Ursula Hirschmann e il sogno delle madri d’Europa a Ventotene

C’era un sogno che accomunava gli esuli nell’isola di Ventotene, con diverse visioni politiche ma compatti nell’opposizione al fascismo: l’allora immaginifica idea di creare un’Europa unita, senza sangue né guerre. Era il 1941 e il conflitto mondiale sembrava destinato a essere vinto dalla forze totalitarie; eppure quel gruppo di intellettuali illuminati seppe guardare avanti e mettere a punto un documento, il Manifesto di Ventotene, che tracciò le linee guida di quella che sarà la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, prefigurando l’istituzione di una federazione europea dotata di un Parlamento eletto a suffragio universale e di un governo democratico con poteri reali in settori fondamentali come l’economia e la politica estera.

Tutti conoscono Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, passati alla storia come gli artefici del Manifesto, ma solo in pochi sanno che fu una donna, Ursula Hirschmann, a contribuire in maniera determinante a quel documento e a diffonderlo in Italia e in Europa.
Così come tutti, o quasi, conoscono Alcide De Gasperi, Jean Monnet o Konrad Adenauer, ma pochi, forse quasi nessuno, sa chi erano Ada Rossi, Eliane Vogel-Polsky, Louise Weiss, Simone Veil, Fausta Deshormes e le altre numerose donne che, nel Parlamento e nelle istituzioni europee, hanno contribuito alla costruzione dell’Europa, alla sua evoluzione e alla stesura delle direttive comunitarie e di altri provvedimenti che hanno promosso diritti e pari opportunità per le donne dei paesi membri dell’Unione. Quasi sempre si parla di padri d’Europa, dei loro indiscussi meriti intellettuali e del loro fervore “rivoluzionario”, dimenticando lo sforzo compiuto da quelle “madri” europee, senza le quali molte conquiste politiche e sociali difficilmente avrebbero visto la luce.


Ursula fu di certo la prima. Moglie del socialista Eugenio Colorni, lo seguì quando venne mandato al confino di Ventotene per le sue idee antifasciste. Dopo aver contribuito alla stesura del Manifesto, non essendo oggetto di provvedimenti restrittivi, rientrò dall’isola portando con sé il testo del documento, scritto a matita su carta leggera e calligrafia minuscola: grazie all’aiuto delle sorelle di Altiero Spinelli, Gigliola e Fiorella, e di Ada Rossi, iniziò a diffonderlo negli ambienti antifascisti. E fu proprio assieme ad Ada Rossi, moglie di Ernesto Rossi, conosciuta durante le sue visite a Ventotene, che organizzò nel 1943 la prima riunione costitutiva del Movimento federalista a Milano che si concluse con l’approvazione delle sei tesi politiche che traducono in proposte concrete le idee di Ventotene. Nello stesso periodo contribuì alla diffusione delle teorie europeiste collaborando alla redazione e diffusione del foglio clandestino “L’Unità Europea”.

Sia Ursula che Ada non si limitarono a essere “semplicemente” le mogli o le compagne dei padri dell’Europa; grazie al loro contributo di idee, al loro coraggio e alla loro capacità organizzativa, furono artefici paritarie di quel progetto europeo che vedrà la luce con la firma dei Trattati di Roma del 1957. Vere e proprie “madri costituenti europee”, portarono avanti il loro impegno anche dopo la fine della guerra, la prima fondando nel 1975 l’associazione Femmes pour l’Europe a Bruxelles e la seconda innestando la sua fede europeista all’interno del Partito radicale.

Figlia di tali madri, l’Europa nata con i Trattati di Roma non poteva che essere un’opportunità per l’affermazione dei diritti delle donne, un’arena privilegiata per la parità delle donne nel mondo del lavoro, una promotrice di politiche per le pari opportunità, uno spazio politico destinato ad ampliarsi.

E lo fu sin dai suoi esordi con l’articolo 119 del Trattato di Roma che sancisce la parità salariale tra uomini e donne per un mercato comune basato sulla concorrenza. L’articolo, più che alla parità tra uomini e donne, mirava soprattutto a evitare la “concorrenza sleale” all’interno dell’area comunitaria, essendo la parità salariale già presente in Francia e non in altri paesi. Da qui prese avvio la battaglia di Eliane Vogel-Polsky, l’avvocata che portò alla Corte di giustizia delle Comunità europee (Cgce) la questione della diretta applicabilità dell’articolo 119 sulla parità salariale.

Nonostante le intenzioni originarie fossero diverse, l’articolo 119 fu un importante grimaldello per le donne europee nelle loro battaglie per la parità retributiva, conquista ancora oggi non raggiunta de facto. E a quell’articolo che si appellarono nel 1966 le tremila “femmes machines”, le operaie della fabbrica di armi di Herstal in Belgio che misero in atto il primo sciopero tutto femminile per chiedere la parità di retribuzione. Bloccarono il lavoro dei settemila impiegati della fabbrica per dodici settimane, riuscendo a ottenere un aumento, non la parità salariale, ma la loro protesta ebbe importanti ripercussioni nazionali e internazionali.

Tra la fine degli anni sessanta e la prima metà degli anni settanta ebbe inizio una stretta collaborazione tra i movimenti femminili dei vari paesi e le istituzioni europee, collaborazione che in qualche modo sopperì alla scarsa presenza femminile a quei livelli, specchio della scarsa presenza femminile nelle istituzioni nazionali. Nonostante i contributi delle madri fondatrici, nessuna donna fu presente durante la stesura e alla firma dei Trattati di Roma; nel primo Parlamento europeo (Assemblea), nato nel marzo 1958 attraverso un’elezione di secondo grado dei parlamenti nazionali, le donne si contavano sulle dita di una mano. Ci sono voluti più di vent’anni perché nel 1979 il Parlamento europeo venisse eletto attraverso il voto diretto di cittadini e cittadine degli allora nove paesi membri, stabilendo un effettivo rapporto di rappresentanza politica. Dei 410 parlamentari eletti nel primo Parlamento, 69 erano donne, 12 le italiane.

A questo risultato, apprezzabile per i tempi, contribuì sicuramente il movimento Femmes pour l’Europe, fondato nel 1975 da Ursula Hirschmann con l’obiettivo di unire le donne in battaglie comuni “su tutti i fronti”. Alla prima riunione, che ebbe luogo il 7 e 8 novembre a Bruxelles, parteciparono più di ottanta donne di vari paesi per protestare contro l’Europa che avevano contribuito a far nascere ma che sembrava diventata terreno per soli uomini. Tra le protagoniste di quella riunione, Fausta Deshormes La Valle, giornalista, femminista, che prenderà la guida del movimento dopo Ursula. Nel 1961 era entrata come collaboratrice dell’ufficio stampa delle Comunità europee, vivendo sulla sua pelle la scarsa considerazione per le donne e la precarietà del lavoro femminile nelle istituzioni europee. Fausta avviò il servizio Informazione Donne e fondò il periodico “Femmes d’Europe”, per anni utilissimo strumento di informazione su tutte le direttive, le raccomandazioni europee in materia di parità e di diritti delle donne oltre che sulle più importanti iniziativa della Comunità.

(Tratto dal volume della Fondazione Nilde Iotti, L’Italia delle donne. Settant’anni di lotte e di conquiste, Donzelli Editore)