Una storia di campagne e di miserie
prima che i contadini diventassero neri

Lo strano destino dei libri. Ci sono quelli che compri perché devi farlo; altri che ti passano tra le mani perché amici li stanno leggendo; altri infine per puro caso. Sto per raccontare un libro che è finito sulla mia scrivania per tutte queste cose messe assieme. Adriano Prosperi è uno studioso degno d’attenzione e non pubblica libri tanti per fare. Un’amica storica l’ha comprato e, pressata, me l’ha poi regalato.  Entrambi folgorati dal titolo e da quelle pagine iniziali dell’introduzione, così dense, così vere, così ben scritte. Da fotocopiare e distribuire agli amici, come si faceva un tempo con testi degni della massima attenzione. Oggi, lui stesso, parlerà di questo libro (Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento, edizioni Einaudi) a Colle Val d’Elsa, nel Centro dedicato a un grande del Novecento, come Romano Bilenchi. L’incipit che colpisce: ” Nelle campagne italiane abbiamo visto di recente tornare i contadini. Assomigliano a quelli del millennio testé concluso: magri, stracciati, a piedi scalzi. Lavorano, come allora, dieci o dodici ore (<<da sole a sole>>, si diceva all’epoca) nelle infuocate ore dell’estate. Però a ben guardare, delle differenze ci sono: molti di loro hanno la pelle più scura di quella dei contadini del tempo antico e le lingue che parlano sono quelle di paesi remoti”.

Le campagne com’erano e le campagne come sono. Inizia così, con lo sguardo, all’oggi un viaggio nella storia dei contadini italiani. Non è una storia delle campagne, non è quella del paesaggio agricolo, ma la storia dei contadini in carne e ossa. Più in ossa che in carne, a dire il vero. Qui, al centro di questo studio, ci sono i contadini. Quelli veri. Sulla storia delle campagne e dell’agricoltura sono state scritte pagine memorabili che hanno ricostruito il ruolo che questa consistente parte del paese ha svolto nelle diverse epoche storiche: dalle prime forme mezzadrili fini alla riforma del secondo novecento. Nessuno si era, però, mai addentrato con tanta passione e competenza nella vita dei contadini, narrando vite di donne e uomini per rovesciare arcaici stereotipi.

Una nuova medicina

Una storia, quella scritta da Adriano Prosperi, che è fatta di tante storie, a partire da quella di Bernardino Ramazzini. Siamo tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento quando, questo medico, apre la strada allo studio e alla cura dei contadini. Quella dei contadini era una classe sociale negletta e ignorata. Nel momento in cui lo sguardo di un medico si posa si di loro si apre un mondo, s’incomincia a praticare una nuova medicina e un nuovo linguaggio. Si apre un’era.

Lo sguardo è non solo sui contadini ma su tutti i lavoratori e “su quelli delle campagne in specie si fa attento e serio, senza alcun alone retorico, privo di ogni pur larvata o involontaria forma di altezzosità e di distanza, Fu un inizio carico di futuro”: scrive Adriano Prosperi.  Per la prima volta è introdotta nel linguaggio del medico che visita il malato, la domanda: “Che lavoro fa”? Una domanda che cambia il corso della medicina; una sana pratica innovativa che la contemporaneità si è rimangiato trasformando la visita in un girone infernale di specialismi o di medici di famiglia che somigliano sempre più a slot-machine, dispensatrici di ricette.

Nei contadini, Ramazzini vede persone logorate dalla fatica e affamate, esposte a malanni originati dal luogo in cui vivono, oggetto di vere e proprie aggressioni della natura. Con lui si apre l’era contrassegnata dal gran lavoro svolto dai medici “condotti” che insieme ai parroci, altri naturali alleati delle classi subalterne, diventano i veri testimoni della reale condizione dei contadini. “Preti timorati e scienziati positivisti”, sono definiti nel libro di Prosperi. Capiscono che esiste una madre di tutte le malattie: si chiama miseria; quella stessa che ispirerà, molto tempo dopo, l’opera di grandi narratori come Victor Hugo.

La piaga della pellagra

Ma chi era questo medico che introduce pratiche così innovative e che, di fatto, costruisce i presupposti di quella che sarà la medicina del lavoro? “Bernardino Ramazzini non era un poeta. Ma come scienziato – scrive Adriano Prosperi – fondò l’altra tradizione, quella dell’attenzione e della compassione della cultura medica per i contadini. Ramazzini si preoccupava per la loro salute, temeva che i medici non tenessero adeguato conto della loro speciale costituzione fisica”.  Lo storico, per illustrare questa posizione, riporta un brano di un’opera dello stesso medico:” Guardo non senza commiserazione i poveri contadini ricoverati qua e là nei pubblici ospedali, affidati a medici giovani usciti da poco dalla scuola, indeboliti per effetto di energici purganti e robusti salassi praticati senza considerare né la mancanza di assuefazione che loro hanno nei confronti dei medicamenti forti, né ‘impoverimento delle loro energie (..) Moltissimi di questi contadini preferiscono morire nelle loro stalle”.

Alcune delle malattie di cui soffrono i contadini diventano ben presto note, come la pellagra, debellata solo a metà del Novecento. Altre, come alcune strane forme di cecità, sono individuate solo allora. All’equinozio di marzo poteva capitare che i contadini che uscivano per la prima volta dalle stalle, si aggirassero ” smarriti nei campi come ciechi, senza vedere nulla del mondo esterno” e tornassero a veder tutto di nuovo solo al rientro serale. Molti personaggi emergono dalle pagine di questo volume che, al sapere dello storico, aggiungono anche forme di narrazione letteraria e di osservazioni antropologiche. È un mondo, quello studiato e raccontato da Prosperi, ben lontano da tante patinate rappresentazioni e suggestioni tipiche del Gran Tour. E dalle tante feste e sagre paesane nelle quali si esalta il buon vivere campagnolo. Lo stesso Prosperi mette in guardia dalle “rievocazioni epidermiche di festival strapaesani del cibo e del vino sono uno dei tanti modi in cui la cultura diffusa tende a cancellare passato e futuro nell’ossessiva dilatazione di un presente fuori dalla storia”. Il ruolo dei contadini è collocato e riletto nei diversi contesti storici: dall’Italia preunitaria a quella unificata, fino a giorni del secondo dopo guerra, con la fine della mezzadria e il vario della riforma agraria. Così come i tanti protagonisti che popolano i diversi mondi narrati. Alcuni misconosciuti, come quell’Agostino Bertani, medico, mazziniano e garibaldino radicale, che dedicò un forte impegno nell’affrontare le miserabili condizioni di vita delle plebi rurali o lo statistico Melchiorre Gioia che operò nel Regno di Napoli. O Cesare Lombroso a lungo dileggiato per il suo vezzo di studiar cervelli che, qui, invece compare nella sua veste di attento riformatore. Così con le molte discipline: dalla medicina alla statistica, dall’economia agraria all’Igiene.

Se uno studioso ha il baricentro fermo; se l’occhio è puntato su ciò che vuole studiare, allora l’interdisciplinarietà si esalta. Il bel libro di Adriano Prosperi lo fa con acume e saggezza. Quel libro che, ora, è sul mio comodino.