Urano Navarrini,
l’ultima partita
giocata al Trivulzio

C’è molta vita nella vita degli altri, anche quando sono meteore. Non comete, quelle lasciano dietro una polvere di luce. Una meteora no, passa e va a viaggiare nel buio dall’altra parte del cielo. Figurarsi poi quando ti chiami Urano, pianeta che ha un periodo breve di rotazione, e fai il calciatore nel ruolo di ala destra e giochi appena una partita in A, il 9 marzo del ’66 a San Siro col Milan contro la Lazio. E nemmeno di domenica, era un mercoledì, si doveva recuperare una partita sospesa per nebbia.

Urano Navarrini è una storia da arcimeteora del pallone incollata a mille altre storie. Se n’è andato a 74 anni per coronavirus qualche giorno fa, ospite del Pio Albergo Trivulzio (quanto Pio non si sa), prima dell’ultima trasferta all’ospedale San Carlo. Milan di transito, Savona in B, Novara sempre coi cadetti a fianco dell’omerico capitano fiumano Udovicich, legamenti del ginocchio sinistro sfasciati con la Pro Patria in C, a trentatré anni, e ciao: inverno del ’75, ben 78 giorni di gesso, dall’inguine alle dita del piede.

La ricordava così, quella sventura: “La mia giornata lavorativa era: seduto a un tavolo, sacchetto da cinque chili legato alla gamba e la sollevavo mille volte, poi un’ora di piscina, il pomeriggio in campo, dieci chilometri di camminata e su e giù per i gradini dello stadio trenta o quaranta volte. Sempre, finché ho giocato novanta minuti”. Ma non era più cosa. Allenatore col patentino di Seconda categoria, Urano passerà oltre dieci anni ad allenare il Potenza in C2. Era una persona perbene. L’ho conosciuto, cinquantacinquenne e in ottima forma, nel dicembre del 2000 per un’intervista, una di tante, una novantina: la recherche di tempi e uomini perduti per non lasciar precipitare nel nulla siderale gente di sport che aveva visto per poco il sole e il prato tenero della massima serie. Un football visto dalle parti delle radici e non della prima serata in pay tv.

Raccontava: “A Potenza mi hanno esonerato a gennaio. Avevo appena preso lo stipendio di luglio dell’anno prima, però mi impegnavo lo stesso, eravamo terzi in classifica. MI hanno chiesto di fare cose non sportive, moralmente inaccettabili, ho detto di non e mi hanno mandato via. A Vigevano qualcosa di simile, robe poco piacevoli. Basta, non ho trovato più lavoro. Mica sono un santo, ho difetti e pregi, però mi hanno creato il vuoto attorno”. Ed è una delle mille storie.

Il padre Nuto, capocomico

Urano era figlio del milanese Nuto Navarrini, esimio sottaniere, comico da rivista, animale da palcoscenico, barzellettiere e principe dell’operetta, in pista dagli anni Trenta ai Sessanta, tra teatro, cinema e televisione. L’operetta cos’era? Il padre di Nuto, Zenobio, aveva diretto la “Primaria” Compagnia di operette Lombardo, intermezzi danzati, bel canto, farsa piccantina, dal sommo Franz Lehar in giù. Titoli che dicono tutto: “Il re di chez Maxim”, “L’ambasciatrice Leni”, “La danza delle libellule”, con Tutù, Bouquet, Gratin, Carlotta e Pommery, un pubblico entusiasta che nel ventennio fascista  si divideva tra le operette di improbabile ambientazione balcanico-principesca e il cinema dei telefoni bianchi.

Nuto Navarrini

Nel 1944 il figlio d’arte Nuto è capocomico, con Vera Rol, il balletto Excelsior e i fantasisti Marino e Gionni porta ”Il diavolo nella giarrettiera” al Reinach di Parma, piazza di arruolamento per volontari della Decima Flottiglia Mas, il fior fiore (si fa per dire) dell’esercito repubblichino. Affollano il teatro e vanno in delirio per Navarrini: lo nominano “capitano d’onore” della Decima e quel riconoscimento alla fine della guerra gli costerà qualcosa. Anni di macerie, Nuto canta la “Madonnina che la piangiù quela matina che han sbatù giò Milan”. Si arrangia, ha l’occasione di portare l’operetta nella neonata tv. Altri successi ed è l’ora del sipario su Nuto Navarrini e su Enrico Dezan, ovvero i Coppi e Bartali dell’operetta. Enrico Dezan, papà del radiotelecronista Adriano, a sua volta padre del telecronista Davide. Quanti padri.

Navarrini, “già” Benigni

A proposito, perché Urano negli annali figura come “Navarrini già Benigni”? Urano porterà il cognome della madre Milena fino al ’72, quando Nuto, dopo il sospirato divorzio dalla moglie precedente, potrà sposare Milena e riconoscerlo ufficialmente. Infanzia a Verona, seguiranno partite con tutta l’anima all’oratorio milanese dei Filippini.

