Un mondo più libero e più umano
per non andare tutti a fondo

Quali sono i margini in cui si sta muovendo la nostra società? Ci troviamo davvero in un grande romanzo di Houellebecq come ipotizza Nicolas Dissaux, che ha fatto uscire in Francia un libro dal titolo Un mondo di solitudini, nel quale analizza lo scrittore dal punto di vista giuridico considerandolo simbolo del capitalismo esausto (laddove Balzac lo era stato del capitalismo sfrenato)? Le piaghe sociali che Houellebecq stigmatizza mettono necessariamente in discussione la legge: polverizzazione delle strutture affettive, frammentazione delle relazioni amorose, disintegrazione dei corpi intermedi, invasione della logica contrattuale, espansione del desiderio, fermentazione dello sguardo ombelicale, mercificazione del corpo, invenzione del fai da te religioso, corrosione della laicità, erosione dei valori: tante tendenze che minano profondamente il diritto come qualsiasi altro ambito. Ma noi non siamo questo tipo di società solo da qualche mese: ci muoviamo troppo spesso per interessi “primari”, e lo facciamo in ogni ambito, se è vero che in cambio di una lavatrice in qualche Comune del nostro paese ancora si ottengono i voti per diventare consiglieri comunali, se è vero che troppo spesso ci muoviamo – magari mettendo di mezzo i sentimenti – al solo scopo di ottenere, cinicamente, qualcosa in cambio.

Così leggere Caratteri di Francesco Terzago restituisce un equilibrio o ancora meglio una possibile via di fuga a una corruzione viscerale. In questo libro la ricerca dell’umanità prende origine dalla propria stessa natura, partendo da una immagine atavica, nello specifico quella della nonna:

“Dedica. // Mia nonna mi chiamava tesoro, lipscén / diceva e mi appoggiava una mano sulla testa / e mi diceva che era stanca. Vedi lipscén le stelle / che sono sopra di noi, il cielo – l’universo che / non ha confini pensa – a tutte le cose che ci sono / dentro pensa agli anni che ci separano e pensa / a quante persone, in questo preciso momento, / ed è possibile che sia così – tesoro, lipscén – si / staranno parlando delle stesse cose […]”

Esiste insomma un tracciamento di possibile comunità, per farlo però bisogna rivolgersi ad altro, a modelli meno disagiati, a strutture che oggi appaiono difficili da riprodurre ma che solo in un recente passato sono state possibili. Così anche un possibile rapporto a distanza (una coppia separata da decine di migliaia di chilometri per obblighi di studio e lavorativi) cerca disperatamente e malinconicamente un equilibrio mettendo in discussione non tanto le difficoltà, ma l’autenticità del rapporto, in questo caso amoroso.

Il grande tema contemporaneo diventa così quello della aderenza alla verità. Senza verità e senza umanità non diventiamo solo animali da consumo, ma ci condanniamo alla solitudine ben oltre le restrizioni imposte in questa fase.

“Ho incontrato una chiromante nel parcheggio / del supermercato, ci siamo visti dove c’è il deposito / dei carrelli della spesa. Tutti quanti devono dimenticarmi, / devono dimenticare il fatto che io sia mai esistito. / Le ho chiesto quanti soldi le sarebbero serviti per / farmi evaporare, per farmi dimenticare per sempre / ed essere libero. […]”

Terzago traccia in questo libro uscito a fine 2018 uno scenario contemporaneo, fatto di strutture incapaci di dialogare, fatto di entità singole che non riescono più a sostenersi. E’ una grande rappresentazione delle nostre più vive e profonde paure, è un racconto consapevole, senza una ostentata (e abbastanza insensata) disperazione ma con una ferma e lucida consapevolezza. Senza una presa di coscienza, senza un diniego di questo scenario l’alternativa è un eterno oblio, un sopravvivere senza possibilità e senza aspettative perché:

“Fossimo stati nello stesso buio / ci saremmo aiutati a vicenda – al mattino / avremmo scritto, a turno, delle sillabe”

E confutare questo modello, esaltato da Houellebecq e messo in discussione da Terzago, è forse l’unica possibilità per creare un mondo diverso, più umano e veramente più libero. Aiutarsi, sostenersi, per non andare tutti assieme a fondo.