Addio Gregotti, urbanista e architetto. Coraggioso, rigoroso e eretico

Se ne è andato Vittorio Gregotti, architetto e urbanista di fama internazionale, morto all’età di 92 anni la domenica mattina del 15 marzo – una spettrale domenica mattina a Milano – in seguito alle conseguenze di una polmonite da coronavirus.

Ho avuto il privilegio di incontrarlo più volte per chiedergli un parere o un intervista, da pubblicare su l’Unità, in occasione di mostre, di progetti, di un suo nuovo libro. Un’occasione ricordo con particolare affetto: quando il suo assistente Guido Morpurgo mi chiamò a moderare un colloquio collettivo tra Gregotti e il suo staff di collaboratori per il progetto dell’Headquarter Pirelli Real Estate.

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Lo Zen di Palermo

Il colloquio (pubblicato nel 2005 su un volume de «I Quaderni della Bicocca», edito da Skira) avvenne nel 2004, presso lo storico studio della Gregotti Associati di Via Matteo Bandello, seduti attorno a un grande tavolo, con davanti disegni, foto, maquette dell’edificio simbolicamente più evidente di quella ristrutturazione della grande area industriale dismessa della Pirelli: la Torre di Raffreddamento, un iperboloide di rotazione, una gigantesca «ciminiera» che un tempo scaricava tonnellate di vapore acqueo nell’aria, trasformata in un grande auditorium, incastonata dentro al parallelepipedo vetrato dell’edificio principale del Quartiere Generale della Pirelli; quasi un gigantesco ready-made alla maniera di Duchamp che prende un oggetto e lo spiazza in un altro contesto. In questo caso le vestigia di una cittadella operaia trapiantate in un centro amministrativo e culturale d’impresa, ma sempre con un grande attenzione per le forme e rispetto per i contenuti di una storia del lavoro e degli uomini.

La sua urbanistica, dialogo tra geografia e architettura

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Lo stadio Ferraris di Genova

Ma Vittorio Gregotti, nato a Novara il 10 agosto 1927, l’avevo incrociato già tanti anni prima, a partire dal cruciale biennio 1967-1968, durante i miei studi d’architettura. Non lui in persona, ma le sue idee, la sua militanza nell’architettura moderna (appena ventenne, nel 1947 si era fatto le ossa nel celeberrimo atelier parigino dei fratelli Perret, padri del cemento armato) accanto a Ernesto Nathan Rogers che fu suo professore e poi suo direttore nella storica rivista Casabella (che poi lo stesso Gregotti diresse dal 1982 al 1996); il suo «eretico» palazzo per uffici neoliberty a Novara, che ruppe con l’ortodossia del Razionalismo; l’affinarsi e il complicarsi delle sua vaste architetture; la sua urbanistica che Manfredo Tafuri definì un «perenne dialogo tra geografia e segni architettonici».

Tra i Sessanta e i Settanta nascono così i grandi progetti per l’Università della Calabria, i tanti piani e progetti di edilizia popolare tra cui quello del Quartiere Zen a Palermo, bersaglio privilegiato di quella che Gregotti, in un’intervista televisiva, definì la «calunnia architettonica» e che avrebbe colpito altri bersagli, dal romano Corviale alle Vele di Scampia. Quando, insomma, si gettò «il bambino con l’acqua sporca»: ovvero si dannarono, attraverso architetture certo criticabili e rivelatesi perdenti (ma sulle cause di quei fallimenti ci sarebbe molto da discutere), i coraggiosi tentativi di risolvere la «questione delle abitazioni» dando una casa a tutti. E soprattutto si diffamò – da parte della destra più retriva e interessata – la scelta che a guidare quei tentativi fosse il settore «pubblico».

Dal Progetto Bicocca al Gruppo 63, al centro culturale di Belem

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La Torre dell’Headq

Il realismo critico di Vittorio Gregotti non si arrese, si adeguò – senza tradire il suo rigore – alle nuove dimensioni di un’economia e di un’architettura che si faceva globale. Negli anni, sfornò architetture e piani urbanistici di grande rispetto: dai rinnovati stadi di Marassi a Genova e del Montjuic a Barcellona al bellissimo Centro Cultural de Bélem a Lisbona, dal Progetto Bicocca per Milano fino alla nuova città di Pujiang in Cina e all’ipotesi sulla nuova centralità di Acilia-Madonnetta di Roma.

Come non si arrese la sua immensa militanza culturale: esercitata con l’insegnamento nelle migliori università, nella direzione della Biennale Arte e Architettura di Venezia o, prima, nella storica adesione al Gruppo 63 – al fianco di Umberto Eco, Luciano Berio, Furio Colombo -. E sfornando decine di articoli, saggi e testi divenuti fondamentali come Il territorio dell’architettura (Feltrinelli), La città visibile (Einaudi, 1991), Dentro l’architettura (1991), Le scarpe di Van Gogh (1994) e le più recenti Autobiografia del XX secolo (2005), L’architettura nell’epoca dell’incessante (2006), Contro la fine dell’architettura (2008), Una lezione di architettura (2009), Tre forme di architettura mancata (2010), sino a Architettura e postmetropoli (2011), Il sublime al tempo del contemporaneo (2013) e Il mestiere di architetto (2019).

E poi c’è un prezioso libro non suo. Se siete riuscite a trovarlo procuratevelo Festschrift, per gli ottant’anni di Vittorio Gregotti (Skira, 2007), una ricchissima raccolta di testimonianze di tanti amici, architetti, intellettuali che hanno attraversato la sua densissima e preziosa vita. Quella di un grande Maestro, portatoci via dall’età e da un terribile virus.