Un federalismo “buono”, arma efficace contro l’epidemia

Tanta confusione sotto il cielo della politica italiana non si era davvero mai vista. Giornali e tv parlano di “scontro governo-regioni” e da quello che raccontano appare chiaro che il problema vero, pesante, devastante in queste ore di contagi galoppanti e di morti, non è un fatto, ma l’assenza di un fatto: l’assunzione di responsabilità per le scelte che andranno compiute e che gli italiani aspettano.

Palazzo Chigi e i ministeri di Roma, oppure i “governatori” di Milano, Torino, Genova, ma anche di Bologna, di Napoli e di Bari: chi decide che cosa? Le virgolette sulla parola governatori non sono una pignoleria: l’uso della lingua, in certi casi, disvela l’esistenza di problemi. E un problema c’è, non c’è dubbio: è quello che fu coperto quando i presidenti eletti alla guida delle Regioni cominciarono ad essere chiamati (o a chiamarsi da soli) “governatori”.

In Italia non c’è un sistema federale

Governatori di che? In Italia non c’è un sistema federale. C’è una ripartizione di competenze, cui non sempre corrispondono poteri, che fu definita, con colpevolissima approssimazione, da una riforma del titolo V della Costituzione votata tanti anni fa in tutta fretta (e con pelosi retropensieri propagandistici anti-Lega) dal centrosinistra e che oggi quasi nessuno difende più. Molti, se fosse possibile, se la rimangerebbero.

In questi tempi di Covid più volentieri che in passato e ancor più volentieri per la parte che riguarda il sistema sanitario giacché pare abbastanza diffusa, anche se non è universale, la convinzione che nelle emergenze la centralizzazione delle politiche e delle direttive per malati, cure, ospedali, sanità sul territorio e misure di prevenzione sia decisamente più efficace.

L’impressione è che sia proprio questo pseudofederalismo tutto italiano, in cui competenze e ragioni dei poteri locali e del governo centrale galleggiano nell’incertezza e massima è questa incertezza proprio quando dovrebbero incontrarsi, il motivo della grande confusione che sta mettendo nei guai il governo di Giuseppe Conte e, quel che è molto peggio, la fiducia nel futuro e la tranquillità dei cittadini.

Le controprove possono essere cercate su tutti e due i vertici dell’asse centralismo assoluto – federalismo compiuto. Che la Cina abbia sconfitto rapidamente e bene il Corona virus perché è un paese con un sistema di potere ultracentralizzato è opinione comune e radicata e, giustamente, accompagnata dalla considerazione che solo un sistema dittatoriale che a noi ripugna può permettersi certi “lussi” (pur se è vero che anche democrazie come la Corea del Sud e il Giappone hanno avuto successi simili). Per venire in una parte del mondo a noi culturalmente omogenea, va detto che un paese con un sistema tradizionalmente centralistico ma democratico come la Francia se la sta cavando molto, ma molto male. Lo stesso, pare, si potrebbe dire della Spagna e del Regno Unito.

I 16 Länder della Repubblica federale tedesca

Sull’altro vertice dell’asse c’è, qui in Europa, il paese federale per antonomasia, tanto da aver voluto quell’aggettivo nella stessa denominazione ufficiale: Repubblica Federale di Germania. I 16 Länder che compongono la RFG sono Stati a tutti gli effetti e hanno i poteri degli stati in tutte le materie della vita civile eccetto la politica estera, le forze armate, la moneta che sono in capo alla federazione, il Bund. I Länder hanno la propria polizia, le proprie scuole, il proprio sistema giudiziario, le proprie politiche economiche, sociali e produttive, le proprie istituzioni culturali, i propri bilanci alimentati dalle tasse per la parte che non compete al Bund e via elencando.

