Un ponte aereo
per salvare
i bambini yemeniti

Sotto l’egida nella Nazioni Unite, la storica, spesso informale e sempre riservata diplomazia di pace del Nord Europa, ha ottenuto una vittoria. È stato aperto, questa settimana, il ponte aereo umanitario che ha sta permettendo a un gruppo di pazienti molto gravi di uscire dallo Yemen in guerra per ricevere cure. Si tratta soprattutto di bambini e bambine in condizioni critiche. I primi sette hanno lasciato il Paese dall’aeroporto di Sana’a lunedì scorso, altri trenta sono in lista per i prossimi giorni.
Il Consiglio norvegese per i rifugiati, NRC, ha seguito l’operazione da Oslo e, nello Yemen, tramite il direttore dell’organizzazione Mohammed Abdi, in collaborazione con la confederazione globale contro la povertà CARE. L’organismo norvegese lavora in trenta Paesi che sono un inferno a causa della guerra e cerca di ricostruire un futuro in questi luoghi.

Per i malati gravissimi è troppo tardi

Il ponte aereo per i malati gravissimi arriva troppo tardi, ha detto Mohammed Abdi a nome del Consiglio norvegese per i rifugiati: migliaia di yemeniti sono già morti aspettando di lasciare il Paese per ricevere cure urgenti e potersi salvare. “A queste persone – scrive il Consiglio norvegese per i rifugiati – era stata consegnata una sentenza di morte tre anni fa, quando la coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha bloccato tre anni fa l’aeroporto di Sana’a…Ora speriamo che questi voli medici possano salvare altre persone, oltre al piccolo gruppo già partito. Non c’è giustificazione per impedire a civili ammalati di ricevere cure. Questo piccolo, ma significativo passo ci aiuta a costruire fiducia reciproca tra le parti del conflitto. Deve cessare il loro braccio di ferro politico e devono aprire del tutto l’aeroporto di Sana’a”. È stato aperto un varco importante, ha detto Lisa Grande, coordinatrice umanitaria delle nazioni unite nello Yemen.
Almeno trentaduemila yemeniti sono morti aspettando di ricevere cure mediche specialiste all’estero, il resto dello sterminio l’hanno fatto gli attacchi militari, la fame e la sete, il colera, cinque anni di assedio di una crudeltà premoderna, in cui si attende che le persone muoiano intrappolate in un blocco totale, in cui non filtra nulla di essenziale per la vita. L’ottanta per cento della popolazione, ventiquattro milioni di persone, attendono assistenza e protezione umanitaria, venti milioni hanno bisogno di una razione alimentare minima che oggi non ricevono, dieci milioni stanno già scivolando nella morte per fame. Per 240 mila yemeniti le Nazioni Unite parlano di “livelli di fame catastrofica”.
Sul piano geopolitico, ciò che sta accadendo nello Yemen è un gioco di guerra tra Teheran e Riyadh. Sia l’Iran (pro-popolazione Houthi, anche loro sciiti, fedeli all’ex- presidente Abdullah Saleh), che l’Arabia Saudita (sostenitori del sunnita “presidente” Mansour Hadi) preferiscono confrontarsi in “proxy wars”. I conflitti non investono direttamente i protagonisti di questa guerra lunga fredda del Medio Oriente, ma utilizzano il sostegno a parti messe l’una contro l’altra come aree di test e simulazione. L’Arabia Saudita confina a Sud con lo Yemen, un Paese quindi in posizione strategica nel Golfo, dove la libertà di navigazione è fondamentale per tutti, sia per il trasporto del petrolio, che per gli altri commerci.

L’immobilismo dell’Unione europea

Al di là di tanti bei comunicati, l’Unione Europea nel suo insieme non si è esposta con azioni di pace concrete. Solo i Paesi nordici si sono fatti carico di questo campo di concentramento a cielo aperto che è lo Yemen, con un disperato lavoro umanitario-diplomatico. Forse non verrà mai raccontato da nessuno, o solo in minima parte. A Stoccolma due anni e mezzo fa sono ufficialmente partiti i negoziati tra il governo ufficiale dello Yemen e gli Houthi. Sembra che negli ultimi due mesi, nonostante il silenzio sull’esito dei colloqui, si siano fatti dei forti progressi. Lo dimostrerebbe anche il ponte aereo medico per i bambini che la Norvegia è riuscita ad ottenere.
Il sostegno militare di Stati Uniti, Regno Unito e Francia alla raccogliticcia e litigiosa coalizione dei Paesi del Golfo avrebbe dovuto por fine alla guerra in pochi mesi, negli scenari annunciati. La BBC ha intervistato Michael Stephens, un esperto di Medio Oriente del Royal United Services Institute (Rusi), un gruppo di studio con base a Londra.

L’idea di Stephens è che questa guerra stia danneggiando tutti i Paesi coinvolti a qualunque titolo. Il governo britannico viene ricorrentemente citato in giudizio da associazioni umanitarie e centri per la pace: fornire armi all’aviazione saudita ha significato, in questi anni, anche bombardamenti di scuole, ospedali, mercati, cortei funebri, con la morte di oltre cinquantamila civili e diciassettemila militari (fonte Armed Conflict Location & Event Data Project, USA).
Il Consiglio norvegese per i rifugiati lavora assieme a CARE, che unisce organizzazioni sorelle di quattordici Paesi. Fondata negli Stati Uniti nel 1945, CARE inviò pacchi di cibo a una popolazione europea stremata. Nel 1946, l’allora primo ministro norvegese Einar Gerhardsen firmò l’accordo per ricevere sostegno. Quando, nel 1950, arrivò l’ultima spedizione, più di trecentomila pacchi CARE con cibo, vestiti, libri giocattoli erano stata distribuita alle famiglie norvegesi nel bisogno. CARE aiutò nel 1960 la Norvegia ad avviare un pionieristico programma sanitario. Nel 1970 il Paese Nordico decise che era ora di restituire, per altre vie, a Paesi in ginocchio per la guerra, ciò che aveva ricevuto. Nel 1980 nacque CARE Norvegia. Nello Yemen finora non è filtrata neppure una razione alimentare. Per Svezia e Norvegia questo primo aereo da Sana’a con a bordo i bambini che lasciano lo Yemen assediato per cercare di guarire è la prima breccia aperta.