Una “manina”
travolge il governo

C’è stato davvero l’intervento di una “manina” o “manona” che sia per modificare il testo del decreto fiscale, collegato alla manovra, in modo tale da allargare le maglie su condono e scudo per i capitali all’estero? Un giallo per ora senza il nome del colpevole. Che non fuga del tutto i dubbi che si tratti di uno scivolone, di un maldestro tentativo dei Cinque Stelle di chiamarsi fuori da una scelta così vergognosa a favore degli evasori e dei “riciclatori” che sicuramente non incontra il favore dell’elettorato grillino. Ma ormai la frittata è fatta e si è avviata una spirale che rischia di far saltare in aria il governo.

Luigi Di Maio ha denunciato questa presunta manipolazione minacciando un ricorso alla Procura della Repubblica che finora però non c’è stato; il suo pari grado, ma non pari peso politico, Matteo Salvini, ha smentito qualunque aggiunta in chiave leghista al testo, con un malcelato fastidio per il grillino che protesta in tv. E insomma non si è capito ancora se Di Maio è stato preso in trappola per superficialità, o proprio per ignoranza, nel senso di ignorare il significato delle parole. In ogni caso le proteste in rete hanno probabilmente avuto il loro ruolo nella tardiva protesta grillina.

Il premier Conte, per quel che conta in questo scontro giallo-verde, ha annunciato che al ritorno da Bruxelles controllerà articolo per articolo il testo che al Quirinale non è mai arrivato, come è stato puntualizzato in tempo reale dal Colle. Certo, l’operazione di controllo il premier avrebbe dovuto compierla prima, anche se quello che lui ha visto finora gli è sufficiente per dire che “la manovra è bella”. Proprio quella manovra che per l’Europa invece non va affatto bene e che ha provveduto a sanzionare proprio in queste ore con una lettera di richiamo cui il governo dovrà dare risposte entro lunedì 22. Osservazioni e richieste di chiarimenti su un testo che prevede “deviazioni senza precedenti con il rischio di una seria violazione del Patto”.

Comunque, sui contestati articoli si dovrebbe tornare a ragionare nel corso di un Consiglio del Ministri che Conte conferma aver convocato per domani. Si dovrebbe, perché sulla convocazione si è aperto un duro scontro. A Salvini, infatti, piace poco perché ritiene che la scelta è stata già compiuta e non si torna indietro. Ha troppo da fare il leader leghista, tra campagna elettorale e derby Inter-Milan. E poi perché ridiscutere un testo che è stato già approvato e che a lui va benissimo? Tanto più che il leder leghista e i suoi non sono disposti a fare quelle modifiche che per i Cinque Stelle renderebbero “pulito” il testo contestato. Che rischia, se non modificato, di non essere votato proprio dal partito di maggioranza relativa dell’esecutivo giallo-verde. Mai successo. La conclusione è che la delegazione leghista annuncia di disertare il Consiglio dei ministri di domani. Nessuno sarà presente, fanno sapere. Ed è l’ultimo segnale di una crisi ormai aperta i cui esiti sono imprevedibili.

Il botta e risposta tra i due alleati di governo, infatti,  è destinato a durare e a intensificarsi. Ma il segnale è di quelli da consentire seri dubbi sul proseguimento a lungo termine di una esperienza di governo anomala nata dal cammino fianco a fianco di due partiti avversari nel Paese e nelle urne fino al patto sottoscritto più di un mese dopo il voto di primavera.

Sembrava facile. Ma la luna di miele è durata poco. Si guardano in cagnesco i due alleati del governo del cambiamento. Si offendono senza mezze parole. Da una parte i Cinque Stelle impegnati a rimettere insieme i cocci di una identità che si sta perdendo all’ombra di un ingombrante alleato. Dall’altra i leghisti che hanno ben chiaro l’obbiettivo di dare risposte al loro elettorato. Costi quel che costi. Qualunque operazione spregiudicata si debba portare a compimento. In mezzo Conte che si aggira nei meandri della politica convinto dei suoi poteri ( “il Cdm lo convoco io”), e che giudica una crisi di governo come “una ipotesi futuribile”.

Non è la prima volta che Di Maio evoca “una manina”. Il decreto dignità a suo avviso era stato corretto ma quella volta sotto accusa mise i funzionari del Ministero. Questa volta è andato a testa bassa contro lo scomodo alleato. Al di là della conclusione di questa vicenda resta la volgarità dell’aver solo immaginato che un documento da inviare al Quirinale e in Europa, e che dovrebbe contenere scelte che riguardano il futuro del Paese, possa essere manomesso da uno o più politici scaltri, convinti di poterla fare franca, puntando sull’avere come compagni di viaggio un gruppo di sprovveduti catapultati al governo dallo scontento e dalla rabbia degli elettori.

Siamo in presenza, insomma, di una situazione che potrebbe preludere ad una spaccatura seria dentro la maggioranza e quindi a una crisi. Al di là dei possibili quanto sempre più difficili aggiustamenti tra le due componenti, restano la preoccupazione e l’allarme per una gestione del governo portata avanti in danno del Paese per il solo interesse di parte.
Come la si legga la vicenda di questa manovra modello Penelope, di giorno tessuta e di notte modificata, è in palese contrasto con i principi della democrazia, con il rispetto delle regole e delle persone, con un minimo di senso di responsabilità nei confronti del Paese che si dice di rappresentare con numeri incontrovertibili.

In questo momento cadono così nel vuoto le parole del presidente della Repubblica che ha sollecitato ancora una volta “un dialogo costruttivo e un alto senso di responsabilità da parte della politica, delle istituzioni, delle imprese, delle associazioni e della società civile per scelte consapevoli con una visione di lungo termine nell’interesse collettivo”. Ed ha invitato a tener ferma la distinzione “tra significato e insopprimibilità dei valori patriottici e le infatuazioni di vuoti rigurgiti nazionalisti”.