Una sola autorità per far vivere
tutti i tesori della capitale

Abbiamo visto nel primo articolo il coacervo di uffici e di competenze in materia di tutele sul quale si propone ora di intervenire il DdL Tocci, mirando a semplificarlo in modo radicale. “Tecnicalità” a parte, è indispensabile segnalare almeno che la futura S.G.R. sarà un ente di diritto pubblico, autonomo, ma sottoposto all’alta vigilanza del MiBACT e del Comune (oggi detto Roma Capitale). Assommerà, integrandole in una rete territoriale, tutte le competenze degli uffici di tutela e delle strutture espositive che oggi hanno a che fare con il contesto romano, a prescindere da ogni ripartizione per materie: cioè, tanto per farsi capire e per ribadire la profondità della trasformazione, estenderà a tutto il territorio Comunale i poteri e le attività di salvaguardia e di valorizzazione che ha oggi la sola “Soprintendenza speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma” su citata. La quale ha infatti il pregio – non entro qui nel merito di come venga attualmente gestita – di essere stata creata, in questi anni di “riforma”, seguendo la logica della Soprintendenza territoriale unica (decurtata però, con gravissimo danno, dei musei: e l’abbiamo visto).

Tutela del patrimonio: caos sotto il cielo di Roma

Se questa è la novità principale e di immediato impatto, molte altre se ne potrebbero segnalare. Fra i compiti del nuovo ente (importantissimi quelli di ricerca e di promozione culturale, anche nel quadro della cooperazione europea) emerge ad esempio la stesura di uno specifico piano paesaggistico e di un piano archeologico “in aggiunta agli ordinari strumenti previsti dall’ordinamento”. Ma non mi sembra meno rilevante – anche alla luce di mie passate esperienze nell’allora Soprintendenza Archeologica di Roma – il fatto che sotto le competenze della S.G.R. passino anche gli edifici di proprietà del Fondo Culto (F.E.C.), branca del Ministero dell’Interno: un abnorme e poco noto “relitto” amministrativo degli espropri di tanti immobili della Chiesa nei decenni successivi all’Unità d’Italia.

Colosseo. Foto di Ella Baffoni

Tali trasferimenti ebbero forse, all’epoca, una connotazione di laicità e di progresso: poi però la situazione si andò cristallizzando nel pigro disinteresse di Parlamenti e regimi susseguitisi per un secolo e mezzo, e oggi significa solo – sempre per limitarci alla città di Roma – che una miriade di basiliche, chiese, conventi di eccezionale importanza architettonica e artistica sono sottoposti al controllo di prefetti e funzionari del Viminale, magari solerti e onesti, ma che (giustamente) non ci capiscono niente. Un discorso che, per inciso, andrebbe ripreso sul piano politico nazionale. Delle risorse, della struttura interna e degli organi della S.G.R., il cui profilo – nel DdL – è naturalmente modellato sulla falsariga degli ordinamenti generali degli enti di diritto pubblico, non parlo, così come delle attribuzioni del Soprintendente generale, dei funzionari che a lui risponderanno e delle modalità di selezione di tale personale, che (si badi bene) dovrà essere tassativamente di formazione tecnico-scientifica.

Si tratterà comunque di un’articolazione dipartimentale, come quella già prevista per le Soprintendenze uniche di recente creazione: vi saranno quindi degli uffici di comparto per l’archeologia, l’architettura, la demoantropologia, ecc., e ci saranno dei funzionari preposti a dirigerli, ma sotto il comando di un solo Soprintendente generale (quindi, in un contesto finalmente “olistico”).
Ci sarà modo di riprendere tale discorso, così come ci sarà modo di concentrare l’attenzione su alcuni nodi critici che il DdL, in questa sua forma provvisoria, presenta. Ciascuno riverserà in tale discussione le impressioni soggettive derivanti dalla propria esperienza, ma a mio avviso le criticità principali sono due. Si dovrà meglio definire il rapporto fra la struttura immaginata dal DdL e il retaggio materiale e “morale” (considerevole, e per molti versi positivo) che per motivi storici – in una misura priva di confronti in Italia – assomma oggi in sé la Sovraintendenza comunale ai beni culturali. Siamo sicuri che il modo migliore per farlo sia semplicemente quello di nominare, a questo scopo, un Soprintendente “di comparto”, sotto l’autorità del Soprintendente generale del futuro ente?

Difficilmente una soluzione di tal genere potrà essere accettata dal Comune, ma dire questo non significa voler “mediare al ribasso” rispetto alle prevedibili, fortissime resistenze che un’idea come quella di Tocci non mancherà di sollevare: la mia perplessità è di merito. E lo stesso vale per l’altro dubbio: fra i musei che andranno trasferiti alla S.G.R., siamo sicuri che sia opportuno comprendere anche quelli che – pur situati fisicamente a Roma – rivestono un’indubbia e prevalente funzione nazionale? Parlo della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, del MAXXI e di alcuni altri, primo fra tutti il cosiddetto Museo delle Civiltà, astrusa ed eterogenea creazione della “riforma” Franceschini.

A mio avviso, essa andrebbe senz’altro nuovamente smembrata: tuttavia – ad oggi – è comunque composta da organismi diversissimi fra loro, sì, ma aventi tutti una valenza nazionale. Diverso è il caso di strutture come il Museo Nazionale Romano, che si chiama così perché è di Stato, ma che, nella quasi totalità delle sue collezioni, fa riferimento a Roma e al suo suburbio. Si tratta di marginali aggiustamenti che – se accolti – non porteranno ad alcuna seria alterazione dell’impianto generale della bozza di legge.
E qui, per concludere, guardiamo un attimo ai possibili sbocchi futuri dell’iniziativa. La legislatura sta finendo, ma il provvedimento resterà all’esame del prossimo Parlamento e qui dovrà svolgersi la battaglia per la sua approvazione, battaglia che sarà certamente dura, come ho già accennato: ma la condizione perché sia vinta è che l’idea di fondo del DdL venga ampiamente discussa non solo alle Camere, ma nel Paese, fra gli addetti ai lavori, le forze intellettuali e sindacali, la stampa, l’opinione pubblica. È confortante che già oggi si manifestino adesioni convinte e importanti come quella espressa, nell’incontro del 20 novembre, da un ex Soprintendente del prestigio di Adriano La Regina: ma è chiaro che in primo luogo occorrerà scuotere l’attuale Giunta comunale dalla sua deprimente afasia in materia di patrimonio storico romano, non temperata da qualche estemporanea dichiarazione e da qualche inconcludente iniziativa.
Comunque vadano le cose, già oggi emerge il grande e originale valore di segnale politico-culturale che l’articolato dovuto a Walter Tocci riveste, nella direzione di un cambiamento reale e condivisibile, non generico e magari distruttivo (o addirittura implicitamente regressivo) come lo sono state molte delle misure attuate in anni recenti.
Fine/ 2 parte
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