Un sindacato per le
“fiamme gialle” aiuta
la lotta all’evasione

Sono coloro che potrebbero salvare il nostro Paese di fronte al rischio imminente di una recessione economica,  con danni sociali  enormi da sommare a quelli già esistenti. Sono coloro che potrebbero trovare le risorse necessarie per finanziarie un piano d’investimenti capace di dare una risposta concreta alla fame di lavoro dilagante. Sono i “finanzieri”, le “fiamme gialle”, addetti a indagare sull’enorme  matassa delle evasioni fiscali. Per usufruire pienamente della loro capacità d’intervento, serve dar loro autonomia ed efficienza. Anche per questo si parla da anni di smilitarizzazione di questo comparto pubblico. Un primo passo è avvenuto con la nascita del Silf, il sindacato italiano lavoratori finanzieri. Una prima conquista dopo una sentenza della Corte Costituzionale che garantisce la rappresentanza anche alle forze armate. Come ha avuto modo di affermare Stefano Castelli, uno dei fondatori del sindacato, dovrà tra l’altro garantire “quel presidio di controllo democratico, indispensabile per la prevenzione dei fenomeni di corruzione, evasione fiscale e di criminalità economica che attanagliano l’Italia”.

E’ una tappa importante di una lunga storia raccontata in un libro dal titolo che è tutto un programma: “Democrazia indivisa” (editore StreetLib, proposto da ytali). Un titolo che allude alle divise delle “fiamme gialle” e nello stesso tempo al concetto di democrazia che non si può dividere. Mentre il sottotitolo spiega “Il ’68 del Movimento dei finanzieri democratici”. E’ infatti la puntigliosa rievocazione di una battaglia iniziata in quell’anno ricordato spesso solo per la rivolta studentesca e per le conquiste operaie.  L’autore, Claudio Madricardo , un giornalista già militante in Avanguardia operaia, è stato uno dei principali promotori di quella esperienza sessantottina. Tutto cominciò, come ricorda nella prefazione Giuseppe Giulietti, a Venezia.

Un’assemblea negli anni 70 per la democratizzazione delle fiamme gialle con in prima fila Ugo Pecchioli e Massimo d’Alema. Nonché Toni De Marchi (l’Unità)

Il primo episodio consiste, infatti, in un  volantino affisso sui muri delle calli veneziane percorse abitualmente dai finanzieri per andare al lavoro. Un testo tra l’altro pubblicato dall’edizione locale de “L’Unità” il 16 aprile del 1976. Il documento, leggiamo  nella ricostruzione di Madricardo,  rappresentava sostanzialmente lo sfogo per “un’incazzatura personale”, secondo l’ammissione del suo stesso autore, Vincenzo Montenegro, aiutato da uno studente di Ca’ Foscari di nome Giovanni Lorenzi. Appare così anche il nome di un nostro collega e compagno, Toni de Marchi, all’epoca inserito nella  redazione veneta dell’Unità. La sua testimonianza accenna “alla pesante atmosfera di repressione che si respirava subito dopo la nascita del Movimento”. De Marchi, in quegli anni, faceva anche parte di una consulta nazionale del Pci sulle Forze Armate, guidata da Ugo Pecchioli. E racconta di un Berlinguer che aveva espresso l’impegno del partito “per la democratizzazione e la smilitarizzazione della GdF”. Un’affermazione che poi venne corretta facendo posto a una posizione più prudente. C’era il timore che sul partito potesse cadere il sospetto di voler strumentalizzare le vicende   che riguardavano le Forze Armate.

Fatto sta che quel movimento cominciava ad allargarsi, con  la consapevolezza, scrive Madricardo, che negli altri paesi la maggior parte delle funzioni assolte dalla GdF erano svolte da strutture civili. Come spiega in un intervento di quei giorni il finanziere Francesco Scola: “Siamo in grado di far pagare le tasse con equità e giustizia combattendo le evasioni fiscali? Noi riteniamo di dover parlare con molta onestà e dire senza falsità che a no­stro giudizio non siamo in grado di fare quello che la società ci chiede”. Mentre un segretario  confederale della Cisl, Eraldo Crea,  durante una manifestazione a Mestre afferma: “Bisogna partire dalla liquidazione di un sistema fiscale borbonico e feudale indegno di un paese civile e moderno, indegno del livello di coscienza democratico del suo popolo”.  Ricorda uno dei padri del movimento, Raffaele Dore: “Nei nostri documenti chiedevamo che si sfruttassero la nostra intelligenza e la nostra competenza, che ci facessero dare veramente la caccia all’evasione fiscale e che si mettesse in atto una riforma della GdF, cosa che non è mai stata fatta”.

Molti gli spunti relativi alle condizioni in cui operavano i finanzieri. Quando facevamo la domanda di matrimonio – narra Antonio Roberti – “il Corpo faceva delle indagini sulla moralità della promessa, e talvolta al finanziere veniva perfino proibito di sposarsi”. C’è chi rammenta che a un altro finanziere vennero dati tre giorni di camera di punizione “perché procreava senza l’autorizzazione dei superiori”.  Scrive un altro dei fondatori del movimento, Carmine Buffone. “Una struttura civile agile, efficace, libera da vincoli gerarchici invadenti potrebbe dare quei benefici alla lotta all’evasione fiscale che sono necessari”.

Una battaglia ancora all’ordine del giorno. Oggi, come dicevamo all’inizio, siamo ad una fase nuova, con il voto della Corte Costituzionale e la  nascita di un sindacato della Guardia di Finanza. Meriterebbe di essere accolto, scrive Matricardo anche l’obiettivo della smilitarizzazione.  E’ vero. Tanti parlano della necessità di adottare una politica di investimenti per creare lavoro. Pochi però indagano sugli strumenti necessari per adottare una tale politica. Certo si può ipotizzare un “contributo di solidarietà” da parte delle grandi ricchezze. Un intervento  determinante potrebbe però venire proprio dalle “fiamme  gialle”.  Sapendo che l’evasione fiscale, secondo dati ufficiali, si aggira fra i 250 e i 270 miliardi di euro.  Una cifra enorme. Per aggredirla meglio non sarebbe più utile un organismo meno sottoposto a criteri militari, costretto a compiti che portano via tempo alle funzioni per cui sono preposti?