Che cosa tiene insieme tutto questo? La Costituzione federale, che prescrive il rispetto di alcuni grandi princìpi dell’ordinamento democratico e dei diritti fondamentali delle persone. Per esempio: le polizie degli stati sono autonome, ma non possono conculcare i diritti di libertà dei cittadini. Oppure, le scuole sono diverse da Land a Land, ma tutte debbo tendere ovunque alla formazione di personalità libere e complete, le leggi sul lavoro possono variare, ma certi criteri salariali e normativi valgono dappertutto, e via elencando. Anche sul piano sociale la Costituzione fissa un criterio generale vòlto a garantire l’eguaglianza ed esistono meccanismi per cui gli stati più ricchi versano contributi a quelli più svantaggiati. Cosa che è stata molto importante, evidentemente, negli anni immediatamente successivi alla riunificazione.

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Foto di FelixMittermeier da Pixabay

La struttura istituzionale che regge questo sistema prevede che accanto al governo federale e al parlamento, il Bundestag, esistano i governi locali, eletti direttamente, e una Camera dei Länder, il Bundesrat, costituito dai rappresentati dei diversi stati. Questi – particolare molto importante – non sono eletti, ma vengono nominati dai governi regionali e sono tenuti al vincolo dell’appartenenza. Per intenderci: i membri bavaresi del Bundesrat voteranno sempre in considerazione degli interessi della Baviera e non in base alla loro appartenenza politica, cristiano-sociali, socialdemocratici, verdi o altro che siano.

Concertazione e conciliazione, non competizione

Si può dire che questo sistema, tratteggiato a grandissime linee e senza entrare nei dettagli, tiene insieme le istanze politiche dei partiti, che si esprimono nel Bundestag eletto dal popolo che esprime il governo federale, e gli interessi dei Länder. Naturalmente può accadere che si creino dei conflitti (accade sempre più spesso, in realtà), ma in questo caso la controversia viene appianata, non proprio sempre ma quasi, da apposite commissioni in cui sono rappresentate le parti. Si tratta, insomma, di un sistema fondato sulla concertazione e la conciliazione piuttosto che sul confronto competitivo. Ben diverso dal nostro.

Prima di tutto l’interesse pubblico

Come è stata gestita l’emergenza covid da questo sistema? Le competenze in materia di sanità competono ai Länder ma, in base alla preminenza costituzionale delineata sopra, esse debbono essere adeguate a criteri di giustizia, uguaglianza e qualità definiti dal Bund. È una legge federale, così, a imporre che tutti i cittadini al di sotto di una certa soglia di reddito siano obbligati ad iscriversi a una cassa-malattia pubblica, che copre attualmente circa il 75% della popolazione, mentre i più ricchi possono ricorrere ad assicurazioni private.

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Foto di Anastasia Borisova da Pixabay

Il sistema non è perfetto e sono in molti a ritenere che sia meno socialmente giusto, meno performante e anche qualitativamente inferiore, di quello italiano. Ma la preminenza dell’interesse pubblico garantita dal federalismo “buono” della Germania ha avuto certamente effetti positivi nella gestione dell’emergenza negli ultimi mesi, testimoniata dalla relativa “mitezza” dell’infezione nella Repubblica federale rispetto ai paesi vicini: la Francia, la Gran Bretagna, i Paesi Bassi, il Belgio e, ora, anche l’Italia.

Nel 2007 un piano 25 mila posti in terapia intensiva

In particolare, fu l’intervento del Bund che nel 2007, sulla base della provvidenziale simulazione di un’epidemia non troppo dissimile (se non per il numero catastrofico di morti) da quella attuale, permise l’elaborazione di un piano per la creazione di 25 mila posti di terapia intensiva che a giudizio degli esperti fu determinante a contenere le vittime molto al di sotto degli altri paesi nella prima fase dell’emergenza.

Anche più recentemente l’intervento deciso del governo di Berlino, e della cancelliera Merkel in particolare, ha portato alla definizione di criteri minimi comuni nelle misure di varia natura che sono state adottate dai Länder. Senza conflitti manifesti, senza “ribellioni”, senza rincorse demagogiche tra i Ministerpräsidenten. Dai quali, forse, i nostri “governatori” avrebbero da imparare.