Un governo nato senza popolo può essere una trappola per il Pd

Se si osserva la politica italiana si ha, a un primo sguardo, una impressione di grande confusione, di caos. Due forze che si sono aspramente combattute – fino agli insulti sanguinosi – sono ora al governo insieme, e pensano ad accordi per le prossime elezioni regionali; il dominus della politica italiana negli ultimi mesi è stato sbattuto nell’inferno; l’ex segretario del Pd – diventato tale grazie al (perverso) sistema delle primarie – se ne è andato dal partito, con un nucleo di fedeli, quando sembrava aver realizzato il suo obiettivo, cioè far fuori Salvini anche a costo di allearsi con il suo nemico capitale, i 5stelle…

La convergenza degli interessi personali

Se si guardano da una diversa distanza, le cose appaiono diverse. Sono state tutte mosse calcolate, coerenti con gli interessi di ciascuno degli attori. Del resto, questa è la specificità, e se si vuole la grandezza, della politica: si svolge secondo criteri di razionalità imperniati sugli interessi materiali. Per questo è una “tecnica“ scientifica, e può essere – almeno nelle mosse principali – prevedibile.
In questo caso gli interessi di Grillo, Renzi, Franceschini – che ha diretto le danze, insieme a Bettini per il Pd – convergevano, e perciò si sono alleati.

Grillo voleva salvare la sua creatura dalla imminente dissoluzione. Renzi voleva salvare se stesso perché se Salvini avesse vinto sarebbe sparito. Franceschini voleva riportare il Pd al governo almeno fino all’elezione del nuovo presidente della Repubblica. I parlamentari del Pd e dei Cinque Stelle vedevano il voto come un incubo, ed erano pronti a qualunque metamorfosi pur di non scollarsi dagli scranni del parlamento.

La crisi si è quindi configurata come la tempesta perfetta.

 

Chiudere il cerchio senza i “governati”

È sbagliato però parlare in senso proprio di crisi politica, se si considerano gli interessi materiali di cui essa si è sostanziata ed è poi sfociata nella formazione del nuovo governo. Ad essere esatti si è trattato di una crisi del ceto politico, anzi del ceto parlamentare. E perciò si è svolta con rapidità, e senza apertura a un confronto con la società, con le forze politiche e sociali – salvo il finale ricorso alla piattaforma Rousseau, quando tutti i giochi erano fatti.

In situazioni come queste il tempo è decisivo. E dato il carattere della crisi i “governanti”, tutti i “governanti“ non avevano alcun interesse a relazionarsi con i “governati”. Anzi. Dovevano chiudere il cerchio il prima possibile, rinserrandosi nei loro fortilizi, tenendo gli altri a distanza, se volevano ottenere il risultato. Si trattava per molti di loro della sopravvivenza personale e politica. Quando la politica diventa l’unica professione, non c’è distinzione fra i due livelli. Occorreva aprire e chiudere la partita in modo veloce, ogni minuto perduto poteva essere un passo verso l’abisso. Il governo dell’“avvocato del popolo” è nato in assenza di gravità, senza alcuna considerazione del popolo.

Alla fine ce l’hanno fatta. Ma la gente l’ha capito, come si vede dai sondaggi: si è resa conto di essere stata tenuta a distanza, fuori del cerchio dei professionisti della politica. Ha compreso di avere assistito – come pubblico, in modo passivo – a una gigantesca operazione parlamentare. E nelle forme possibili ha espresso il suo giudizio critico su quanto era avvenuto.

Anche in questo caso la politica si è svolta secondo la razionalità degli interessi, ma dei pochi, dei leader, del ceto politico e parlamentare senza alcun riferimento agli interessi della gente, dei cittadini. Sono stati redatti programmi che hanno lo stesso valore delle foglie portate via dal vento. Il che non vuol dire che, una volta fatto il governo e garantita la sopravvivenza dei parlamentari, la situazione non cambi, e non sia possibile fare cose buone. Se così non fosse, le forze che sostengono il governo esploderebbero, e per loro non ci sarebbe più alcun futuro.

