Una storia che ci richiama al dovere
di imparare (e insegnare) la Storia

Come si può concepire un esame di maturità senza il tema storico? Come si può pretendere che ragazze e ragazzi si “integrino” a dovere, qualunque cosa poi voglia dire, se già sanno che studiare la storia del loro Paese non è fondamentale nemmeno per l’ordinamento scolastico? Concordo con l’accorato appello della senatrice Liliana Segre: “Ministro, ci ripensi, non rubiamo il passato ai ragazzi. Che cosa succederà quando noi testimoni della Shoah non ci saremo più?” Aggiungerei anche i testimoni delle stragi nazi-fasciste come Marzabotto, le Fosse Ardeatine e Sant’Anna di Stazzema per citare le più note.

Cosa succederà un domani se già ora la storia non insegna più, o non ha insegnato abbastanza? Tutti i giorni si leggono e si sentono orrendi strafalcioni sulla storia d’Italia. Dice bene Liliana Segre, e altri con lei: cosa accadrà quando gli storici che si sono dannati e si dannano sulla materia non saranno più studiati e letti perché qualcuno, incolto o mosso da fini politici revisionisti, ha deciso che le nuove generazioni non devono approfondire chi siamo, da dove veniamo e cosa è accaduto in Italia? Forse la Storia la riscriveranno coloro che hanno perso?

In un paese dove anche l’uno vale uno dei cinque stelle non è più buono, dove “prima gli italiani”, “prima il nord”, “fuori gli immigrati”, la “sostituzione etnica”, l’”invasione”, l’”aiutiamoli a casa loro”, il “blocco navale”, “i porti sono chiusi”, “rimandateli in Libia”, “sparate ai barconi”, i concetti di accoglienza, di fratellanza, di solidarietà, di uguaglianza, vengono messi in discussione ogni giorno, sempre di più. Allora pervicacemente ci aggrappiamo alle nostre idee e agli esempi, per fortuna non rari, che contrastano con quello che sembra essere diventato l’andazzo generale: dare contro qualcuno, non importa se sia bianco, nero, ebreo, musulmano, donna, gay, transgender, comunista, anarchico. L’importante è dare contro qualcuno che sia diverso. Ma poi chi stabilisce cosa sia la diversità e quindi la norma? Diverso da chi, da cosa?

Allora non resta che rifugiarsi nei libri in attesa che la sinistra ritorni a fare la sinistra e che i sinistrati abbandonino i loro particolarismi per tornare, insieme, a combattere il nemico comune. E può aiutarci abbandonarsi a quei libri che ci possono dare esempio e conforto. Come uno di quelli apparsi per la prima volta nel lontano dopoguerra. Uno scritto che non si pensava dovesse essere pubblicato: era un diario degli anni della guerra che una donna lasciava alle proprie figlie in previsione del peggio, della morte compagna quotidiana, data la vicinanza con la linea Gotica, i tedeschi in ritirata ancor più incattiviti e l’avanzata degli Alleati che erano attesi dalle forze partigiane. Iris Origo scriveva il suo diario nella sua tenuta in Val d’Orcia, in Toscana, dove dava rifugio a partigiani, renitenti alla leva della Repubblica di Salò, prigionieri tedeschi scappati, sfollati. Divideva la sua vita con il marito, di nobili origini come si sarebbe detto un tempo, con i contadini e gli operai, con tutti e tutte coloro che incrociavano la loro vita con la tenuta La Foce.

Iris Origo non era italiana,  era figlia di un americano e di una nobildonna anglo-irlandese, divenne italiana per aver sposato il marchese Antonio Origo con cui acquistò la tenuta La Foce, luogo centrale del volume “Guerra in Val d’Orcia, diario 1943-1944” (edito da Le Balze, casa editrice di Montepulciano, 283 pagine, 13 €). Il libro racconta le peripezie degli abitanti, a vario titolo, della vasta tenuta che si estendeva nella Toscana centrale fino a lambire il lago Trasimeno, narrato in presa diretta e senza mediazioni dovute alle esigenze di una eventuale pubblicazione, mantiene tuttora una grande capacità di coinvolgimento di chi legge. Il lettore viene catapultato nelle stanze della tenuta, nei campi, nelle stalle, nei boschi, e vive attraverso le parole di Iris le difficoltà, le paure, le piccole gioie date dall’esser pronti a fare qualcosa per gli altri senza chiedere o attendersi un riconoscimento o un premio. Solo perché è giusto fare ciò che si fa. Si partecipa ai rischi e alle paure di Iris e Antonio, per le loro figlie, per i bambini e le bambine accolte a cui si vuole comunque dare un’istruzione; i tempi non sembrano i migliori per occuparsi della crescita culturale. C’è in primo luogo l’imperativo del mantenersi vivi.

Una storia dove l’accoglienza, il sacrificio per chi ha meno o niente, per coloro che fuggono dalla guerra o dalla fame, la fanno da padroni e non come oggi dove sembra che chi soffre debba essere condannato a soffrire ancora di più. Una storia che è la storia di tanti nostri genitori e nonni che con gesti quotidiani hanno permesso che l’Italia si risollevasse dalle rovine di una guerra che il fascismo ci aveva costretto a combattere. Il fascismo, i fascisti, ma anche coloro che per pavidità, piccolo tornaconto personale, nulla fecero per contrastare la deriva sociale e politica. Un libro da leggere perché è anche con queste storie che si recupera la nostra memoria che merita di essere mantenuta viva anche quando gli ultimi testimoni oculari di quella barbarie non ci saranno più. E’ un nostro dovere morale, sociale e politico.