Il governo giallo-verde senza futuro ma con tanta cattiveria

La cattiveria non è una tradizionale categoria della politica. Almeno non lo è stata finora anche a dispetto di certi atteggiamenti e di certe posizioni se intendiamo la parola nel significato giusto del termine. La politica fin qui si è alimentata di confronto e di scontro. Di dialogo e di negazione dell’altro. Di contrapposizione anche dura, di scherno, di ignoranza ma anche, nei tempi migliori, della ricerca di una strada comune anche tra acerrimi avversari per dare risposte alle giuste richieste di coloro che dalla politica si aspettano un risconto alle loro necessità. Le più semplici, quotidiane, e quelle per programmare un futuro migliore per se e per i propri figli.

Quello che stiamo vivendo, con grande preoccupazione, ormai anche da parte di molti che pur questa situazione hanno contribuito a crearla in piena crisi, è un’epoca in cui l’avversario deve essere annichilito. Messo a tacere con parole crude, determinate, senza possibilità di essere accettate prima di essere contrastate. Hai perso e devi accettare in silenzio quanto decidono i vincitori. Sta accadendo anche perché gli altri, l’opposizione, è come se avessero perso la voce e non trovassero se non parole di circostanza per rispondere al predominio dei leader. Il silenzio dei vinti è assordante quanto gli slogan e le minacce. E così in un’estate caldissima e bagnata, terremotata e disastrata accade che il rinvio prevalga sulle idee e le domande di contrasto efficace all’autoritarismo che avanza restino senza risposte. Aspettiamo. L’inciampo prima o poi ci sarà sembra essere il progetto politico. Tutto rinviato a settembre, al di là di qualche twitter di circostanza che poco può contro i selfie di governo.

In questo agosto segnato dal dolore per la tragedia di Genova, dal dramma degli immigrati costretti a giorni e giorni di attesa su navi cui non è consentito attraccare, dalle vittime di una natura senza controllo, dalla preoccupazioni per un autunno che si preannuncia caldo ed in cui sarà necessario decidere le sorti di migliaia di lavoratori, tra tutti i possibili sostantivi da utilizzare per identificare il loro governo giallo-verde, Matteo Salvini e Luigi Di Maio con l’aggiunta di Giuseppe Conte hanno scelto la cattiveria. Loro forse non se ne rendono neanche conto ma “l’innata disposizione a far del male, a recar danno al prossimo nelle sue cose o nelle sue aspirazioni” ce l’hanno scritta sulle loro facce apparentemente tanto diverse ma nella sostanza identiche quando propagandano i loro ideali e i loro biechi obbiettivi. Ce l’hanno segnata nelle loro azioni.

I governanti di questo Paese vogliono fare del male. I fratellastri di un Paese Cenerentola sembrano a volte anche in contrapposizione tra loro in un crudele gioco delle parti. Ma sono tutti profondamente cattivi. Non conoscono la civiltà del rispetto. Marciano con arroganza tra macerie e operai in difficoltà, chiudono gli occhi davanti allo sgomento, convinti di essere i titolari di un potere eterno. Che tale non è perché il potere eterno non ce l’ha fatta a conservarlo nessuno dei più crudeli, e anche più capaci detentori di esso, che si sono alternati nella storia che loro ignorano.

Salvini ha scelto come obbiettivo gli altri, i diseredati, i ragazzini, gli uomini, le donne che sono diversi e non solo per il colore della pelle. Ha trasformato in uno spauracchio persone che chiedono solo di poter alimentare la speranza di una vita più giusta. E Di Maio ha deciso di cavalcare nell’ottica di una giustizia sommaria i cosiddetti privilegi. I vitalizi dei parlamentari, per primi. Poca cosa ma d’effetto.

Ora le pensioni. Alla faccia dei contributi versati e del lavoro di una vita. Per ora quelle da quattromila euro nette, poi le altre fino ad arrivare ad un appiattimento al ribasso in nome di un improponibile egualitarismo. Pronti a cambiare idea, sia chiaro, se la proposta non funziona. Ma sempre con quella volontà punitiva che non dovrebbe essere in uno stato civile la chiave d’espressione di un governo del cambiamento.

Di Conte non è dato sapere quale sia il suo obbiettivo. Non ha elettori da rabbonire. Lui esegue cercando di dare meno fastidio possibile ai due leader che gli hanno messo il guinzaglio in cambio di una poltronissima mai immaginata fino a qualche mese fa.

Finora molti selfie anche terribili, senza pietà, per svilire l’avversario. Per augurargli le cose più atroci. Molti annunci, promesse irrealizzabili e impegni che non saranno mantenuti. Questo è stato il loro cambiamento mentre i nodi stanno arrivando al pettine. E qualche decisione dovrà pur essere presa con la legge di bilancio ormai alle porte. Certo ci sono quelli che si aspettavano l’abbassamento delle tasse delle accise della benzina, quelli che speravano in una estate segnata già dall’arrivo del reddito di cittadinanza, cui bisognerà fornire spiegazioni credibili. Per ora fare i duri e puri con 177 disperati si è dimostrato l’obbiettivo più semplice da raggiungere.