Uno spettro si aggira
per l’Italia:
l’eurodisinformato

Il dibattito politico italiano, mentre si avvicinano elezioni che saranno decisive per il futuro del continente e del nostro Paese, è oggi tra anti-europeisti mascherati ed europeisti riluttanti.

E i cittadini? Euroscettici o eurodisinformati? Senza un’opinione pubblica informata l’Europa sembra solo un involucro.

Alle istituzioni comunitarie si rimprovera una scarsa trasparenza e collegialità nei processi decisionali: ma ruoli e competenze appaiono sconosciute alla grande maggioranza delle popolazioni.

Un sondaggio Eurobarometro rivela un primato negativo dell’Italia: è il Paese con la più alta percentuale di individui che dichiarano di non cercare informazioni sull’Ue. E ciò non perché se ne sappia già tutto, al contrario: il 74% degli intervistati ritiene di non essere correttamente informato sul tema.

L’Europa fatica a superare la barriera dell’incomunicabilità; la sua comunicazione fatica a raggiungere i cittadini ed è incapace di creare feeling.  La mole di informazione prodotta non supera il confine di una ristretta élite che di Unione Europea si occupa per lavoro o per interesse. Quella parte di società che per posizione economico-sociale o per convinzione ideologica è più lontana da Bruxelles non ne viene nemmeno sfiorata.

Il sistema istituzionale dell’UE non si presta d’altronde a storie semplici: con la sua tripartizione, i suoi meccanismi di co-decisione, si tratta di una struttura costituzionalmente centrata sui negoziati, con la conseguenza di risultare complicata e quasi incomprensibile a molti, oltre che isolata dalla quotidianità. C’è spesso poca conoscenza anche da parte del giornalismo nostrano delle funzioni e delle competenze delle istituzioni europee, confuse le une con le altre (Consiglio d’Europa e Consiglio europeo per i nostri media sembrano la stessa cosa).

Chi fa che cosa? Chi ha il potere di prendere certe decisioni? Chi esercita il controllo? Siamo portatori di diritti che non conosciamo, non capiamo e non ci interessano.

Carte, Codici, linee guida, Raccomandazioni, Piani d’azione, sforzi di tutti i tipi sui siti e sui portali, un mare magnum di documenti e di manuali; opuscoli e guide di tutti i tipi stampati in milioni di copie, kit per le scuole, percorsi multimediali, sportelli dedicati … elementi utili, costellati di buoni propositi, ma si sono ripetuti negli anni in varie successioni e in varie stagioni, e non hanno cambiato la situazione.

Identità e senso di appartenenza europei sono da sempre resi difficili non solo dall’inesistenza di una lingua comune e di patrimoni simbolici comuni, ma di organizzazioni intermedie vicine ai cittadini.

Tutto è mediato da istanze locali: giornali, tv, scuole, partiti, istituzioni. Le piazze mediali difficilmente ospitano temi europei. Le liste dei candidati al Parlamento europeo vengono composte in base a logiche domestiche. La classe politica, finché ne può fare a meno, difficilmente mette al centro del proprio interesse le questioni europee, concentrata com’è sul piccolo cabotaggio di casa propria. I tentativi di innescare dibattiti di ampio raggio si scontrano con le logiche autocentrate e strumentali dei discorsi pubblici nazionali.

Non intendo, naturalmente, ricondurre il fenomeno della distanza tra UE e cittadini esclusivamente all’inadeguatezza dell’offerta informativa: ne voglio proporre una possibile chiave interpretativa, utile per la prossima campagna elettorale.

Il problema non è economico o procedurale, ma politico. E soggetti politici siamo tutti. Perciò le frasi “ce lo chiede l’Europa”, oppure “è colpa dell’Europa”, (formulette solitamente pronunciate da governi in cerca di alibi) andrebbero rovesciate.

Che cosa chiediamo all’Europa, che cosa sappiamo dell’Europa?