Una legge
per Roma futura

Una nuova legge per restituire alla gestione e alla salvaguardia dei tesori di Roma un peso adeguato alla specificità della sua storia e del suo ruolo di capitale, proclamato e troppo spesso ignorato. E per riconsegnare alle soprintendenze questa responsabilità loro espropriata dallo svuotamento e dalla polverizzazione di competenze e poteri voluto dal ministero dei Beni culturali, unificandole in un unica cabina di regia e di controllo, destinata ad assorbire anche la storica divisione tra Stato e Comune.

Colosseo. Foto di Ella Baffoni

E’ la radicale proposta con cui Walter Tocci, 65 anni, pd, vicesindaco negli anni della giunta Rutelli, tre mandati alla Camera, un quarto al Senato ormai in scadenza e nessuna intenzione di riscendere in campo alle prossime elezioni, si appresta a chiudere la sua carriera di parlamentare. Un messaggio che ha costruito con grande rigore e depositato in Parlamento a futura memoria. Nessuna possibilità di portarlo in discussione in questo affannoso scorcio di legislatura, né di ottenere l’appoggio della maggioranza renziana del suo partito, ma la speranza di fornire un ancoraggio emendabile e una direzione al dibattito che su questa bozza si potrebbe sviluppare. E la voglia caparbia di riaccendere l’attenzione sulla necessità di ridisegnare un futuro migliore e più rassicurante per Roma nel territorio strategico dei beni culturali messo a soqquadro dai confusi e affastellati provvedimenti di riforma varati dal ministro Dario Franceschini. Senza alcun confronto, l’opinione pubblica lasciata priva di bussole da un susseguirsi di campagne stampa di facciata costellate solo di cifre in aumento e successi. Problemi, polemiche, dissensi e disastri nascosti come polvere sotto il tappeto.
Già, che pasticci ha combinato Franceschini lanciandosi con piglio decisonista sulla strada delle riforme con l’obiettivo dichiarato di semplificare e svecchiare i rapporti tra le varie sovrintendenze e gli utenti. Incoraggiante in teoria la prima mossa, quella di unificare sul territorio le competenze e i poteri dei singoli uffici in un organismo collegiale di indirizzo e controllo diretto da un sovrintendente capo. Regola rimasta ancora in vigore ma disattesa dall’introduzione di un campionario convulso di eccezioni.

I Fori imperiali. Foto di Ella Baffoni

La valorizzazione del patrimonio separata dagli altri compiti, e privilegiata rispetto a quelli di ricerca e tutela; la direzione dei musei più importanti e gettonati svincolata e affidata ad esperti in gran parte reclutati all’esterno con ampia libertà di mandato; le creazione di due distinti circuiti di fruizione con gli istituti e i luoghi di serie b e c penalizzati da vistosi tagli di fondi; la creazione di una serie di soprintendenze speciali, nessuna attenzione alla vocazione prevalente dei singoli territori e ai profili di competenza di chi dovrebbe governarli.

Il risultato è una rincorsa allo spezzatino che ha prodotto effetti caotici e paralizzanti in molte regioni, dalla Sardegna al Veneto. E ha raggiunto il suo culmine proprio a Roma, nell’area archeologica centrale dove ora si accavallano, in una sommaria definizione di confini risorse e personale, tre distinti poteri. Quello della soprintendenza che governa il Colosseo e alcuni monumenti limitrofi e ora si trova a concorrere con un nuovo organismo, il parco dei Fori, creato con un colpo di mano che senza alcuna intesa preventiva ha inglobato anche le aree dei Fori imperiali amministrate dal Comune, terzo potere in concorrenza. Comune al quale con altra decisione unilaterale, favorita dalla afasia e dall’inerzia della giunta grillina, il ministero aveva sfilato anche la gestione diretta dello spazio espositivo più prestigioso, le scuderie del Quirinale.

