Un nuovo partito contro lo sfruttamento

Il voto del 4 marzo indica una chiara volontà di cambiamento. Infatti 5stelle incrementano di oltre due milioni di voti i precedenti otto milioni e mezzo e la Lega passa da circa un milione e quattrocentomila voti del 2013 a oltre cinque milioni e mezzo. Il segnale è inequivocabile.
Il segno politico dei due voti è assai diverso. La Lega raccoglie consensi su una linea razzistica e di egoismo socio-territoriale, il sentimento di protesta e di paura creato dall’insicurezza sociale in cui è avvolta la società italiana. E per il bene della democrazia e della vita sociale è indispensabile tenerli lontano dal governo. I 5stelle, viceversa, tentano di dare una risposta di governo e programmatica, seppur ancora debole sul terreno economico e sociale, alla protesta e al bisogno di cambiamento. Questa appare una novità positiva, un terreno su cui lanciare sfide socio-ecologiche, anche se i 5stelle si presentano con le vesti di un moderno partito pigliatutto alle dipendenze padronali di un uomo solo.


Poi abbiamo il contemporaneo crollo del Pd e di Fi con la fine del vecchio centrosinistra e del coevo centrodestra. Il Pd perde due milioni e mezzo di voti dal 2013, e il secondo oltre due milioni e settecento mila voti. Il crollo dei due partiti rappresenta anche il disfacimento del bipolarismo italiano vissuto nell’epoca della globalizzazione liberista. Il voto italiano ci dice che il terremoto attuale è l’effetto della crisi d’epoca del liberismo nel mondo e in Europa.

È istruttivo, poi, leggere i voti assoluti delle elezioni politiche degli ultimi dieci anni 2008-2018 (dati presi dal sito di Repubblica e arrotondati): il Pd perde oltre 6 milioni di voti in modo progressivo: 2008-2013 meno 3,3 milioni di voti, 2013-2018 meno due milioni e mezzo, attestandosi oggi sui voti dei Ds del 2001; Fi. idem, perde tra il 2008 e il 2018 sette milioni e mezzo di voti, già ne aveva persi oltre cinque milioni dal 2008 al2013.
Nello stesso decennio la Lega aumenta di oltre due milioni e mezzo di voti, mentre i 5stelle nascono proprio nel quinquennio 2008-2013, esplodendo con oltre otto milioni e mezzo di voti, per arrivare ad oltre 10 milioni il 4 marzo scorso.


I dati elettorali letti nell’insieme del decennio passato rivelano come la grande crisi mondiale del capitalismo finanziario sia stata governata in Italia dalle destre liberiste e dal centro sinistra con politiche, seppur differenti, che hanno scontentato gli italiani in quanto impoveriti e precarizzati; ciò è accaduto per le grandi masse popolari e i ceti medi, tutti colpiti nel lavoro, nelle condizioni ambientali e nei diritti alla pensione, alla sanità, alla scuola, alla casa, ai trasporti. Mentre i più ricchi si arricchivano e aumentavano le diseguaglianze sociali, la precarizzazione dei giovani e il degrado morale e politico si estendevano. Le forze di governo, fin dal governo Monti, non solo non sono riuscite a invertire una tale situazione ma si sono rese responsabili del loro peggioramento.
La domanda a cui dobbiamo dare una risposta, anche dopo il risultato modesto di LeU, è come mai è potuto accadere tutto ciò. Certamente le risposte saranno diverse ma se intellettualmente oneste faremo tutti un passo in avanti. Senza una spiegazione adeguata e immediata sulle cause della irrilevanza attuale della sinistra, fenomeno presente anche in Europa, non si riuscirà ad essere utili alle forze popolari e del lavoro, e ad evitare un ulteriore peggioramento della situazione.

Io do la mia risposta. C’è un ritardo, che va superato, nella comprensione della qualità della crisi (ambiente, immigrazione, precarizzazione, svalutazione lavoro, stato sociale, guerre) e dei cambiamenti (finanziarizzazione, uso della tecnologia, robotizzazione, delocalizzazioni) che non sono contingenti e non si risolvono con qualche manovra monetaria, con ulteriori tagli sociali, con la riduzione delle tasse ai ricchi o peggio con politiche protezioniste fatte di muri e di balzelli doganali.

Siamo dentro un passaggio d’epoca causato dalla stessa globalizzazione liberista e dalla sua crisi che ha rimesso in discussione le radici sociali e popolari dello stesso capitalismo. Trump e le destre razziste hanno dato e stanno dando una loro risposta che dice che non è più possibile tornare ai vecchi asseti sociali pre-crisi. Al liberismo fallimentare e al neonazionalismo la sinistra deve contrapporre una autonoma alternativa di società baricentrata sui valori dell’uguaglianza, dei diritti sociali e civili e della responsabilità verso la natura.

La sinistra potrà velocemente diventare un forte soggetto politico e popolare solo se starà saldamente dalla parte del lavoro, contro le nuove forme di sfruttamento e con una nuova idea di lavoro che comprenda il lavoro sociale, il parasubordinato e le forme di condivisione. Nella nuova idea di lavoro si possono mescolare insieme il sapere dei giovani e degli intellettuali, con le nuove figure sociali e realizzare forme economiche non capitalistiche come la cooperazione, il no profit, il volontariato per la gestione anche di grandi apparati produttivi e dei servizi.

Ciò non è un’impennata ideologica ma appare sempre più la soluzione più naturale per rispondere alla crisi di molti segmenti economici e per avviare al lavoro le nuove generazioni. Del resto già esiste un settore pubblico importante che va riorganizzato, motivato, reso responsabile e innovato. In questi settori milioni sono i lavoratori, gli intellettuali e i professionisti impegnati nella macchina generale dello stato che lavorano non per l’arricchimento del privato ma per il bene collettivo. È assolutamente necessario irrobustire la polemica culturale e politica contro le privatizzazioni per ripristinare la centralità dello Stato necessaria per gli investimenti, la ricerca, i diritti civili e sociali, la programmazione economica e urbanistica, il credito, l’ambiente, il fisco progressivo. E, non ultimo, per contrastare il grande potere finanziario sovranazionale e per cambiare le istituzioni e gli accordi europei che sono subalterni a questi interessi e poteri.
Certamente ritorna la questione del che fare e come fare. L’unica soluzione possibile e necessaria, che vedo, è unire le forze e avviare un percorso per creare un nuovo partito della sinistra, epurato da ogni subalternità agli establishment a da ogni settarismo, un partito organizzato, trasparente e pluralista, radicato socialmente e con una cultura politica di servizio, nemica della personalizzazione, del plebiscitarismo e dell’elettoralismo. Un percorso aperto alla vicenda politica senza chiusure e ripiegamenti su noi stessi.