Un Sanremo nel segno di Fiorello
che piace anche se non piace

Tutti fermi. E’ cominciato il Festival di Sanremo. Qualunque cosa affermino i detrattori (molti meno di quanti si atteggiano ad esserlo) o gli espliciti e appassionati sostenitori, un fatto è certo: da sessantotto anni, con i social a disposizione ora rispetto al passato, quello che accade sul palcoscenico dell’Ariston attrae e respinge, catalizza e divide. E sempre fa discutere, crea fazioni, premia e distrugge. Coinvolgendo tutti, qualunque cosa si vada sostenendo al bar, in ufficio, in libreria, in autobus o in treno. I numeri la dicono lunga. Quasi dodici milioni di telespettatori con uno schare del 52 per cento. Più dell’edizione record Conti-De Filippi.

Perché Sanremo fa parte, lo si voglia o no, della storia nostra e del Paese? Troppo abusato il tentativo di leggere la kermesse in chiave nazionalpopolare (anche mettendoci il trattino) forse è meglio cercare altre motivazioni. Gli italiani sono un popolo di appassionati di calcio, e quindi sono tutti commissari tecnici. E Dio sa quanto ce ne sarebbe stato bisogno…Sono tutti raffinati politici in grado di impartire lezioni di democrazia e lo fanno a gran voce anche se in un momento come questo almeno un po’ di cautela e di riflessione sarebbe auspicabile da parte di ognuno. Hanno tutti bisogno della gara, della competizione, della scommessa. E se poi la competizione si coniuga con la curiosità, il look, il gossip, la critica e le sette note, gli inciampi e l’ironia, cosa c’è di meglio di Sanremo?

Sarà questo intreccio a dosi non sempre equilibrate che comunque diverte, incuriosisce e stimola il dibattito. O piuttosto sono quei temi del quotidiano, ora che è meno di moda battere sulla rima di cuore con amore, che nei testi sono sempre più presenti: il lavoro, il dolore, le realtà sociali. La disperazione e la speranza che animano le vite di tutti noi. E che arrivano sul palco anche attraverso la delicatezza di un fiore indossato dalle donne ma anche dagli uomini in gara per dire “io sono qui”, per schierarsi contro la violenza di genere che si consuma quotidianamente. In modo sempre più cruento e troppo spesso nell’indifferenza. E nella sottovalutazione. Ma la kermesse è anche una grande operazione di marketing che affascina e coinvolge. Ancora una volta con un saldo attivo di più di nove milioni di euro.

Appare evidente che una sola giustificazione non c’è. E ognuno si convincerà che la sua è la migliore. Ma c’è un intreccio nel tessuto trasversale del Paese che oggettivamente ancora tiene milioni di spettatori davanti ai televisori per ore. I giovani hanno altri strumenti. Con i social che sembrano fatti apposta per catalizzare chi del Festival dice di fregarsene e poi sta lì a twittare per parlar male ma lo fa fisso, mentre gli appassionati se la godono placidamente sul divano. Questo appuntamento di febbraio, che attraversa tutto l’anno tra anticipazioni e commenti successivi, è come la gita di Pasquetta o il Ferragosto al mare, Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi.

Il Sanremo di Claudio Baglioni, direttore artistico e “sagrestano del Festival”, ha preso il via tra le polemiche, le critiche e gli entusiasmi equamente condivisi con Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino che sanno anche cantare oltre che fare il loro mestiere. Un’edizione all’insegna dell’italianità. Anche gli ospiti stranieri, Sting e James Taylor, dovranno cantare una canzone italiana. Ma almeno per quanto riguarda la prima serata è stato il Festival di Fiorello.

Un mattatore vero, generoso e provocatore. Voleva fare “lo scaldapubblico”. Ha infiammato la serata. Da tenerselo anche correndo il rischio di veder offuscare i titolari. Ma lui non lo farebbe. E’ stato l’estemporaneo realizzatore di un rinnovato baudismo quando alle prime battute si è trovato a fronteggiare la disperazione di un uomo che è riuscito ad arrivare fin sul palco. Chissà come…Le esibizioni, sono state due, anzi tre considerando la comparsata nel Tg1 che hanno messo a rischio le coronarie della dirigenza Rai, terrorizzata dal mancato rispetto della par condicio, appena si è messo a parlare di politica. Ci sarà pur qualcuno che ha ripreso con un telefonino il voto per alzata di mano che la platea è stata invitata a fare senza essere inquadrata. Un sondaggio estemporaneo ma, pare, molto esaustivo nella confusione totale di un’Italia che tra venticinque giorni si troverà con una matita in mano e molte idee confuse. Ma resterà indimenticabile quella citazione del “toy boy di Orietta Berti” che “se vince andiamo tutti a casa” e altrettanto da ricordare, tanto amaro quanto vero, l’annuncio che nella città dei fiori si sarebbe trovato a suo agio Edogan spinto dall’allettante possibilità di “ trovare 1300 giornalisti tutti insieme”….certo tutti liberi. Di Maio ha gradito la citazione per lui beneaugurante. Tutto fa brodo. Anche Renzi ha twittato per far sapere che anche lui aveva apprezzato la performance. Pietro Grasso, a Fiorello che su Liberi e uguali aveva giocato trasformandolo in Liberi e belli fa sapere “sì, siamo anche belli”.
Non c’è quest’anno il massacro dell’eliminazione dei big che negli anni scorsi ha fatto vittime illustri. Un destino che toccherà ancora ai giovani. Ma loro si devono fare le ossa. Venerdì si conoscerà il vincitore in quella categoria. Sabato il nome di chi si porterà a casa il trofeo del Festival numero sessantotto. Non rivoluzionario come l’anno che fu, ma pacatamente ammiccante con una sigla che ricorda il po, po, poo, po simbolo di un tempo in cui si giocavano ben altri campionati del mondo.

Nessun comico all’Ariston. Almeno per una sera. Laura Pausini via telefono perché ammalata, non è mancata la presenza professionale ed accattivante di Gianni Morandi che non poteva non esserci all’esordio del sodale di tanti concerti nel momento difficile di sperimentare il ruolo di direttore artistico ma anche conduttore, cantante ovviamente, e attore che non ha voluto fare “un raduno degli alpini” ma uno spettacolo con la centralità della musica.
Abiti belli e meno. I fiori dell’antiviolenza. Canzoni orecchiabili ma quasi tutte impegnate. Poco cuore e amore, appunto. Ci sono i marziani, peraltro evocati anche nel look del palco con l’inevitabile scala questa volta fantascientifica, una citazione di Scampia, un bel po’ di luoghi geografici, un inno alle donne, c’è anche un piccione, e strofe per la pittrice Frida, stagioni e meteorologia, disoccupati ed esodati. Il terrorismo. Più nella norma il giallo della canzone clonata a rischio eliminazione. Meno la signora di 83 anni che ha ballato con la verve di una ragazzina. E via così.
La gara è cominciata. Ed anche il dibattito. Perché Sanremo è Sanremo.