Un passo indietro verso il futuro Sciamano e giornalista, stessa idea

Cosa hanno in comune uno sciamano Yanomami e l’ex direttore della rivista di sinistra statunitense The New Repubblic Franklin Foer? Un libro, è la risposta facile. Ospiti del Festivaletteratura di Mantova, qui hanno presentata, in giorni diversi, il loro lavoro.
La risposta difficile però è un’altra. Vediamo. Innanzitutto quel che non hanno in comune: Foer è un americano in camicia bianca, Davi Kopenawa porta sulle guance i segni tribali, e in testa l’elegante corona di piume di uccelli esotici che segnalano il suo rango sociale.

E’ uno sciamano, guida spirituale del suo popolo: non ha scritto “La caduta del cielo”, ma le sue parole, dopo una discussione con il suo popolo, sono state raccolte dall’antropologo Bruce Albert in un ponderoso volume edito da Nottetempo. Un unicum: cultura viva a basso tasso di mediazione. “Abito la foresta amazzonica nello stato di Roraima, mi dicono che siamo ai confini con il Venezuela. Cosa sono i confini? Non capisco. La foresta è una, uno è il suo spirito. Noi yanomami abbiamo cura della foresta, la curiamo, la preserviamo. Voi siete stati creati dal vostro dio, noi da chi ha piantato e fatto crescere la foresta, qui ci sono i nostri spiriti”. Evita la curiosità turistica per l’esotico, non risponde a domande sul suo rapporto con la magia, gli spiriti e le loro manifestazioni. Si limita a dire che gli spiriti abitano i luoghi belli e incontaminati, fuggono dalle distruzioni e dalle brutture, e in Amazzonia gli uomini bianchi ne hanno fatte molte. Si sono presentati senza chiedere permesso, e ora impongono ai nativi permessi e licenze.

Kopenawa ha vissuto il tempo delle terribili epidemie portate dai bianchi, le devastazioni selvagge dei garimperos, i cercatori d’oro, la costruzione di strade e dighe. Ma lui è un saggio vero, non odia i bianchi, c’è sempre una possibilità di dialogo: avete una cultura diversa dalla nostra, dice, ho imparato dalla mia terra madre il rispetto di tutte le culture.

E’ preoccupato, Davi. Preoccupato per la sorte dei suoi 21.600 yanomani divisi in 160 gruppi diversi. Preoccupato per la sorte delle altre tribù amazzoniche, preoccupato per l’ambiente, il vento, il mare. Per la sorte del mondo, la terra è una. Il cambiamento climatico non è iniziato ora, il consumismo sta divorando le risorse viventi e lascia spazzatura. Preoccupato per i bianchi, anche. Lo sciamano invita tutti a fare un passo indietro, a non distruggere, a imparare il rispetto. Se la foresta morirà, se i fiumi si seccheranno, se pesci e animali moriranno, avanzerà il deserto. E anche il cielo, se non ci saranno più gli sciamani a sorreggerlo, crollerà sulla terra.

Un passo indietro, chiede Davi. E un passo avanti per vivere meglio, mettendo a confronto culture diverse per uno scopo unico, preservare la terra e la vita.

Anche Franklin Foer è preoccupato. Molto preoccupato. Ha sperimentato la forza delle multinazionali del web, e ha cominciato ad analizzarle. Sono “I nuovi poteri forti” (titolo del libro edito da Longanesi): Google, Facebook, Amazon, Apple. E a cascata altri social. Perché? “Raccolgono i nostri dati – dice – hanno la nostra mappa sentimentale. Vogliono il più possibile la nostra attenzione. Sanno cosa ci provoca ansia o piacere. Il trattenere per tanto tempo la nostra attenzione dà loro un grande potere sulla nostra psiche”.


L’esperienza di Foer, direttore di una rivista antica e prestigiosa, è singolare. In crisi di liquidità, The New Republic è stata acquisita da Chris Hughes, compagno di college di Zuckerberg. All’inizio tutto bene, poi sono cominciate le pressioni per pubblicare contenuti che avessero successo su Facebook, fino al suo licenziamento. Così, dice “la silicon valley ha distrutto il giornalismo, soprattutto se questo si rende dipendente di Google o Facebook. Quando facciamo una ricerca, non siamo noi a scegliere le risposte, ci affidiamo. In più l’algoritmo: sensibile, impara, si automigliora. Potenzia il cervello, l’algoritmo ma distrugge il privato, ci suggerisce i pensieri. Ha un effetto potente. Crea abitudini che diventano automatismi. Le grandi aziende del virtuale sono i nostri guardiani, decidono le risposte alle nostre domande. E’ in questione la cultura, è in questione la democrazia”.

Come si ferma, come si regolamenta un sistema così forte? L’America, l’Europa dovrebbero rispolverare la tradizione antimonopoli, risponde Foer, che non crede alla possibilità di ottenere la portabilità dei dati. Noi, intellettuali e non, dovremmo fare un passo indietro: chiudere computer e telefono, riprendere contatto con le nostre comunità, allargare gli interessi.

Un passo indietro, un passo avanti, il giornalista come lo sciamano. Senza demonizzazioni o odio, l’occhio attento alle mutazioni della società e della vita, al miglioramento degli uomini, alla speranza.
Dunque decontaminazione, ripresa di controllo: ricordare che, se i social ci appagano, è nel conflitto che nasce ogni progresso, ogni idea nuova. “L’idea che qualcuno decida tutto e noi commentiamo tranquilli in poltrona, conclude Foer – è la quintessenza del sogno autoritario. Quanto alla manipolazione della realtà, il caso Trump è un esempio di scuola. Anche qui in Europa il populismo e il discredito verso la politica si diffondono così. Non bisogna arrendersi, la politica può cambiare il mondo”.