I Fori imperiali. Foto di Ella Baffoni

A far cadere del tutto l’illusione o la speranza che Franceschini operasse a fin di bene sono stati due provvedimenti ai quali la stampa, dirottata su altri temi più smart, ha dato scarso rilievo. Il primo era un disegno di legge che intervenendo sul delicato terreno della tutela del territorio e dei conflitti scatenati da interventi e dai veti dei soprintendenti assegnava in caso di contenzioso l’ultima parola al Prefetto. Una proposta messa nero su bianco, ma poi forse per placare critiche e polemiche, lasciata cadere e non portata a conversione. Il secondo è un regolamento ad uso interno varato dal Ministero che vieta ai funzionari anche di grado più alto di rilasciare dichiarazioni e commenti senza previa autorizzazione. Un bavaglio annodato con la minaccia di punizioni che ha funzionato e continua a funzionare, sottraendo ai soprintendenti non solo la possibilità di segnalare e correggere disfunzioni ed errori, ma anche ogni diritto di opinione.
Da questa congiura del silenzio e dal timore di ritorsioni è nata la sventurata decisione che ha portato alla costruzione di quel gigantesco palco sulla collina del Palatino per uno spettacolo su Nerone, sponsorizzato da amici da non scontentare, che poi è rimasto lì oltre ogni previsione e decenza per il fallimento della compagnia.
Un triplice scacco per la democrazia e la trasparenza. Per il dovere sempre più marginale della tutela del delicato patrimonio che la costituzione assegna allo Stato come velore fondante. E per Roma, scrigno di storia e di tesori, che fa le spese di questa politica di selvaggia rottamazione che insegue solo il consenso facile e un potere da esercitare senza ostacoli.
Tre situazioni di fragilità cui la bozza di legge di Walter Tocci tenta di offrire uno scudo. Con la creazione di un nuovo organismo autonomo. Una soprintendenza calibrata per il territorio e la storia di Roma ma il cui modello potrebbe estendersi, se l’esperimento dovesse funzionare, anche ad altre aree metropolitane. E concepita come un contenitore di alta professionalità in grado di sottrarsi a vincoli di sudditanza.nel quale dovrebbero convergere tutti gli uffici delle soprintendenze, che oggi sia sul fronte Statale che su quello Comunale si dividono la gestione, la tutela e la valorizzazione del paesaggio e dei monumenti cittadini, portando in dote i propri gioielli. Musei, ville, aree archeologiche, parchi, palazzi storici. Senza distinzione di appartenenza, abbattendo quegli infiniti steccati che rendono difficile ogni processo di sinergia e razionalizzazione.
Pensate all’area archeologica centrale, lo Stato che controlla Colosseo, il Foro repubblicano,il Palatino, il Comune che gestisce i Fori imperiali e la zona del Colle Oppio. Pensate a villa Borghese non meno frantumata in un arcipelago di competenze e zone d’appartenenza. Pensate all’Appia antica: Cecilia Metella statale, il Circo di Massenzio lì a fianco governato dal Campidoglio.
Oltre ad amministrare questo ricchissimo scrigno di bellezza, a garantirne l’uso e la sicurezza, ad alimentare studi e ricerche, il nuovo organismo dovrebbe partorire due piani strategici con immediate ripercussoni urbanistiche uno per l’archeologia, l’altro per il paesaggio. E un programma triennale. Ogni sei mesi la soprintendenza generale è obbligata a convocare un’assemblea pubblica per presentare il bilancio della propria gestione.
La struttura gerarchica è piramidale. Al vertice un soprintendente scelto attraverso un bando internazionale. Poi tre soprintendenti di comparto: archeologia, architettura e paesaggio, beni storici ed etnoantropologici. Più un quarto che svolge le stesse funzioni di governo e indirizzo per conto del Comune. Al terzo livello uno stuolo di dirigenti cui sono affidate le cabine di regie di aree archeologiche e musei.
La struttura centrale è integrata da un consiglio di ammnistrazione in rappresentanza di Ministero, Regione e Comune , da un comitato scientifico di alto livello e da un collegio di revisori dei conti.
Walter Tocci non si nasconde il carattero utopico di questo progetto. Impensabile nel clima politico attuale una così ampia delega di poteri da parte delle istituzioni interessate. Difficile condensare in una decina di articoli, anche se scritti con evidente chiarezza e rigore giuridico, un processo che richiederebbe varie fasi progressive di preparazione, attuazione e collaudo. Dubbi anche sulla eccessiva concentrazione di poteri, non sempre bilanciati, che verrebbero assegnati a questo organismo, in un settore come quello della cultura che trae vitalità proprio dal pluralismo delle voci e dei saperi. E dubbi sulla difficoltà di trovare personaggi davvero all’altezza di ruoli decisionali di tanti rilievo.
Ma è una provocazione che resterà agli atti come una sorta di studio di fattibilità, e ha il merito di porre in modo inequivocabile la necessità di un cambio di passo dei politici che non possono continuare a giocarsi a dadi il destino di Roma.