Una drammatica crisi ambientale
e un grave silenzio elettorale

Un secolo, quello scorso, in cui si è andato via via perfezionando un modello di sviluppo che sognava e puntava all’incremento del profitto. Una pazza corsa verso una crescita economica a garanzia di pochi (pochi Stati, pochi centri di potere), che ha investito, impoverito e ridotto in miseria comunità intere, accrescendo disuguaglianze insopportabili  e rimettendo in moto esodi biblici di poveri dell’una e dell’altra parte del mondo.

Questa pazza corsa verso l’accumulo ha di fatto trasformato le politiche sociali, culturali, ambientali che sono state sacrificate sull’altare del Pil, dell’aggressione forsennata alle risorse naturali, dell’abbattimento dei costi ambientali e del lavoro. E si è creato un sistema disastroso per la vita del pianeta e delle persone, che ha esasperato le disuguaglianze e diviso il mondo in due: chi si arricchisce sempre di più impossessandosi di risorse e ricchezze da un lato e chi viene espropriato di ogni diritto e ne paga profumatamente il conto. Questa è l’opera omnia creata direttamente dall’uomo. Ma a questo capolavoro si aggiunge una crisi ambientale ormai irreversibile, diretta conseguenza dell’attività famelica dell’uomo sul pianeta e del fallimento delle politiche dei governi a tutti i livelli. Cambiamenti climatici, esaurimento progressivo delle risorse, gravi conseguenze sanitarie per le comunità più esposte rappresentano la conseguenza di un processo di sfruttamento da un lato e di arricchimento dall’altro, che oggi dovrebbe mettere tutti davanti ad un bivio: continuare la pazza corsa  oppure…..provare a riconvertire l’intero sistema verso un futuro di sostenibilità.

Nel nostro Paese quest’oppure non ha cittadinanza. In un sistema italiano in cui l’intera economia è insostenibile, il modello energetico continua a reggersi malamente sullo sfruttamento delle fonti fossili, il paradigma dei governi continua ad essere basato sullo sfruttamento delle persone e della natura e i modelli infrastrutturali sono ancorati a progetti faraonici e impattanti dei secoli scorsi, l’apparato politico e istituzionale che è chiamato a misurarsi in una campagna elettorale verso le elezioni del 4 marzo prossimo,  non ha parole per questa crisi, non ha ricette per tentare di uscirne e nemmeno dà segnali di comprensione del grave punto in cui siamo arrivati. E i cittadini, che al contrario, in ogni modo e con ogni mezzo urlano il loro disagio e il loro allarme, vengono spogliati di ogni possibilità di partecipazione.

Un fortissimo accentramento limita l’attivismo delle comunità locali e rende i cittadini arrabbiati, dei numeri da utilizzare nella lotta all’ultimo voto. Hanno finanche inventato il termine populismo per incanalare la protesta e le varie forme di ribellione in un’area grigia e indistinta dove convivono i rigurgiti omofobi, i razzismi, con le sacrosante richieste di diritti alla salute, alla sicurezza, al lavoro. Eppure tutti i “barometri”, non ultimo quello europeo, segnalano che i cittadini ritengono fondamentale la tutela dell’ambiente (94% – Eurobarometro 2017) e chiedono politiche verdi. Una consapevolezza che cresce ma che non riesce ad entrare in nessuna agenda di Stato.

Questo ginepraio, di cui non si fa menzione nel dibattito politico odierno, rimane avvitato sul modello di “crescita” del Pil e convinto di poter aumentare in maniera infinita in un pianeta dalle risorse finite. E le agende elettorali sono tutte un florilegio di date, numeri , grafici e mancano colpevolmente di corpi di donne, di uomini, di bambini, di anziani. E delle loro esigenze e diritti di vita e di benessere.

Eppure…..eppure l’Italia è un paese dalle grandi potenzialità, in cui, grazie alla caparbietà di cittadini consapevoli e (pochi) decisori locali virtuosi e lungimiranti  si sono fatti molti passi avanti (l’Italia è uno dei Paesi più ricicloni d’Europa – fonte Legambiente) e molti di più se ne potrebbero fare nel settore industriale strategico e nell’uso delle risorse come fattore di qualità ambientale e di competitività economica. Basterebbe iniziare a valorizzare alcuni processi che si stanno consolidando prepotentemente, ma a macchia di leopardo, come il rafforzamento dei sistemi città. Una realtà in controtendenza, in cui si sta giocando oggi, la parte più importante della sfida ambientale.

Le green city vanno premiate,  incrementate e studiate, soprattutto perché rappresentano quel percorso di riconversione e rigenerazione il cui approdo è un’elevata qualità ambientale, l’uso efficiente delle risorse naturali e in generale un benessere diffuso e nuove opportunità di sviluppo e di occupazione. Un occhio di riguardo dovrebbe avere, inoltre,  il nostro patrimonio naturale e culturale, settore strategico per la nostra economia e la via principale per rendere migliore il nostro futuro. E poi ….investire “pesantemente” sulle tecnologie verdi che oggi rappresentando un punto fisso nell’economia italiana ma che hanno bisogno di trovare uno spazio adeguato e consono nelle agende dei governanti.

Dal  Rapporto 2016 della Fondazione Symbola e di Unioncamere emergono dati molto interessanti. I green jobs rappresentano quasi  3 milioni di lavoratori della filiera della sostenibilità e dell’economia circolare. “Una scommessa che nel nostro Paese è stata colta da oltre 385 mila imprese dell’industria e dei servizi che hanno investito negli ultimi cinque anni in tecnologie e prodotti green. In pratica un’azienda su quattro sta puntando sull’ecoefficienza dei processi produttivi, circa il 26,5% del totale. E la percentuale sale al 33% se prendiamo in esame solo il settore manifatturiero”.

Cosa vuol dire questo? Che investire nell’ambiente fa bene all’ambiente ma anche all’economia. Ed ha riflessi positivi sull’occupazione. Fino al 2016 erano 3 milioni  i posti di lavoro collegati alla filiera green tech  “che contribuiscono a un valore aggiunto pari a 190 miliardi di euro” e, la cui domanda continua a crescere.  Purtroppo però questi dati incoraggianti non scalfiscono la pervicace inconsistenza e debolezza su queste tematiche, delle agende dei partiti, che anzi hanno fatto fuori dalle liste dei candidati tutte quelle personalità che potevano rimandare a tematiche come quelle ambientali ed energetiche sulle quali, nel nostro Bel Paese, la conoscenza è un gap, l’ignoranza è un sistema.