Una vita sulle montagne russe:
il racconto di Bruno Giordano

Abbiamo cominciato a giocare a pallone prima di avere una mezza idea sulla storia, sulla matematica, sulla geografia. Il calcio è un concetto elementare. In piazza, in un campetto spelacchiato, sulla pozzolana battuta dal vento bastano due pietre o due giacche ed porta, è stadio. Non importa altro. Si corre, si dribbla sempre, si passa poco il pallone, si cerca la gloria, il tunnel, la rete immaginaria. Sudore e fantasia. Dubbio costante e decisione rapida.

Per questo a ognuno di noi resta dentro questa polvere magica. Ci siamo sentiti eroi in un giorno qualsiasi di sfide infinite, abbiamo scelto per chi tifare, siamo disposti a barattare qualunque certezza del buon senso per questa passione incomprensibile e chiara. La bellezza non dimentica.

Un remoto LAZIO-JUVENTUS; tre a zero
esplode l’anonimo urlo di trionfo,
sì; ma chi ha recapitato al presente
il nome di quel gladiatore: Bruno Giordano
che si distinse durante i giochi
per l’incoronazione dei titoli di Augusto;
con quale punteggio sconfisse le fiere zebrate
se l’ovazione riservatagli dalla folla
superò i cento decibel, sopravanzando
quella resa di consueto all’imperatore?

Il libro di Giancarlo Governi su Bruno Giordano – sottotitolo: una vita sulle montagne russe – comincia così. Con i versi di una poesia di Valentino Zeichen. Tanto per far capire dalle prime righe che non si tratta della storia di un calciatore famoso come tanti altri, ma di qualcosa che implica danza, epica, incanto. Che va presentata al lettore con un guizzo imprevedibile ed essenziale in modo che si prepari a ondeggiare.

Bruno Giordano ex calciatore di Lazio e Napoli

Scrive nella prefazione Edoardo Albinati: “A chiunque piaccia il calcio l’essenzialità di Bruno Giordano dovrebbe essere cara. Mai un gesto eccessivo o fuori misura, un virtuosismo fine a se stesso. Mai plateale. Il bardo Valentino Zeichen diceva che i suoi movimenti e il suo modo di mettere il corpo prima di ricevere il pallone e al momento di calciarlo avrebbero dovuto essere proposti nelle scuole come modelli basici, poi si correggeva aggiungendo che quelle cose non si insegnano. La fluidità e il guizzo imprevedibile, in effetti, non si traducono facilmente in lezioni, in assiomi, e assistervi (oltretutto, in poche frazioni di secondo, perché Giordano eseguiva senza alcun anticipo o preparazione i suoi numeri, che un istante dopo erano svaniti nell’aria, la palla liberata al compagno in posizione migliore o già in fondo al sacco, senza che né i difensori né il pubblico avessero avuto il tempo di capirci qualcosa) non serve purtroppo a impararli. Semmai, questo sì, ad ammirarli, a esserne incantati”.

Giocando tra le imprevedibili peripezie della sua vicenda umana e sportiva, la storia di Giordano volteggia tra incanto e disincanto. Si dipana controluce nei colori del cielo, colori biancocelesti che animano il cuore dell’autore, ma anche del poeta Zeichen che, ispirato da Calliope, ha dedicato alla Lazio del 1974 la sua raccolta di poesie “Area di rigore”. In quello spazio di mito e sogno, dopo Giorgione Chinaglia, ampiamente ricordato nel libro, è arrivato Giordano a esercitare la sua grandezza da bomber sulle montagne russe. “Impersonandosi in Bruno Giordano, Giancarlo Governi racconta uno dei tanti modi possibili di raggiungere la maturità, sicuramente il più paradossale, beffardo e pieno di gioia: e cioè come diventare grandi giocando”, così conclude Albinati la sua prefazione.

La storia è avvincente, il lettore resta in attesa. Osserva, soffre e gioisce, attraverso le parole dell’autore-protagonista che fanno breccia, creano l’atmosfera, agiscono in quello spazio in cui la nostra memoria ha depositato le cose importanti e che un giorno o l’altro rimetterà in ordine, le affinerà nel ricordo. Mettendo a fuoco o dimenticando. In questo caso la scrittura è essenziale per riordinare passioni e delusioni; il nostro essere stati bimbi, aver avuto scarpini a scialuppa di due misure più grandi, aver sognato un giorno di poter vestire la maglia con l’aquila ricamata sul cuore. Come Giordano.

