Odora di destra il reddito
senza cittadinanza
firmato Cinquestelle

Un reddito senza cittadinanza.  Se si deve stare alla bozza circolata in questi giorni, il reddito di cittadinanza versione Cinquestelle è un’amara sorpresa per quanti si ostinano a vedere in questa formazione un’anima di sinistra.

Si tratta, invece, di una versione particolarmente rigida delle note forme di “attivazione” dei disoccupati, da oltre un decennio diffuse nell’Unione Europea da parte di governi di vario colore, ma lontane mille miglia dall’idea, pure evocata tra gli obiettivi della legge, di sostegno alla “libera scelta del lavoro”, argomento principe tra i suoi sostenitori e vero elemento “di sinistra” per la sua giustificazione culturale.
Ma occorre fare un passo indietro. A sostenere una forma di reddito (in)condizionato, perché questo è il significato dell’espressione “reddito di cittadinanza”, si fa solitamente riferimento a due obiettivi: la lotta alla povertà da un lato, e la liberazione dal vincolo di accettare un lavoro purchessia, dall’altro. 
Ora, sul primo fronte, il governo precedente aveva introdotto il Rei (reddito per l’inclusione), misura universale di contrasto alla povertà e livello essenziale delle prestazioni ai sensi dell’articolo 117 (secondo comma, lettera m), della Costituzione. Ciò che qui interessa, aldilà delle critiche a suo tempo svolte da molti soggetti, in primis l’Alleanza contro la povertà, circa l’inadeguatezza delle risorse stanziate, è che per la prima volta la povertà veniva analizzata come fenomeno dalle tante facce, non escludendo ma neppure privilegiando l’assenza di lavoro. E pertanto il richiedente veniva fatto incontrare con l’insieme dei servizi pubblici da coinvolgere per affrontare le sue difficoltà o quelle del suo nucleo famigliare, si trattasse di debiti formativi, abbandono scolastico, dipendenze di varia natura, deficit fisici e/o mentali, obblighi di cura, e così via. Pertanto i Comuni, vero perno dell’iniziativa di contrasto, avevano l’obbligo di coordinare i vari servizi, farli incontrare e dialogare tra loro al fine di elaborare e fornire una risposta coerente con i tanti aspetti della povertà da contrastare. Non a caso il sostegno economico era collegato ai servizi da usufruire, secondo il vecchio adagio cinese che è meglio imparare a pescare piuttosto che ricevere un pesce in elemosina.

La misura che qui si commenta, invece, opera una torsione secca: prioritario è l’obbligo di accettazione di un’offerta di lavoro, il resto è successivo. Tanto è vero che il soggetto chiamato a valutare e prendere in carico il richiedente è il centro per l’impiego, che eventualmente lo indirizzerà ai servizi competenti dei Comuni. E già così si perde il valore innovativo del Rei. Cui si aggiunge uno scarso, per non dire nullo, ruolo riconosciuto alla programmazione regionale. Sono il centro ministeriale, l’Anpal e l’Inps i soggetti operativi e i Comuni servono in quanto strumenti ancillari. 

Già, ma quale lavoro?

E qui veniamo al secondo tema: c’è la “libera scelta del lavoro”? La risposta è altrettanto secca: no.

La ragione sta nella cosiddetta condizionalità, croce e delizia di ogni politica cosiddetta “attiva” che si è pensata in Italia e in Unione Europea dalla fine degli anni ’90. Cominciò la legge 223 del 1991 (!), disponendo per i percettori dell’istituita indennità di mobilità l’obbligo di frequentare iniziative di formazione, di accettazione di un’offerta professionalmente congrua da raggiungersi nell’arco di 60 minuti con i mezzi pubblici e ubicata nel raggio di 50 chilometri dalla residenza del lavoratore. La congruità veniva stabilita nell’arco del 10% in meno della retribuzione di provenienza. Nel tempo i chilometri sono diventati 80, ma la congruità è stata mantenuta, anche se il governo Renzi ha ben pensato di declinarla come l’ambito salariale superiore del 10% rispetto alla Naspi, che non solo è il 75% della retribuzione di partenza, ma ha il brutto vizio di calare del 3% ogni mese dopo il terzo… Bene, qui, con i Cinquestelle, sparisce ogni riferimento formale alle competenze possedute dal richiedente e compare invece un obbligo rigido: prendi il reddito da meno di sei mesi? Allora devi accettare un’offerta su tre, di qualsiasi qualità professionale, nell’ambito di…100 chilometri! Percepisci il reddito da almeno sei mesi ma meno di 12? allora l’ambito si estende a 250 chilometri? E dopo un anno di percezione… l’ambito è il territorio nazionale e l’offerta è senza possibilità di scelta! Bontà loro, sono esentati da quest’ultimo dono chi ha minori fino a tre anni o disabili in famiglia…

