Utero in affitto,
perché diciamo
addio al Pd

Tra le fondatrici del movimento SeNonOraQuando, esponenti di rilievo del Partito Democratico, con una lettera sofferta hanno dato l’addio al Pd per le ultime scelte sui diritti civili: per aver cioè di fatto “sdoganato” l’utero in affitto come orientamento politico. Pubblichiamo il testo firmato dalla filosofa Francesca Izzo (già deputata Ds, componente del comitato scientifico del Gramsci), Francesca Marinaro (già senatrice del Pd e parlamentare europea), e dalla giornalista Licia Conte (che portò alla radio la voce delle donne fin dagli anni Settanta).

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L’utero in affitto “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane”. Lo ha affermato di recente (novembre 2017) la Corte Costituzionale. A tanti può sembrare marginale la questione dell’utero in affitto: riguarda relativamente poche persone, non ne sono facilmente comprensibili le implicazioni e pare una disputa da “intellettuali” (almeno fino a quando Salvini non se ne è impadronito per farne, con l’immigrazione, un tema di propaganda identitaria reazionaria). L’utero in affitto invece rende non più ignorabili conflitti di valori, divisioni antropologiche, culture politiche.

Considerare un diritto civile una pratica che prevede la compravendita della pancia di una donna allo scopo di fabbricare un bambino è l’esito, a nostro avviso, di un completo stravolgimento di quei valori che hanno fatto grande la civiltà europea: la dignità di ogni essere umano, la libertà che non può ridursi alla disponibilità a mettere se stessa o parti di sé sul mercato e l’assoluta unicità di ogni neonato che non può e non deve essere ridotto a merce. Noi abbiamo tenacemente combattuto contro l’utero in affitto fino a rivolgerci, insieme ad altre associazioni, movimenti e singole personalità, a varie istanze internazionali e all’Onu per chiederne la messa al bando universale.

Constatiamo con dolore che il nostro partito, il PD, sciogliendo ogni precedente ambiguità, ha fatto la sua scelta con l’affidare il Dipartimento diritti civili a una figura che ha fatto della battaglia per la legalizzazione dell’utero in affitto la propria bandiera identitaria. È stato inviato in tal modo agli iscritti, agli elettori e ai cittadini un messaggio inequivocabile: il Pd ritiene che una pratica inaccettabile rientri nel novero dei diritti civili.

Ebbene non è più possibile per noi restare in un partito che attua una tale scelta di campo in contrasto con principi e valori ai quali abbiamo ispirato il nostro impegno civile e politico nel movimento delle donne e nei partiti cui abbiamo aderito.
Trasformare in diritto civile il desiderio di procreazione comporta a nostro avviso una profonda alterazione delle basi antropologiche su cui si fonda la nostra convivenza. Con la retorica della genitorialità sociale si giustifica il sempre più massivo intervento della tecnica e della giurisprudenza per produrre bambini come oggetti a disposizione di desideri solvibili.

Saluti,

Francesca Izzo, Francesca Marinaro, Licia Conte