Superare Pd e LeU con
Alleanza democratica

Meno tasse per i ricchi, e insieme aumento della spesa sanitaria, sociale e pensionistica. L’elogio della Russia di Putin e il rimprovero all’Occidente che non capisce quell’autarchia illiberale e oligarchica. Più galere, lotta al business dell’immigrazione e della finta solidarietà, apprezzamento per i dazi di Trump.
Ecco il discorso di Conte, che avvicina fatalmente l’Italia al gruppo Visegrad e ad Orban. Il discorso del perfetto maggiordomo della nuova élite populista.

Emma Bonino ha giustamente parlato di eversione. L’idea latente di questa nuova classe dirigente sembra quella di uno stato poliziesco, caratterizzato da un aumento del tasso di giustizialismo e dalla progressiva riduzione delle libertà individuali.
Con la trasformazione del Presidente del Consiglio dei Ministri a “Garante” dell’attuazione del “Contratto” e lo svilimento della funzione del parlamentare ridotto a esecutore della “pagina scritta” si introducono lesioni degli articolo 95 e 67 della Costituzione. Il vero e unico soggetto totalizzante è il “Contratto” tra Salvini e Di Maio che spodesta l’individuo, sia esso il premier Conte o il singolo parlamentare.
Si apre pertanto una grande questione democratica di rilievo nazionale e internazionale.
Condivido pienamente dunque i toni e gli argomenti usati a proposito da Michele Ciliberto (qui).
Per l’Italia, questa rottura coincide con la fine di una lunga fase della storia repubblicana caratterizzata dalla continuità, malgrado tutto, dalla cultura antifascista.

Il successo elettorale e l’accordo tra la Lega e i 5 Stelle è il successo e l’accordo tra due estremismi. Un estremismo lepenista e un estremismo interclassista o, meglio, un sovversivismo interclassista.
Questo patto tra nuovi estremismi sostanzia l’egemonia della nuova destra e del populismo. Un velame ideologico così forte da rendere irrilevante agli occhi di questi nuovi governanti l’assassinio di un immigrato regolare, impegnato con il sindacato contro il caporalato, ammazzato in una terra di ‘ndrangheta.
Potenti sono gli interessi che si agitano e manovrano nell’ombra col disegno di attuare una post-democrazia in Italia e destabilizzare l’Europa. Se non partiamo da questa consapevolezza non riusciamo a collocare nella giusta dimensione la nostra iniziativa politica. Sotto questo doppio strato di egemonia culturale e di influenze internazionali si agitano profonde domande di cambiamento espresse dal popolo italiano, che vanno considerate in tutta la loro serietà.
Queste domande possono riassumersi essenzialmente in due punti. Da una parte, una profonda domanda di lavoro e protezione sociale che riguarda tutto il paese e in particolare il Mezzogiorno. Dall’altra, un diffuso sentimento di disagio e abbandono per la mancata manutenzione delle città, dei presidi dello Stato, dei servizi pubblici, della sanità e dei quartieri in cui maggiormente si riflettono gli effetti delle trasformazioni economiche del nostro tempo, che creano esclusione, insicurezza, povertà.


