Odio e indifferenza,
un popolo perso
nella palude dell’inciviltà

Alla citazione del nome “Italia” viene facile, scontato, di questi tempi, aggiungere dalla memoria di letture scolastiche quei versi celeberrimi di Francesco Petrarca, “Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno/ a le piaghe mortali / che nel bel corpo tuo sì spesso veggio,/ piacemi almen che ‘ miei sospir’ sian quali/ spera ‘l Tevero et l’Arno, /e ‘l Po… ”. Sette secoli fa. Oggi si potrebbe aggiungere quest’altra desolata e meno patriottica constatazione da fine cena con gli amici (ovviamente di sinistra): “Ah, se potessi me ne andrei…”. Dove? Qualcuno dice Svizzera, ma è troppo cara. Altri, per sicurezza, vorrebbero spingersi più a nord: Svezia, Norvegia. I più pratici sognano il Portogallo: pensione piena, detassata…

Andata e ritorno

I giovani se ne vanno. L’Australia è la meta di moda. Ma quasi sempre tornano da mamma. I fortunati si iscriveranno ad un nuovo master, che consegnerà i meno fortunati di loro, senza santi in paradiso, intorno ai trent’anni, ad un lungo apprendistato a cavallo di un vespino con le pizze in caldo da consegnare, testimoni dei “nuovi lavori”, consoni alla nostra modernità, buoni per le statistiche Istat.

Una volta a quindici anni si entrava in fabbrica e si tornava a studiare alla scuola severa del sindacato o del Partito (Partito con la P maiuscola, il Partito per eccellenza, quello che istruiva, formava, selezionava i quadri, che imponeva il centralismo democratico…), si studiava e si usavano abitualmente parole ed espressioni come classe, giustizia sociale, sfruttamento, lavoro, eguaglianza, lotte, persino cultura.

Di prima mattina si leggevano l’Avanti e l’Unità, che come è noto non esistono più. Adesso dall’alba e ben oltre il tramonto si compulsa strenuamente l’iphone, per sfogliare i commenti che compaiono su Facebook o i siti dei giornali, dai quali si può apprendere tutto dei reali d’Inghilterra, di Wanda Nara, delle proteste di Antonella Clerici, privata della conduzione di qualcosa in Rai ma non dello stipendio.

Tra farsa e tragedia

Si possono allo stesso modo seguire le ultime notizie su Tav e grandi opere, sulle imprese moscovite della Lega, sui barconi bloccati a distanza dalle nostre coste, sugli annegati nel mare di nessuno, in un carosello che dalla tragedia riconduce alla farsa e viceversa. Si possono soprattutto conoscere gli ultimi tweet di Di Maio e gli ultimissimi di Salvini, che è assai più lesto dell’alleato.
Una volta la politica scorreva lungo i fluviali articoli di fondo dei giornali del Pci, del Psi, della Dc, nelle tesi congressuali, nelle relazioni congressuali, in Parlamento, anche nei corridoi del Parlamento… Il Corriere sintetizzava e commentava. Poi qualcuno (non faccio nomi) scoprì che quegli editoriali erano troppo lunghi. Erano sempre troppo lunghi. Altri più avanti sentenziarono che il dibattito parlamentare intralciava le decisioni. Che si doveva assicurare la governabilità. Che infine un clic on line poteva rimpiazzare le assemblee. Ecco la soluzione ultima: in un cinguettio il pensiero di Salvini o di Di Maio, un pensiero che si può evidentemente riassumere nel nulla di uno slogan, di una minaccia, di una diversione.

Un vortice di odio

Il povero carabiniere ucciso è vittima di criminali nordafricani, che meritano i lavori forzati (e la professoressa di storia dell’arte contraccambia: “Uno di meno”); il sindaco pd di Bibbiano diventa complice di presunti malfattori che sfruttano i bambini, inventando accuse infamanti per sottrarli ai legittimi genitori; gli immigrati sui barconi sarebbe meglio se stessero a casa loro; manderemo le ruspe al campo rom; abbiamo salvato l’Alitalia; alzeremo un muro tra Gorizia e Trieste…; abbiamo salvato l’Ilva; “porti chiusi”; diventa più ampia la possibilità di legittima difesa: potete sparare su chiunque si affacci alla porta di casa vostra; “prima gli italiani”; eccetera eccetera. Persino un “abbiamo vinto la povertà”, come aveva potuto annunciare Di Maio da un balcone istituzionale e come non sarebbe stato capace alcun rivoluzionario…

Rimettere insieme in un mosaico informazione-comunicazione-propaganda di questi anni, dai giornali grandi e piccoli alla Rai (la Rai, si capisce, dove si sono voracemente insediate le truppe leghiste-pentastellate) ai social dei nostri leader sarebbe un esercizio divertente, non so quanto sarebbe utile. Interessa a qualcuno provare a distinguere tra verità e calunnie, tra promesse e realizzazioni, tra coerenza e dietrofront, tra annunci e risultati?

