Madrid-Barcellona, crisi
che riguarda l’Europa

È un momento grave per l’Europa. Il muro contro muro tra gli indipendentisti catalani e le autorità spagnole non riguarda soltanto Barcellona e Madrid, non è una partita alla quale possiamo assistere come spettatori facendo magari il tifo per gli uni o per gli altri. Nella confusione di queste ore, tra la folla in festa da una parte e dall’altra le riunioni convulse nelle stanze del potere, dove si debbono prendere decisioni difficilissime, una cosa chiara c’è: quel che è accaduto è una sconfitta della politica.


Non si tratta di discutere qui e ora se sia giusto o no che la Catalogna si separi dalla Spagna, se il modo scelto per affermare questa volontà sia stato legittimo, se la risposta del governo di Madrid sia stata adeguata. Quello che abbiamo sotto gli occhi, e che ci deve preoccupare, è che come esito dello scontro tra le rigidità, i non possumus, gli estremismi cui abbiamo assistito in questi giorni si è determinata una situazione che nell’Europa dopo la seconda guerra mondiale ha precedenti solo in quel che è avvenuto nei Balcani, sappiamo in quale tragico scenario di sangue. È un fantasma che fa paura. Speriamo che verrà esorcizzato con la forza della grande cultura civile che caratterizza la società spagnola e quella catalana, ma purtroppo l’esperienza ci dice che le crisi spesso prendono un corso irrazionale, che le escalation hanno una loro perversa logica autonoma. C’è chi teme le possibili derive violente di un certo estremismo presente nel campo indipendentista e chi si preoccupa delle scorie, in Spagna, del passato franchista. I primi debbono riconoscere che finora il movimento che chiede l’indipendenza è stato assolutamente pacifico. I secondi non possono ignorare che, certo, il pericolo di affermazione di pulsioni antidemocratiche, di possibili scivolamenti autoritari esiste a Madrid, ma non certo più che in molti altri paesi d’Europa. Dalla morte di Francisco Franco sono passati quarantatre anni, dal ridicolo tentativo di golpe di Antonio Tejero, ultimo soprassalto di revanche franchista, ne sono passati trentasei.

Sono un po’ troppi per giustificare la pretesa di leggere il conflitto tra Barcellona e Madrid nella chiave di una lotta tra la libertà e la dittatura.
Ma il pericolo non è solo quello di una eventuale, sciagurata svolta violenta della crisi. Il problema è anche nel fatto che nessuno pare in grado, ora come ora, di indicare una possibile via d’uscita. È possibile solo appellarsi alla ragionevolezza, alla moderazione, al sangue freddo dei protagonisti perché facciano un passo indietro. Fino all’altro giorno una possibilità pareva ancora praticabile con l’indizione delle elezioni politiche nella regione. Puigdemont pareva aver accettato l’idea ma poi ha fatto dietro-front sotto la pressione della folla. C’è ancora spazio per un negoziato su quella base? Che cosa potrebbe fare il governo Rajoy per verificarlo? Ritirare, intanto, i militari della Guardia Civil che sarebbero a bordo delle navi attraccate al porto di Barcellona?

Qualunque cosa accada nelle prossime ore, comunque è assolutamente necessario allargare il campo, comprendere e far comprendere (anche agli spagnoli e ai catalani) come e perché il modo di concepire i rapporti tra le regioni e gli stati e tra gli stati e gli stati basato non sul dialogo e sulla diplomazia ma sulla forza delle proprie ragioni contro quelle degli altri, il modo che abbiamo visto dispiegarsi in questi giorni, non può che portare al disastro in un continente in cui le diversità sono tante e tante sono le istanze identitarie. Eccetto l’Islanda, in Europa non c’è un solo paese che abbia una completa omogeneità etnica, linguistica, culturale, religiosa. Dobbiamo sperare che la dichiarazione dell’indipendenza a Barcellona non sia l’apertura di un vaso di Pandora. Il rischio c’è.
Per questo bisognerebbe, intanto, cercare di internazionalizzare la crisi catalana. Non nel modo, molto pro domo sua e anche abbastanza ingenuo, in cui l’hanno proposto gli indipendentisti chiedendo una specie di riconoscimento preventivo alle autorità dell’Unione europea, che lo hanno giustamente negato ma senza saper proporre altro che una inutile solidarietà con Madrid in nome dello status quo.

Barcellona 1° settembre 1976. 100, 000 persone festeggiano la caduta di Franco, che aveva soppresso qualsiasi tipo di nazionalismo catalano.

Ciò che sta avvenendo tra la Spagna e la Catalogna è l’ennesimo segnale di come e quanto siano inadeguati gli strumenti internazionali di prevenzione e di gestione delle crisi. Nessuno, neppure a sinistra, evoca più la necessità di una rivitalizzazione dell’Onu che la renda capace di operare, cominciando dalla riforma del Consiglio di Sicurezza. Nessuno sembra prendere più di tanto sul serio la necessità di ridiscutere i Trattati dell’Unione europea per evitare che Bruxelles continui a balbettare come ha fatto in questa occasione. Speriamo che il disastro di Barcellona serva almeno a far capire questo.