Un film racconta la piccola Sama
tra le macerie nell’orrore di Aleppo

Il 2 marzo 2020 a Mitilini sull’isola di Lesbo, una isola greca vicinissima alla costa della Turchia, durante il rovesciamento di un gommone è morto un bambino di sei anni. A leggere la notizia in rete non se ne conosce neppure il nome. Fuggiva dalla Siria, probabilmente, forse era un piccolo profugo della zona di Aleppo e di Idlib: la prima riconquistata dopo otto anni dall’esercito siriano fedele al presidente Assad e la seconda dove si sta combattendo una battaglia tra esercito siriano, esercito turco, ribelli siriani di diversi gruppi, esercito russo. Le due città. Aleppo ed Idlib distano 65 chilometri. Sono vicinissime.

Una scena del film

Una cinepresa per raccontare

La rivolta ad Aleppo contro il regime siriano inizia il 15 marzo 2011 con le prime dimostrazioni pubbliche contro il governo centrale, parte del grande fenomeno che viene chiamato della primavera araba. Diventa guerra civile, a causa della violenta reazione dell’esercito siriano fedele ad Assad nel 2012. E la guerra non è ancora finita. Un milione di profughi cerca di scappare dalle zone dove si combatte, respinti da tutti.

Quando iniziano le manifestazioni ad Aleppo una giovane studente Waad al-Kateab, appassionata di cinema, decide di cominciare a riprendere quello che succede nella città. Iniziando con le grandi feste, i fuochi di artificio per celebrare la liberazione di gran parte della città dal regime di Assad. Alla grande gioia, alle migliaia di persone in piazza a festeggiare, subentrano le immagini dell’inizio della battaglia di Aleppo, dell’assedio, dei bombardamenti. I feriti, i morti. La telecamera filma, racconta quello che colpisce la regista. E’ ovvio che poi tutte quelle immagini, quando anche Waad fuggirà da Aleppo alla fine della battaglia, saranno selezionate, montate, e diventeranno racconto dalla cronaca quotidiana. Con l’assistenza di tecnici, soprattutto britannici, il documentario sarà prodotto nella versione finale da Channel Four News.

 

Quel medico in prima linea

La regista racconta il suo incontro con il medico Hamza al-Kateab, i due si innamorano e si sposano quando già l’assedio è cominciato. Nascerà una figlia sotto le bombe, a lei è dedicato il film, a Sama. Filma tante situazioni diverse la regista, all’inizio con la volontà di resistere, la sicurezza che la vittoria arriverà. Ma il film comincia a raccontare le distruzioni, l’impossibilità di difendersi dai bombardamenti con aerei ed elicotteri. E mostra i bombardamenti, quando si pensa se toccherà a te o ai vicini di casa, se il rifugio reggerà. E la fame. Ha un punto privilegiato (si fa per dire) di osservazione Waad, un ospedale, quello in cui lavora il marito. Ci sono 7 ospedali ad Aleppo. E cominciano ad essere bombardati. E vediamo gli effetti sull’ospedale di quei bombardamenti, su persone e bambini già feriti, curati come è possibile farlo. Quando filma quelle immagini, di sofferenza, di morte, Waad non sa che cosa succederà in futuro. Se la prossima bomba colpirà l’ospedale, se ucciderà i suoi amici, sua figlia. Cerca di mostrare le cose più tremende che accadono, molte sono indescrivibili a parole, ma cerca anche di mantenere un distacco, una solidarietà, una compassione con le persone che vede soffrire, non sapendo se sarà lei la prossima.

Una scena del film

Perché dopo non molto lei ed il marito medico cominciano a capire che non è per caso che vengono bombardati gli ospedali. Si tratta di una perfida strategia che mira al cuore della resistenza sotto l’assedio e le bombe. Una strategia molto efficace che distrugge il morale, che spinge i medici allo sconforto. Alcuni giorni fa, febbraio 2020, hanno bombardato un ospedale da campo in uno dei campi profughi vicino ad Idlib. Sama è nata in ospedale, quello di Al Quds, sostenuto da Medici senza Frontiere. Vive i suoi primi anni sotto le bombe e la madre regista si chiede, quando cadono le bombe e quando non c’è da mangiare, se non sia stata una follia far nascere un bambino in quella situazione. Si salverà? Sarà ferita? Ripeto, stiamo vedendo un film, in cui le scene sono state scelte, selezionate, montate. Ma la sala è silenziosa, nessuno nel cinema fiata. Non sono solo immagini di morte, sofferenze, ci sono i giochi della bambina, degli altri bambini, di chi si inventa del cibo per dar da mangiare ai suoi. L’ultimo ospedale rimasto non è sulle mappe della città, non è stato mai finito. Ma alla fine le bombe degli aerei arrivano anche lì. Hamza è l’ultimo medico rimasto, è lui che manda appelli alla televisione dalla parte rimasta libera di Aleppo per avere aiuti. E alla fine devono andarsene, sperando che al posto di blocco fuori città non riconoscano il medico che è divenuto noto suo malgrado per i suoi appelli. E fuggono i tre, Waad, Hamza e Sama.

Il film è uno straordinario documento, è classificato come “documentario”, è stato candidato all’Oscar ed altri premi come miglior documentario. Ma non è un documentario. E’ una biografia con immagini e bombe e sofferenze. E’ la nascita di una bambina che è riuscita a fuggire. Visto a Roma per pochi giorni in piccoli cinema.

 

For Sama, regia di Waad al-Kateab, Edwards Watts, fotografia e produtttore Waad al-Kateab, prod. Regno Unito, 100 minuti, con Waad al-Kateab, Sama al-Kateab, Hamza al Kateab.