Quella via per Almirante
Il degrado morale
è senza freni

Che il sindaco di Ladispoli con la sua maggioranza destro-leghista voglia intitolare una strada a Giorgio Almirante e che decida che il giorno giusto per l’inaugurazione sia il 24 marzo, anniversario della strage delle Fosse Ardeatine (poi s’è corretto e ha anticipato il solenne evento di una settimana) lascia pensare alla provocazione per un verso e per l’altro ad una infantile manifestazione d’autocompiacimento. Come se il sindaco suddetto e i suoi consiglieri volessero mostrare i muscoli più che il cervello, annunciando al loro mondo intero, cioè ai concittadini di Ladispoli, la loro forza, la loro originalità, il loro successo e la loro baldanzosa ignoranza: vedete come siamo bravi, abbiamo vinto noi, cambiamo tutto… Lo stesso mi verrebbe da pensare di quell’altro sindaco che espone nel proprio ufficio pubblico al posto del ritratto del Presidente della Repubblica un manifesto in cui si legge il giuramento delle SS, o (per ultimo) di un consigliere comunale di Verona che, affetto dalla sindrome dell’imitazione,  propone anche per la città scaligera l’intitolazione allo stesso Almirante di una via. Qui per completezza dell’informazione bisognerebbe aggiungere che episodi del genere ormai si contano a decine e che sono più d’una le vie (a Sutri, ad esempio, sindaco Vittorio Sgarbi) intitolate al capo del Msi, fascistissimo, giornalista, redattore capo della rivista “La difesa della razza” (scrisse pagine memorabili contro “meticci” ed “ebrei”), divulgatore del razzismo peggiore,  capo di gabinetto del ministro della cultura popolare, Fernando Mezzasoma, ai tempi della repubblichina di Salò, firmatario del manifesto in cui si intimava agli “sbandati” dopo l’8 settembre di presentarsi ai posti militari italiani e tedeschi, altrimenti sarebbero stati considerati fuori legge e “passati per le armi mediante fucilazione nella schiena” (alla scoperta del manifesto, nel 1971, l’Unità gli dedicò il seguente titolo: “Un servo dei Nazisti. Come Almirante collaborava con gli occupanti tedeschi”).  Almirante non negò mai la sua fede fascista e non si negò mai amicizie e frequentazioni tra ambienti bombaroli e golpisti (protetto quando si trovò sotto accusa dall’immunità parlamentare), ma lungo un cammino di revisione giunse dalle trincee dell’ortodossia nera a riconoscere (siamo nel 1972) i valori della Resistenza perché valori di libertà, ancorò il suo partito alla cultura della democrazia parlamentare, s’inventò la Destra nazionale per estendere l’area del consenso a settori conservatori, consegnò infine il tutto al moderato Fini, giovane e quindi al riparo dallo stigma di un passato fascista… Si ricorda il suo saluto alla salma di Enrico Berlinguer.

Non riesco a immaginare quanto il giovane sindaco di Ladispoli o il consigliere di Verona o il sindaco che esalta le SS conoscano della storia  e soprattutto della  storia cui ci rimandano con le loro decisioni, con le loro scelte. Sono giovani, avranno sicuramente studiato, sapranno bene come digitando “Almirante” sulla tastiera del loro pc subito compariranno sullo schermo decine e decine di pagine di biografia e qualche fake news.  Avrebbero potuto leggere e quindi apprezzare quanto sia complessa la storia e quanto sia complessa anche una figura come quella di Almirante e avrebbero potuto agire con cautela e acume politico e anche – sembrerà un paradosso –  con maggior rispetto per il fascistissimo cofondatore del Msi, stiracchiato qua e  là ad uso della propaganda. Al sindaco delle SS sarebbe bastato consultare qualcosa a proposito delle stragi di San Lazzaro di Savena o di Marzabotto per capire d’aver toccato il fondo dell’ignominia e per provare quindi  a risalire. Tutti insieme dovrebbero infine leggere ad alta voce, come si faceva alle scuole elementari, qualche articolo della Costituzione.

Ma ciò che resta di queste vicende ormai diffuse è la constatazione di un degrado morale e culturale che va ben al di là e al di sotto della politica e delle sue parti, di una disposizione senza freni alla semplificazione, alla schematizzazione, alla superficialità, senza il bene della conoscenza, con il riaffiorare di un malessere vendicativo, di paure, di un desiderio di rivalse, della ricerca di capri espiatori della crisi di questo paese. Come se quella “zona grigia” che lasciò nel silenzio via libera la fascismo riprovasse a far valere i propri malumori, si riaffacciasse sulle scene di una malattia chiamata rancore. Pesa la politica, pesa la violenza verbale di un ministro come Salvini nei confronti degli immigrati o il suo entusiasmo nei confronti dei giustizieri della notte, pesano la volgarità, lo sprezzo, l’arroganza. Ma peggio ancora: c’è di mezzo il sentimento melmoso e intimo di un paese che non ha mai scavalcato il suo passato o c’è riuscito solo un paio di volte per pochi anni, tra la lotta di Liberazione e la ricostruzione. Salvo ripiombare nei momenti difficili  tra i cascami di qualcosa che non sarà fascismo ma che l’incultura del fascismo ricorda da vicino.

P.s. Ci si è messo anche il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani: “Mussolini? Ha fatto cose positive”. L’ansia di stupire genera mostri e la “confusione” li ingrassa.

P.s.  Una buona notizia, almeno: “Stop al ‘23 marzo nero’, la manifestazione che CasaPound stava organizzando a Milano per il centenario dei Fasci italiani di combattimento. Il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica ha deciso che per evidenti e gravi ragioni di ordine e sicurezza pubblica non sarà comunque consentita alcuna iniziativa in luogo pubblico che abbia carattere commemorativo o rievocativo”.