Un urbanista rigoroso e comunista
Ci ha lasciato Edoardo Salzano

Un maestro per molti. Per moltissimi un amico. Perché era così, Edoardo Salzano, anzi Eddy. Impossibile conoscerlo e non restare affascinati dal suo sorriso e dalla sua cultura, ampi e aperti entrambi. Impossibile occuparsi di urbanistica e non frequentare il suo sito, Eddyburg, concepito esattamente come lui concepiva le città da progettare, il suo lavoro: la casa di tutti, un luogo dove vivere bene.

Un comunista d’altri tempi

Edoardo Salzano
Dal video “Autoritratti. L’Urbanistica italiana si racconta”di Elena Bertani per Città Bene Comune

Oggi, diceva, le città sono diventare un mosaico di recinti, ogni piccolo quartiere chiuso nei suoi confini protetto da barriere, che sia il quartiere dei ricchi, che sia il quartiere dei poveri: una serie di segregazioni, il contrario esatto di quello che deve essere una città.
Ci ha lasciato la notte scorsa, Eddy. Era un uomo generoso e rigoroso. Nipote di Armando Diaz, era un comunista d’altri tempi, con uno stile elegante e netto, senza le astuzie volpine della bassa politica. Tre le sue stelle polari, riassunte in tre parole latina, urbs, civitas, polis. La città materiale, la città sociale, la città politica.

Città, società, politica. Bene comune

Uno slogan? Macché: un metodo di lavoro, invece. Non c’è mai stato un piano regolatore firmato da me, si vantava, e non era vero, se ne contano almeno una ventina. Quel che era vero invece è che per nessun piano si è chiuso in uno studio ad elaborare materiali già raccolti. In ogni città che l’ha chiamato come professionista, per fare un piano regolatore, ha preteso che venisse aperto un ufficio comunale apposito, e alle riunioni organizzative convocava l’assessore.

Ad un ufficio possono rivolgersi anche i cittadini, ad uno studio privato è più difficile. E pianificare si può, se c’è una comunità e una politica capace di organizzarsi. La politica è questo, nel senso più alto: il bene dei cittadini che abitano la città, lo sguardo lungo oltre la durata del mandato politico, la capacità di autocritica e la verifica su campo.

Edoardo Salzano Eddy
Cos’è una città, come cresce, come si potrebbe evolvere. Il suo primo libro, nel 1969, fu “Urbanistica e società opulenta”. Veniva dall’esperienza di consigliere comunale a Roma, dove l’opposizione  comunista era guidata da persone coraggiose e rigorose come Aldo Natoli e Piero della Seta. Poi l’esperienza amministrativa a Venezia,  sempre con il Pci, dove i suoi piani sono stati smantellati dalle amministrazioni seguenti, incuranti della tutela e degli spazi comuni, molto più preoccupate di favorire affari e gentrificazione, con i nefasti effetti che, già dopo una decina di anni e tanto più oggi, si possono vedere. Un amore, quello per Venezia, che lo ha portato a scendere in piazza con la sedia a rotelle, poche settimane fa, contro lo scandalo delle grandi navi.

L’amore per Venezia

Edoardo Salzano
Edoardo Salzano in piazza contro le grandi navi

A Venezia ha a lungo insegnato all’Iuav, Istituto universitario di architettura di Venezia, anche lì costruendo una comunità attorno al suo insegnare. Poi, nel 2003, curioso e aperto com’era, ha aperto un sito, Eddyburg, che si occupasse “di città, società, politica e di argomenti che rendono bella, interessante e piacevole la vita”. Polemica battente, impegno politico, ma anche articoli di spessore, cultura, cibo e perfino umorismo.

Tra i suoi molti libri, il più conosciuto è “Fondamenti di urbanistica” (2004), ma molto interessante è “Memorie di un urbanista” (2010), in cui racconta passioni e patemi, una lotta continua, spesso sconfitta ma non rassegnata né domata. Perché la battaglia tra la città della rendita e dei poteri forti è da sempre in lotta contro la città dei cittadini, di chi vi abita. Sì, anche i ricchi piangono in una città mal governata e preda della speculazione, si rammaricava Salzano. Ma, ci ha sempre ricordato, nella città del buon governo, dove gli spazi siano davvero “comuni”, c’è invece giustizia, c’è la possibilità di una comunità solidale e includente. C’è, insomma, un’altra politica.