Leggere è ripercorrere la strada che conosciamo e non conosciamo mai fino in fondo. È riascoltare le voci ignote e quelle scomparse, fermarsi a riflettere su un luogo dell’abitare che ci sembrava estraneo. Perché quello che abbiamo vissuto, le volte che abbiamo gioito o ci siamo imbestialiti, contengono un sacco di frammenti in più che in diretta non abbiamo saputo vedere. E che negli anni non abbiamo messo in questione, e che scorrendo le pagine riconosciamo come momenti della nostra esistenza di esseri umani, di tifosi, di bambini innamorati di un pallone, della sua epica, della bellezza del gesto.
Il libro di Governi spalanca nuove finestre nel nostro spazio di luci e ombre. Dove c’era l’ombra prende forma quello che eravamo, il tempo percorso, gli amici che avevamo al fianco, quelli che sono stati bravi a calciare il pallone e quelli no. Ma non solo. La narrazione di Governi esce dal rettangolo verde, intreccia la storia del nostro tempo. Lascia intravedere dietro ogni momento della vita del bomber di Trastevere il riflesso dell’epoca, le canzoni, gli eroismi, la politica. Un affresco, si potrebbe dire, di un tempo che abbiamo attraversato a lunghe falcate, coi capelli lunghi i sogni chiusi in un fazzoletto bianco, come semi di gloria o di rivoluzione. Sta in questo tipo di narrazione, ariosa con lo sguardo aperto sull’orizzonte, la bellezza dei lavori di Giancarlo Governi che sa dosare e miscelare, conosce l’arte di oscillare. Un po’ come Giordano quando ci faceva sognare con la maglia della Lazio e poi quando ha avuto la sua gloria totale al fianco di Careca e Maradona, con la maglia del Napoli.

Poetico l’epilogo. D’altra parte dopo esser partiti con i versi di Zeichen… “L’ultima volta che ho affrontato la Lazio sul campo è stato ad Ascoli, alla fine della carriera. All’ultima giornata di campionato la Lazio aveva bisogno di un punto per non tornare nel baratro della retrocessione e la partita si stava concludendo sul pareggio. Quando, non so come, mi ritrovo solo davanti al portiere laziale Fiore. Si dice che quando uno sta per morire in pochi secondi riavvolge il nastro della vita, di cui rivede tutti i momenti salienti. Io in quel secondo mi sono rivisto Flacco Flamini al provino, ho visto Guenza, Paolo Carosi, ho visto la palla entrare in rete a Genova nel mio primo gol in serie A, ho visto Tommaso e poi Cecco, ho visto i giorni terribili della squalifica, mi sono visto insieme a Manfredonia che in chiesa giuriamo di riportare la Lazio in serie A, mi sono rivisto sul campo di Pisa che deposito per due volte la palla in rete con la gamba infortunata ancora debole… ho visto il Sor Umberto Lenzini gioire e piangere… ho visto le facce dei tifosi… ho visto… ho visto e, anziché tirare in porta come avevo fatto tante volte, ho passato la palla al portiere laziale. Avevo saldato ancora una volta tutti i debiti con il mio passato”.

Eccoli, come non vederli a braccetto Governi l’arguto e Giordano che un tempo portava il caschetto alla Cruyff, l’autore e il protagonista, lazialissimi. Sembra di ascoltare come una voce lontana che dice: altro che quei fintoni che segnano e poi non esultano. Qui siamo nella bellezza pura del calcio del tempo delle passioni vere. E Calliope, che Zeichen in una poesia ha definito la sua musa podologa, prende appunti.

Ps
Siccome detesto le convenzioni giornalistiche e amo l’idea che il lettore, in genere, sia messo nelle condizioni di conoscere le fonti e anche come la pensa l’autore, aggiungo un finalino personale. Da ragazzino, a Tivoli, il mio migliore amico si chiamava Sergio Dariol ed era un fenomeno col pallone tanto che in un provino fu preso dalla Lazio, negli Allievi regionali e poi fece la Primavera con Giordano, Di Chiara, Cari, Manfredonia. Giocava come libero, ai tempi si usava, io ogni tanto lo accompagnavo agli allenamenti, con viaggi in autobus infiniti, per una questione di amicizia e di fede biancoceleste. E andavo a vedere tutte le partite. Per questo mi è sembrato di ripercorrere a piedi le mie strade e in parte la mia vita in quell’epoca avvolta nel mistero del sogno, lungo la narrazione tratteggiata da Governi che stimo e del quale sono amico.