Curiosamente, il riferimento alle competenze possedute ricompare, invece, riguardo all’altro obbligo cui si deve sottomettere chi fa domanda per il reddito: la prestazione di lavoro volontario nell’ambito dei piani sociali dei Comuni.

Insomma, ricompare in filigrana in questo articolato l’idea tipica delle destre mondiali, e cioè che il disoccupato è responsabile lui stesso della propria condizione, e che quindi è un essere moralmente inaffidabile, da sorvegliare e all’occorrenza punire, per parafrasare Foucault. Non viene mai in mente che la condizione di disagio sociale sia anche frutto delle condizioni sociali, che andrebbero rimosse di pari passo con l’erogazione dei sussidi. Invece, si interpreta anche la sacrosanta azione di rafforzamento dei centri per l’impiego in una logica repressiva, perché i mitici “navigator”, per prima cosa, dovranno verificare che il percettore faccia quello per cui ha sottoscritto il patto, ossia, cito testualmente “consultare quotidianamente l’apposita piattaforma digitale dedicata al programma di RdC, volta a fornire supporto nella ricerca del lavoro” (art.4,c.8 della bozza); e nulla si chiede al sistema economico, salvo l’ennesimo ammiccamento sotto forma di dirottamento delle mensilità di reddito non erogate a beneficio dell’impresa in caso di assunzione a tempo pieno ed indeterminato, con 5 mensilità garantite (o 6 in caso di donne e lavoratori svantaggiati). O anche a beneficio del soggetto intermediario, dell’ente bilaterale o del fondo interprofessionale che facilitino l’assunzione.

Quindi, riassumendo, si perdono le potenzialità del Rei nel contrasto alla povertà, e si rafforzano invece le condizionalità sul percettore, a discapito della qualità del lavoro che si offre: non c’è che dire, più di destra di così, è proprio difficile! 

Un solo commento sulla copertura finanziaria: molto si è detto evidenziando lo scarto tra i 17 miliardi previsti dal disegno di legge dei cinque stelle della scorsa legislatura e i 6,1 del bilancio attuale ( cui aggiungere 1 miliardo per i centri per l’impiego). Nel testo si trova la risposta: nel caso le risorse fossero insufficienti…si riducono le prestazioni! (“rimodulano” dice pudicamente il testo). Alla faccia dei “livelli essenziali delle prestazioni”… infatti basta aggiungere “nei limiti delle risorse disponibili”, e il gioco è fatto! Chiamasi turlupinare la Costituzione e le sue previsioni, cui nessuno, non importa se eletto dal popolo, può sottrarsi impunemente.

C’è un’ultima chicca: dopo vari rimpalli sui giornali, questa misura è apparentemente aperta agli immigrati…purché dismettano la loro condizione! Perché è presto detto: la cittadinanza italiana si acquisisce, tra le altre condizioni che qui non interessano, dopo 10 anni continuativi di residenza. Bene, il reddito è esteso agli immigrati…dopo 10 anni continuativi di residenza nel nostro Paese, cioè quando sono nella condizione di acquisire la cittadinanza italiana!! Si chiama imbroglio, e in ogni caso confligge con il Testo Unico sull’immigrazione e con ogni elementare principio di ragionevolezza, e sarà il caso di interessarne la Corte Costituzionale.