Queste domande sono giuste e radicali e non aver fornito in tempo risposte adeguate è la nostra prima sconfitta.
In questo vuoto è cresciuta e si è imposta la destra, conquistando anche alcuni strati del nostro popolo. Quel popolo che noi non abbiamo ascoltato. Ai compagni del Pd, e soprattutto a quelli che si collocano nella sinistra interna di quel partito, vorrei ricordare che la questione non è solo chi ha la leadership (Renzi si – Renzi no) o il peso delle correnti, ma è eminentemente una questione di cultura politica e di idea dell’Italia. Finché non si produrrà una forte discontinuità nei contenuti rispetto alle politiche proposte in questi anni dai governi di larghe intese che hanno visto protagonista il Pd (vedi Buona scuola, Jobs Act, bonus, l’assenza di un piano serio contro la povertà) sarà difficile incidere nel profondo.
Qualche tempo fa in un mio scambio di idee con Elio Di Rupo, l’ex premier socialista belga sottolineava come nel suo paese alcune delle riforme che in Italia sono state portate avanti da governi di centrosinistra, ad esempio quella delle pensioni e del mercato del lavoro, sono state realizzate dalla destra. E per questo motivo il partito socialista belga, che si oppone a quelle riforme, oggi conosce segnali di ripresa.
In Italia è accaduto, invece, il contrario. Le forze riformiste di centrosinistra in questi anni hanno fatto in sostanza politiche di destra. Anche per questo, con l’illusione di recuperare il ritardo accumulato in questi anni, alcuni a sinistra oggi si riposizionano facendo proprie le ambiguità del sovranismo e del populismo, nella vana speranza che questo possa portare consenso. Ma, così come da posizioni di centro perde consensi chi si sposta a destra, analogamente perde autonomia e consenso chi da sinistra insegue il nuovo populismo e finisce per confondere la subalternità con la rottura culturale.
Vorrei ricordare a questi compagni che non siamo nel ’36 e che dall’altra parte non ci sono i “compagni in camicia nera” di Ruggero Grieco.
Di fronte a questo sconvolgente patto tra estremismi, tuttavia, la reazione non può essere la riproposizione di una corsa verso il “centro”, l’occupazione di una posizione mediana, di una semplice mediazione politica e culturale. Se guardiamo da vicino la società italiana, osserviamo infatti la scomparsa del centro sociale come processo di redistribuzione e come blocco dei ceti medi. Dove per “centro” deve intendersi non solo la cultura politica ma soprattutto l’insediamento sociale ed economico. Ed è proprio la scomparsa di questa più ampia dinamica di mediazione e centralità a pregiudicare in partenza qualunque riedizione del “compromesso storico”, che si chiami Ulivo o Partito Democratico.


Non intendo dire che lavorare per un nuovo centrosinistra sia un’impresa vana, anzi è molto importante, soprattutto negli enti locali, ma non basta per il mutato quadro della politica nazionale e internazionale.
Per riconnettersi con i sentimenti più profondi del paese in un modo nuovo, la strada deve essere quella di una nuova radicalità.
Ciò a cui mi riferisco non è un altro estremismo, ma una nuova radicalità che va espressa su più livelli, in grado di connettersi con le angosce e le speranze degli italiani. Una radicalità che va espressa su più livelli: la protezione sociale, il lavoro, l’ambiente, i bisogni, i giovani, gli anziani, le famiglie. Non possiamo eludere la dimensione europea né giocare con l’euroscetticismo ma, come progressisti e socialisti europei, dobbiamo pretendere più Europa, a partire dal bilancio che va raddoppiato, da una politica estera e di difesa comuni, dalla mutualizzazione dei debiti sovrani, dall’unità fiscale, fino al contrasto del dumping interno. Anzitutto il costo del lavoro e la gestione delle crisi occupazionale. Dunque, non meno Europa, ma un’Europa più giusta e più sociale, più coerente con gli ideali di chi la ispirata con il Manifesto di Ventotene.
Alla sinistra spetta il compito di reagire. Non inseguendo i populisti né guardando al centro e a Forza Italia. Ma costruendo subito un’Alleanza democratica e sociale che, a partire dagli enti locali, lavora per l’unità e difende la democrazia quotidianamente.
Se non ci sarà un sussulto tale da superare il Pd e LeU, logorati sul piano organizzativo e del radicamento, oltreché su quello dell’identità, la sinistra resterà irrilevante e non si vedrà più neppure nei titoli di coda.
Per realizzare un programma robusto di cambiamento sui temi economici e sociali, non possiamo immaginare di rimettere in campo generali sconfitti. Per radunare nuovi eserciti disposti a questa causa, ci vuole un nuovo stato maggiore.
Ecco la sfida che ci attende.