Salvini è l’assicurazione sulla vita politica di Renzi

Non si capirebbe però niente di quanto è accaduto se non si accennasse al motore che è riuscito a generare questa convergenza di interessi, il leader della Lega Salvini. È lui il mastice del nuovo governo. Per spezzare l’incantesimo Salvini dovrebbe capire, e Maroni e Giorgetti dovrebbero spiegarglielo, che fino a quando farà comizi come quello di Pontida rafforzerà al massimo il governo, l’alleanza fra Pd e 5stelle, e lo stesso Renzi che senza “questo” Salvini non ha futuro, della qual cosa è pienamente consapevole. È per questo che l’ex leader Pd ha bruciato i tempi, anche qui secondo una impeccabile logica politica basata sugli interessi materiali. È la stessa razionalità che ha portato alla formazione del governo. Salvini è l’assicurazione sulla vita politica di Renzi e del governo. E così infatti si presenta Renzi: lui e Salvini sono i due duellanti del racconto di Conrad e del film di Ripley.

Questo governo non si sarebbe però formato se non ci fosse stato, a partorirlo, il sistema elettorale proporzionale, che come è noto è l’agente più tenace e più forte dell’immobilismo e del trasformismo. È questo sistema che ha riportato in gioco Leu – un partito mai nato, portando addirittura un suo esponente in Consiglio dei ministri – e ha spinto ora Renzi a uscire dal Pd, trasformandosi, con una pura operazione di palazzo, in un partner costituente del governo, rientrando così, senza più mediazioni, nella “stanza dei bottoni”. Ma l’operazione di Renzi è parte di un problema più vasto: il sistema politico si sta frantumando, come nei momenti peggiori della cosiddetta prima Repubblica. E il nuovo governo Conte è l’effetto di questa situazione: è in atto una vera e propria crisi organica del sistema politico italiano. Occorre esserne consapevoli.

 

Se il Pd non guarda lontano finisce male

Il Pd è stato un attore protagonista di questa fase politica. Dopo una prima apertura alle elezioni – e di questo occorre dargli atto – Zingaretti ha accettato la linea di Franceschini e di Bettini, persuadendosi – non senza travaglio – che l’occasione fosse da afferrare al volo, e che fosse possibile -anche di questo occorre dargli atto – intrecciare gli interessi del ceto politico e parlamentare con quelli generali dell’Italia. Per chi come Zingaretti si è formato nel Pci questo è l’abc della politica.

Decisa la linea, l’ha seguita con intransigenza facendo tutti i sacrifici che il nuovo interlocutore gli ha chiesto. Alla fine ce l’ha fatta, ma dopo una corsa solitaria, senza aver coinvolta la propria gente. Ed è una scelta che il Pd sta pagando, se hanno un senso i sondaggi: è fermo al palo, non cresce. E non crescerà, temo. Si è acuita, non è diminuita, la distanza con il popolo, con i cittadini italiani. Il Pd è apparso attore di un gioco di puro potere, mentre il messaggio sulla necessità di salvare l’Italia – su cui ha insistito Zingaretti – non ha avuto l’eco sperata.

I dirigenti del Pd lo sanno. Lo sa Zingaretti. E si sta adoperando per dare respiro politico al governo. É dubbio però che ce la faccia. Se il problema è ristabilire il rapporto – uso vecchi termini – fra politica e società, fra governanti e governati, il Pd non ha la forza per farcela, per motivi soggettivi e oggettivi. È sentito, ancora più oggi, da una parte consistente degli italiani come una realtà distante, se non estranea. Per farcela e riuscire a risollevarsi ci vogliono organismi nuovi, riconosciuti dai cittadini. E possono nascere solo dalla scomposizione degli attuali schieramenti e dalla loro ricostituzione in forme nuove: ritornando fra la gente, lasciando il vecchio ceto parlamentare al suo destino. Bisogna alzare lo sguardo, guardare lontano.