Democrazie illiberali
no grazie

 “Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guzot, radicali francesi e poliziotti tedeschi”.  Così iniziava la prefazione del Manifesto del Partito Comunista scritto centosettanta anni fa da Marx e Engels per incarico della Lega dei Comunisti (già Lega dei giusti).  Di comunisti in Europa ce ne sono rimasti ben pochi e il solo spettro fu quello evocato in Italia a metà degli anni ’90 da Silvio Berlusconi per vincere le elezioni e assumere la leadership del centrodestra fino a giorni nostri. Se c’è uno spettro che si aggira oggi per l’Europa, è invece quello delle democrazie illiberali o democrature, in particolar modo nell’Europa centro-orientale, con caratteristiche per ora diverse dai regimi nazi-fascisti che presero il potere dopo Hitler e Mussolini in Ungheria, Polonia, Romania, Bulgaria, nelle Repubbliche Baltiche trovando alleati in Spagna, Grecia e Portogallo con la sola eccezione della Cecoslovacchia.

Il governo democratico illiberale nasce da elezioni democratiche secondo i principi della democrazia rappresentativa e, al contrario delle democrazie liberali dove i governi perdono il loro consenso governando in alternanza fra forze progressiste e conservatrici, rafforza il potere conquistando progressivamente settori più ampi della popolazione e appropriandosi di scelte politiche anti-europee. Ciò è avvenuto in Polonia e nella Repubblica Ceca ed è stato confermato nelle elezioni dell’8 aprile in Ungheria ma partiti illiberali sono al potere in Austria, in Bulgaria, in Croazia mentre i Veri finlandesi (nazionalisti e euroscettici) sono entrati al governo nel 2015 così come – pur appartenendo alla famiglia socialista – ha connotati illiberali il sistema al potere in Slovacchia, dove il primo ministro Fico ha dovuto lasciare il governo al suo vice Peter Pellegrini dopo lo scandalo legato all’omicidio del giornalista Jan Kuciak.

Il governo democratico illiberale si pone due obiettivi prioritari: la demolizione dello stato di diritto all’interno del paese e il ritorno alla sovranità nazionale in funzione anti-europea. Lo stato di diritto, come sappiamo, è fondato su alcuni principi considerati irrinunciabili nell’Unione europea: la certezza del diritto, l’uguaglianza davanti alla legge, la separazione dei poteri e l’indipendenza della magistratura, il rispetto dei diritti fondamentali e il pluralismo. Demolizione dello stato di diritto e ritorno alla sovranità nazionale sono due facce della stessa medaglia.

La forza delle democrazie illiberali contro la democrazia europea ancora in statu nascendi non sta, come qualcuno potrebbe pensare, nell’eccesso di sovranità europea ma nella sua assenza come scrisse Barbara Spinelli nel suo saggio (Einaudi, 2014) su “La sovranità assente”: assente nella gestione dei flussi migratori, nell’eliminazione delle diseguaglianze, nella lotta al terrorismo, alla corruzione e alla criminalità organizzata, nelle politiche di recupero e di inclusione delle aree interne (le periferie urbane e le zone agricole), nella politica estera e di prossimità…

Che fare1. L’Unione europea non dispone di strumenti efficaci per contrastare la demolizione dello stato di diritto in un paese membro. Il Trattato (art. 7 TUE) prevede certo un meccanismo di allerta nel caso in cui un governo abbia dato segni di voler procedere alla sua demolizione e un meccanismo di sanzioni nel caso in cui la demolizione sia iniziata, ma l’allerta e le sanzioni sono nelle mani dei capi di Stato e di governo che devono decidere all’unanimità (in assenza naturalmente del governo demolitore) essendo così prigionieri del veto di altri governi illiberali, al contrario del “Progetto Spinelli” del 1984 che aveva inventato il meccanismo sanzionatorio ma lo aveva messo nelle mani imparziali dei giudici della Corte in Lussemburgo. E poiché leader illiberali si trovano fra i popolari ma anche fra i liberali (il ceco Babis) e frequentavano anche la famiglia socialista (Zeman a Praga e Fico a Bratislava), è evidente che non ci si può attendere un atto di coerenza democratica dal Consiglio europeo.

 Il Trattato consente tuttavia a un milione di cittadini europei (iniziativa di cittadini europei, art. 11.4 del Trattato) di chiedere alla Commissione europea di elaborare uno strumento giuridico non previsto dal Trattato e di chiederne l’approvazione al Parlamento Europeo e al Consiglio (che decide a maggioranza). Su questa base e su iniziativa del Movimento europeo in Italia e di comitati che si stanno istituendo in altri sei paesi europei, sarà avviata nelle prossime settimane una campagna popolare per dotare lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia (art. 70TFUE) di uno strumento che consenta di monitorare regolarmente il rispetto dello stato di diritto negli Stati membri (e nell’Unione europea) anche attraverso la creazione di una commissione simile alla Commissione di Venezia sulla democrazia del Consiglio d’Europa, di coinvolgere il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali e di rafforzare i poteri dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali di Vienna. In tal modo si riempirebbe di sostanza giuridica e si darebbe rilievo pubblico e trasparente alla procedura di allerta e sanzione dell’art. 7.

2. Fra poco più di un anno ci saranno le elezioni europee (23-26 maggio 2019). Con il sistema attuale degli Spitzenkandidaten, inventato da Martin Schulz nel 2013 (Le Monde scrisse che si trattava di una fausse bonne idée, ndr) nell’illusione di diventare presidente della Commissione europea nel 2014 e secondo le proiezioni sul prossimo Parlamento europeo (PE) a ventisette – facendo stato a febbraio 2018 – il PPE (il Partito Popolare europeo, la famiglia di cui fanno parte i primi ministri ungherese, polacco, austriaco e bulgaro) continuerebbe a essere il partito e il gruppo di maggioranza relativa pur perdendo voti e seggi e, mantenendosi a distanza di sicurezza da un PSE in eguale perdita di voti e seggi, potrebbe pretendere di avere ancora una volta la presidenza della Commissione europea. L’unico modo di contrastare la continuità alla testa delle istituzioni europee del PPE (Commissione e Consiglio Europeo)  che, con l’eccezione di Prodi, dura dal 1995 , è quello di immaginare una coalizione di innovatori che, con l’uscita del Regno Unito, potrebbe ottenere una maggioranza di seggi al PE confinando all’opposizione il PPE insieme agli altri gruppi di destra ed estrema destra. Tale coalizione dovrebbe scegliere – preferibilmente attraverso delle primarie – un candidato unico alla presidenza della Commissione europea con un programma di governo per la legislatura 2019-2024. L’alleanza dovrebbe porsi l’obiettivo di ridare sovranità all’Unione europea in una Comunità federale nei settori in cui essa è assente ed è stata sostituita dalle apparenti sovranità nazionali delle democrazie illiberali: gestione dei flussi migratori e dell’accoglienza, eliminazione delle diseguaglianze, politiche di recupero delle aree interne, lotta alla criminalità e al terrorismo, politica di pace e cooperazione nel mediterraneo, last but not least rispetto e attuazione degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile. Come ha scritto Jeffrey Sachs su Il Sole 24 Ore il 12 aprile, un laboratorio della coalizione europea di innovatori potrebbe essere in Italia un’alleanza di governo tra un movimento dissidente e (ex-) anti-establishment come M5S e partiti tradizionali socialisti e socialdemocratici, cui associare in Europa i partiti ecologisti (https://www.strisciarossa.it/gli-innovatori-ripartano-dalleuropa-unita/).