Anni Cinquanta, dall’Edera, piccola squadra ma vera, l’adolescente Urano passa alla Grünland-Milanese Libertas (Grünland: quei formaggini in confezione cilindrica, i suiveur più attempati ricorderanno di certo). Dopo il diploma in disegno industriale il Milan lo scopre. Allievi, Primavera, nel 64-65 il classico giro in C alla Pistoiese per farsi le ossa, il ritorno in rossonero. “Liedholm mi ha insegnato l’abc del calcio, lo chiamavo professore. Rivera aveva solo un paio d’anni più di me ma mi metteva in soggezione. Cesare Maldini, Trebbi, Sormani, Amarildo, Dino Sani. Avevo diciotto anni, un giorno mi si ferma la macchina in corso Venezia, proprio davanti all’Aci. Si era ingolfata, la gente vedeva e tirava via. Passa Dino Sani: ‘Monta che ti spingo io’. Al Milan c’erano persone sempre pronte a darti una mano, tipo Trapattoni, Radice”.

Urano Francesco Benigni (poi Navarrini)

Sta cambiando l’Italia, che c’azzecca “La vedova allegra” con “Nessuno mi può giudicare”? Cambia anche Urano. Nell’estate del ’66 lo dirottano al Savona allenato da Rabitti: “Mi sarebbe piaciuto restare al Milan. Niente. Il 66-67 è stato l’ultimo campionato giocato in B dal Savona, in squadra ero con Prati, Fascetti, il ventenne Furino coi capelli, pensa te. Il resto formato da bravi ragazzi che non sapevano cos’era il professionismo, uno faceva il macellaio a Imperia, altri lavoravano a Genova. Prima della partita tiravano fuori il panino col gorgonzola, io cercavo di fargli capire che non era il massimo e loro: ‘Non rompere, col panino al gorgonzola siamo saliti dalla C alla B’. E infatti, siamo finiti quart’ultimi e retrocessi. Erano andati a prendere dal Lanerossi Vicenza Giobatta Zoppelletto, un libero di trentaquattro anni che giocava la domenica e doveva riposare fino al giovedì. Preso per ignoranza, ormai il libero non doveva presidiare e basta, il calcio era cambiato, si correva di più”.

“Era un altro calcio”

Nel 68-69 Navarrini già Benigni è al Taranto, serie C. “Sordillo del Milan mi aveva proposto il Bari in B, a me andava bene, ma dal Toro arriva Rocco e blocca tutto: ‘Urano, devi andare a Trieste in C’. Io: ‘Scusi, ho giocato in A e in B, ho la possibilità di tornare un momentino su col Bari, perché mi manda in C?’. Rocco: ‘Perché qui comanda Rocco e ho dato la mia parola”. Io, ventunenne, sempre educato cui non piaceva essere trattato maleducatamente, ribatto: ‘La sua parola? L’ha data sulla mia pelle’. Rocco: ’Avrei dovuto parlarne con te? Manco per sogno, o fai così smetti di giocare a calcio. Comunque vieni pure a Milanello e ti faccio la grazia di restare a mangiare a mezzogiorno, invece di fare avanti e indietro con Milano’”. Urano deve accondiscendere, le decisioni della società non si discutevano, pena il confino nella lista condizionata fino a novembre.

Milan, padre-padrone. Era un altro calcio.

Il resto son spiccioli di pallone, fino al terribile incidente ai legamenti. Taranto, buon campionato con risalita in B, l’anno dopo Verbania in C, allenatore-giocatore Bagnoli: “Una persona meravigliosa. Feci una stagione stupenda, sempre in campo, cinque gol e Parola, che allenava il Novara, mi richiese. Puntai i piedi: ‘ Basta coi prestiti o sono finito’. E il Milan finalmente mi ha venduto. A Novara son stati quattro anni di ottima B”. Siamo nel pieno degli anni Settanta, Sollier giocava a Perugia e Zigoni nel Verona, Cimpiel a Pescara, i giovani Altobelli e Beccalossi a Brescia, papà Percassi nell’Atalanta. Provate a sfogliare un album Panini 74-75: nello staff del Milan sono elencate sei persone, dal presidente Buticchi al massaggiatore Tresoldi. Nel primo campionato del terzo millennio, il 2000-2001, se ne leggono ventisette, da Berlusconi al secondo fisioterapista Vrbnjak. Un mondo diverso e per i calciatori sicuramente migliore. Per il calcio in sé qualche dubbio è lecito.

L’intervista con Urano Navarrini era finita. Il momento dei saluti e di una domanda conclusiva sulla sua famiglia: “Sono divorziato da vent’anni – mi disse – e non mi sono più risposato. Ho un figlio, Luca. Se gioca a pallone? Non lo so”. In quelle parole si celava un’altra storia, l’ennesima. Che oggi, dopo vent’anni, si trascina dietro un piccolo, urticante punto di domanda: si sarà potuto vedere con Luca per l’ultimo saluto?