“Un luogo che chiamano Italia”:
dall’Eneide a noi, come essere umani

La storia del naufragio troiano come cronaca dei giorni nostri. Pagine dell’Eneide da rileggere: quelle nelle quali i troiani sono vittime di un naufragio, cercando di varcare il canale di Sicilia, per raggiungere l’Italia. Stanno tentando di fuggire alla morte e alle distruzioni prodotte della lunga guerra. “ Gli orrori del Mediterraneo – sono le parole di Maurizio Bettini, nel prologo del suo più recente libro (Homo sum. Essere ”umani” nel mondo antico. Vele Einaudi ) – hanno tolto all’Eneide ogni innocenza letteraria. Adesso che centinaia disperati tentano quotidianamente di varcare lo stretto braccio di mare che potrebbe allontanarli dalle terre in cui non si è più persone, ma solo corpi da vendere e torturare”. L’Italia, ieri e oggi, come meta: “ Lì c’è un luogo che chiamano Italia”, sta scritto nell’Eneide. Lì c’è un luogo che chiamano Italia, sussurrano i disperati senza patria che tentano sui barconi di toccare le italiche sponde.

E’ proprio il concetto di diritto all’accoglienza che colpisce in queste pagine che ritraggono il peculiare aspetto del mondo classico: non è il naufrago o il migrante che ha il diritto a essere accolto ma chi soccorre che ha il dovere di farlo. Diventa quindi disumano, per quelle culture, chi non aiuta il viaggiatore o chi approda in terre che potrebbero non essere amiche. L’Eneide continua a suggerirci come si deve comportare un popolo che non sia “barbaro” (che, quindi, rispetti i buoni costumi, l’umanità, il volere degli dei e abbia a cuore la propria fama futura) quando un gruppo di naufraghi, fuggendo da una guerra spaventosa, approdi sulle “nostre” rive. L’Eneide va letto, quindi, non solo come uno dei più grandi classici della letteratura di tutti tempi ma come un grande libro di cultura, da usare come una bussola capace di orientarci a saggi comportamenti.

Il mondo antico, con le sue differenze e contraddizioni, diventa in questo libro, come uno sfondo sul quale proiettare la Dichiarazione dei Diritti Umani del 1948. Il confronto è sviluppato mettendo in conto gli scarti tra la cultura antica e quella moderna, in particolare su alcuni temi che sono per noi più sensibili. In queste pagine si coglie, oltre il consueto sapere dell’antropologo del mondo antico, il forte senso civico dell’intellettuale che non se ne sta lontano dai ciò che, oggi, turba le nostre coscienze.

La strada che Maurizio Bettini sceglie, tra l’annullamento della distanza dei costumi o le esagerate forzature nelle similitudini, è una sorta di terza via, la più difficile da battere ma anche, per questo, la più sapiente. Così facendo individua alcune specifiche forme in base alle quali, Greci e Romani, si ponevano problemi in qualche modo simili a ciò che noi oggi definiamo diritti umani. Sono portati alla luce termini e quadri mentali, i quali, pur trovando equivalenti nella modernità, per il modo in cui sono formulati manifestano una maggiore o minore alterità rispetto alla nostra visione dello stesso problema. E’ come se la Dichiarazione e le sue principali formulazioni – dal preambolo, da concetto stesso di umanità e da quello della libertà di parola – ci offrissero il metro della vicinanza e della distanza tra il mondo antico e il nostro.

Per questo il volume diventa una sorta d’inventario di analogie e opposizioni fra cultura antica e principi enunciati dalla Dichiarazione. I concetti si definiscono nel loro collocarsi antropologico e nella loro valenza culturale e politica. Lo “Ius soli”, del quale si avverte oggi tanto bisogno, non va confuso, ad esempio, con lo “ Ius humanum” romano, espressione che era usata spesso per segnalare proprio la violazione di tale diritto. Così come il termine di “barbaro” va collocato nella specifica cultura delle polis greche, distanziandolo da significazione che assumerà molti secoli dopo. Non sono taciute, inoltre, in questo excursus sul travagliato evolversi della condizione umana, i mali che di volta in volta l’hanno segnata: dal grande tema della schiavitù, della tortura o di quelle mancate garanzie individuali che saranno la conquista di secoli più vicini a noi che non agli antichi.

Accogliere o meno? Accogliere integrando o ghettizzando? Dalle pagine dell’Eneide ai nostri tormenti. Il volume offre una chiave per aprire questa segreta porta. Lo fa, nelle centotrenta pagine, partendo dai miti di fondazione e proponendoci un confronto e le differenti caratteristiche, rispetto al nostro assillo, tra le città greche e Roma. Ad Atene è “la terra che produce gli uomini”, secondo il mito della “autochthonia” e a Roma sono piuttosto “gli uomini che producono la terra”, creandone una nuova.

L’epilogo del volume è, in questo senso, illuminante. Tito Livio raccontando gli eventi riguardanti la fondazione scrive che proprio da quella moltitudine di uomini senza distinzioni scaturì la forza che avrebbe fatto un giorno la sua grandezza. Osserva Maurizio Bettini: ”I discendenti dei profughi e dei naufraghi credevano davvero nella virtù della mescolanza: erano ben consapevoli che a Roma, come diceva Seneca, tutto è il risultato di mistioni e innesti. Era stato proprio il rifiuto di mischiarsi con altre genti, al contrario, che aveva sgretolato le fortune dei popoli che avevano coltivato il mito della chiusura, della separazione, il mito della propria purezza”.

Ancor più esplicite sono le parole dell’imperatore Claudio: ”quale altra scelta rovinò Atene e Sparta, che pure erano forti nelle armi, se non tener lontani i nemici sconfitti in quanto appartenevano a stirpi forestiere? Al contrario Romolo, il nostro fondatore, fu così saggio che, nell’arco di uno stesso giorno, molti popoli considerò prima nemici, poi concittadini. Siamo stati governati da stranieri”.

In questa stagione in cui tanti politici ricorrono strumentalmente all’uso della “romanità” quale ancoraggio per il ricorso alla forza nella difesa della razza andrebbe consigliato si leggere le pagine di Homo sum. O almeno di sfogliarle. Magari risparmiandoci qualche cinguettio.