Incapaci di reagire

Il “popolo” italiano, tante volte evocato dalla politica, saprebbe reagire alla somma delle bugie, degli insulti, delle banalità, della grossolana pubblicità a colpi di flat tax o di reddito garantito? Neppure di fronte alle liti e alle volgarità dei due ducetti sembra capace di reagire. Eppure un governo insipiente, immobile, diviso è un rischio enorme per tutti, in un paese che presenta conti economici fallimentari, un governo, come si dice ora, sovranista, con vocazione antieuropeista nella sua componente più rumorosa, che aspira ad una ipotetica italexit…

I sondaggi certificano la crescita della Lega ad ogni sparata di Salvini. Un “popolo” drogato di slogan e di televisione, pubblica o privata, che riduce la politica ad una interminabile rassegna di esternazioni, di parole mandate a memoria e recitate davanti al microfono, che si compiace di baraccate tipo Sgarbi-Maglie-Mughini, che esalta la violenza verbale e legittima il ricorso al peggio del nostro vocabolario (e Corriere e Repubblica on line puntualmente riprendono il peggio)…

Senza identità, senza pietà

Un popolo involgarito e al tempo stesso gratificato da quell’accesso ai consumi garantito dalla grande distribuzione, da Amazon o dalle case dell’abbigliamento low cost, persino sfamato e arricchito in una economia in nero o in una economia criminale, senza tasse (siamo sempre al comando nella graduatoria degli evasori), senza responsabilità verso la collettività… Certi casi, come a Roma quando una folla fu aizzata contro una famiglia rom che andava ad occupare legittimamente un piccolo alloggio, o come in Puglia, sassi contro migranti che lavorano nei campi, dimostrano una perdita di identità, di senso della comunità, di solidarietà, persino di pietà…

Mi vengono in mente i teppisti di Manduria che avevano maltrattato fino alla morte un povero pensionato, l’omertà attorno, il ritardo delle denunce. Ma alla voce “baby gang”, google stende un elenco infinito di aggressioni, furti, violenze, persino di morti, protagonisti giovani che dovrebbero studiare, ben nutriti, non proprio sottoproletariato pasoliniano da “vite violente”. Come è possibile tanta malvagità.

Il corto circuito

Colpa di Salvini? Oppure sono questo paese, la sua storia, la sua lingua che hanno consentito a Salvini questa preminenza (quasi un secolo fa la consentirono al fascismo)? Il corto circuito è impressionante. Ci si alimenta a vicenda, il parassita e il corpo infiacchito, alla resa.

Mi pare che in questa palude di inciviltà dilagante si sommino la crisi della famiglia, quella che dovrebbe garantire i primi insegnamenti ai giovani figli, a chi deve fare il suo ingresso nella società; il degrado della scuola; la sostituzione dell’una e dell’altra, di scuola e famiglia, da parte prima della televisione e dei cosiddetti social, tribune incontrollate di ogni nefandezza (Grillo e i suoi grillini hanno fatto le prove generali d’odio indiscriminato, non di contestazione politica); la scomparsa della grande fabbrica, la parcellizzazione del lavoro e le difficoltà del sindacato come di tutti i corpi intermedi; la fine o quasi dei partiti.

Resta la Chiesa, unica istituzione capace di garantire dottrina ma anche di organizzare pratiche concrete e positive. Restano realtà minoritarie, attive, anche numerose ma marginali.

I partiti sono stati, dalla Liberazione in poi, l’ossatura della prima repubblica, della democrazia italiana, tra contraddizioni, lacerazioni, scandali, corruzione. Ma il loro tracollo, fino quasi alla scomparsa, ha reso evidente “un vuoto di educazione civica e di selezione della classe dirigente” (Sabino Cassese), un tema del tutto assente dal dibattito politico (e come potrebbe essere presente considerando chi fa politica oggi?), un tema dal quale forse si dovrebbe ripartire, giusto per chi ancora resiste, ma sempre più debolmente per sfiducia, per mancanza di riferimenti.

Valori oscurati

La povertà ideale della sinistra è sconcertante. La rinuncia a misurarsi con il passato e con la realtà profonda di questo presente e la prevalenza di quelle che appaiono polemiche per pochi intimi, gelosie di cortile, vendette, fragili trincee a difesa di miseri privilegi, non possono disegnare un orizzonte. Anzi oscurano un possibile orizzonte di valori. La sensazione è che non si capisca la gravità della malattia e che si preferisca attendere seduti lungo la sponda di un fiume il cadavere di un governo che non cadrà. Il cemento del potere resiste alle facce dure dei contendenti, all’incompetenza, al dilettantismo grottesco, pure alle figuracce che un tempo avrebbero mandato a gambe all’aria anche il più solido dei democristiani, allora non certo protetto dall’indifferenza del suo “popolo”.