono i tradizionali concorrenti dell’Italia sul mercato turistico internazionale: Croazia, Grecia, Spagna. La famiglia che da vent’anni passa il mese di agosto accampata su una spiaggia deserta in un’isola dell’Egeo è certamente una famiglia di vacanzieri. Quelli che passano serate e nottate in qualche discoteca italiana con ostentato disprezzo delle misure di sicurezza non sono vacanzieri, o perlomeno non sono soggetti alle stesse attenzioni ufficiali.

Basta essere andati all’estero

Non ci credete? In questi giorni ho sentito una voce autorevole sostenere più o meno questo: “Con la scuola seguiremo gli stessi metodi che abbiamo usato con successo con i vacanzieri.” Quali vacanzieri, di grazia? Quelli del Papeete e del Billionaire? Gli svagatoni che se ne sono andati in giro per l’Italia (tutta) senza precauzioni a respirare e propagare goccioline infette per tutto il mese di agosto? No: quelli che sono andati all’estero. E non tutti, perché se uno è stato sulla Costa Azzurra – che ha finito per essere uno dei focolai più temibili d’Europa – fino a fine settembre ha potuto tornare a casa tranquillo. Ma se è stato in Croazia, Grecia, Spagna (e Malta…) è un irresponsabile vacanziere, e per varcare la frontiera al rientro ha dovuto (e deve ancora) sottoporsi a un tampone.
Poco male. È una noia, e una spesa (a volte), che vale la pena di affrontare.
Vi racconto la mia storia di vacanziere. Fatti i conti, e i debiti ragionamenti, quest’anno ho deciso di non rinunciare alle spiagge semideserte di un’isola greca che frequento da venticinque anni: l’appello della Nazione a intrupparmi in uno stabilimento balneare italiano non mi ha convinto, e con qualche difficoltà, cancellazione, voucher e così via sono riuscito a procurarmi un volo dalla Spagna alla Grecia (certo che ce ne vuole, bisogna proprio essere dei nemici del popolo!).

Autocertificazioni e temponi

Foto di sarahbernier3140 da Pixabay

Ritorno in Spagna, dopo un mese paradisiaco – al costo di una decina di giorni in una pensione più ombrellone e lettini della Riviera – e da lì rientro in Italia in macchina. Ma, attenzione: rientro dalla Spagna, e per di più dopo aver passato una parte delle ultime due settimane in Grecia! Quindi tampone, o disponibilità a farlo entro due giorni dall’arrivo a casa. Gratis, per di più. Che male c’è? Qualche giorno prima di partire, leggo di una famigliola lombarda (sei vacanzieri) tornata dalla Grecia, che dopo una settimana è ancora in attesa del tampone, e se ne deve stare confinata a casa. Accidenti, non mi va. Decido di farmi fare un tampone a Barcellona. Centodieci euro, ma che ci posso fare? Finalmente parto, con un dossier di tutte le autocertificazioni sottoscritte nelle ultime settimane: quella per entrare in Spagna, quella per entrare in Grecia, quella per uscire dalla Grecia, quella per rientrare in Spagna, quella per rientrare in Italia. Più il certificato del tampone negativo.
Volete immaginare che qualcuno, in un viaggio di dodici ore e mille chilometri, attraverso due frontiere, mi abbia chiesto qualcosa? Sono arrivato a casa, ho disfatto le valigie, ho messo da parte tutti i certificati, unendoli alla pila di quelli usati durante la chiusura per andare in farmacia o al supermercato. Mestamente, medito sulla mia irresponsabilità di vacanziere, di traditore della Patria. E meno male che almeno sono andato in Europa. L’Europa?