Tregua costituzionale
per fermare
chi vuole “pieni poteri”

Perché, subito dopo aver incassato la legge Salvinissima, la madre di tutte le norme securitarie che sprigionano odore di morte, ricevendo solo una innocua, considerato il momento, lettera di auspici correttivi futuribili pervenuta dal Quirinale, il capitano rovescia il tavolo?

Salvini senza alcun argine

Con il governo del contratto, il capo leghista ha ottenuto tutto, dalla mistica della battaglia navale contro “la criminale di guerra” Carola sino alla sostanziale ricollocazione geopolitica dell’Italia, senza mai incontrare nessuna censura o monito autorevole sui rischi involutivi connessi alla sua eclatante slealtà costituzionale. Altre forzature, e nuove esibizioni muscolari, incompatibili con il suo ruolo istituzionale, le avrebbe potuto imporre con assoluta tranquillità e senza incrociare alcun serio impedimento dell’avvocato del popolo.

E però un conto è il comando esercitato sotto contratto, cioè autorizzato dai grillini in veste di cavalieri serventi, e del tutto indifferenti agli strappi reiterati compiuti ai danni della legalità costituzionale e dei diritti fondamentali, altra ebbrezza proviene invece dalla immediata esibizione dei segni del comando – quei “pieni poteri” chiesti agli italiani in diretta tv –  dopo l’acclamazione popolare.

Il pericolo di un capitano in cerca di plebiscito

Il sogno proibito del capitano è ora di incassare il plusvalore politico enorme che la sua irregolare condotta, come inquilino (assente) del Viminale, gli ha procurato in assenza di validi argini politici e istituzionali.

Il pericolo di un capitano, che cerca il potere con l’investitura attraverso un plebiscito per il dominio personale, è di sicuro maggiore delle ferite che il leader sovranista è riuscito, con assoluta non curanza, a infliggere sul corpo di una democrazia malata. Consapevole che i consensi oggi sono estremamente volatili, e tutto può evaporare in un attimo, Salvini vuole subito trasformare i voti virtuali in schede reali. Non può attendere oltre, esponendosi alla insidia della variabile tempo che tramuta cose solide in escrescenze liquide.

La rottura con i grillini non avviene su valori (quelli sono ampiamente contrattabili) o su modelli istituzionali (la riduzione dei parlamentari sarebbe un ghiotto incentivo per il capitano ma ha la controindicazione di allungare la legislatura e cioè di far intervenire il fattore tempo come elemento di disturbo), si verifica per differenti calcoli di potenza. L’impennata del gradimento statistico sconsiglia di rinviare la presa del palazzo, i nuovi galloni sull’uniforme del capitano vanno cuciti qui e ora, senza differimento.

Le convergenze possibili

Dinanzi a questi gesti di sfrontata volontà di potenza di un ministro dell’interno che rivendica l’unzione del popolo e però dovrebbe gestire la procedura elettorale con attribuzioni super partes, la conquista del tempo è una condizione di tenuta democratica.

Sconfiggere il capitano nella sua pretesa di dettare l’agenda, e di indurre alla passiva obbedienza i gestori del cerimoniale e i padroni delle procedure, diventa una condizione minimale di resistenza costituzionale, sulla quale l’opposizione deve trovare le convergenze possibili per vincere una battaglia cruciale.

Se il Quirinale, come istituzione di garanzia e di ricarica dell’ordinamento inceppato, valuta altamente rischioso il voto in piena sessione di bilancio, all’oscuro peraltro dei dati macroeconomici di settembre, e suggerisce l’opportunità di una tregua momentanea, per scongelare la paralisi istituzionale e scongiurare l’emergenza finanziaria, l’opposizione non può indietreggiare.

Ogni automatismo crisi-voto conferirebbe un potere sconfinato, nella delicata gestione delle regole del gioco, a un partito che ha solo il 17 per cento dei voti e 123 seggi. In una repubblica (ancora) parlamentare (per fortuna non sono stati raccolti nella precedente legislatura gli inviti di Veltroni e Prodi a sottoporsi alla cura presidenzialista!), il potere di scioglimento delle camere appartiene alla maggioranza dei deputati e dei senatori.