Un fantasma si aggira in Star Wars:
la lotta tra imperialisti e partigiani

Manca meno di un mese al risveglio della Forza: il nuovo “Star Wars” esce in tutto il mondo nella terza settimana di dicembre (in Italia, il giorno 13) e il bombardamento mediatico è in pieno svolgimento. Lunedì la presentazione del listino Disney alle Giornate Professionali del cinema di Sorrento ha avuto il suo culmine proprio nei materiali (trailer e backstage) dedicati al film, tecnicamente l’Episodio VIII: in italiano si intitola “Gli ultimi Jedi”. La trama non è poi così difficile da indovinare, era tutta visibile – come in un ologramma – nell’ultima inquadratura dell’Episodio VII, quando su un’isola deserta in una galassia lontana lontana appariva, agghindato come un fantasma, Luke Skywalker: i fans l’avevano atteso per tutto il film (si sapeva che fra gli attori c’era Mark Hamill, per cui DOVEVA esserci Luke) e a quel punto i giochi erano fatti. Nel prossimo episodio la giovane guerriera Rey farà coppia con Luke, e siamo pronti a scommettere che sono loro due, gli ultimi Jedi: che la ragazza avesse un destino glorioso era ovvio sin dal suo ingresso in scena. Ah, c’è anche Carrie Fisher, la principessa Leia: aveva girato quasi tutto prima della morte prematura, lo scorso 27 dicembre, e il film esce a quasi un anno esatto dalla sua scomparsa. Vederla nei trailer è già commovente: nel film, poi, farà versare lacrime.

Poiché il merchandising di “Star Wars” non si interrompe mai, non è certo casuale l’uscita in contemporanea, in Italia, di tre libri per diversi motivi molto interessanti. Il primo è scritto dalla citata Carrie Fisher, si intitola “I diari della principessa” (Fabbri) ed esce, ahinoi, postumo: è la storia delle riprese londinesi del primissimo film, ma parla molto più della sfortunata storia d’amore con Harrison Ford che del film in sé. Il secondo è italiano: “Star Wars: l’epoca Lucas” di Giorgio Ghisolfi (Mimesis), raffinata analisi della saga da parte di un esperto di animazione e di tecnologie digitali. Il terzo è una ponderosa biografia del padre di “Star Wars” intitolata semplicemente “George Lucas”, scritta da Brian Jay Jones (Il Castoro). Potreste legittimamente chiedervi come sia possibile scrivere 500 pagine di biografia su Lucas, forse il cineasta con la vita più monotona e meno appassionante di tutti i tempi. E invece non è neanche la prima: ci aveva già provato, nel 1999, un esperto di biografie piccanti come John Baxter (anche allora il libro si intitolava “George Lucas” ed era edito da Lindau). Il risultato è abbastanza paradossale: pur essendo un noto rabdomante di pettegolezzi, Baxter aveva confezionato un libro piuttosto noioso; il lavoro di Jones, che pure non firma una biografia autorizzata, è invece affascinante. Ma questo è dovuto al fatto che, dal 1999 a oggi, nella vita di Lucas è successo di tutto: ha ripreso a girare film (con la seconda trilogia, dal 1999 appunto al 2005), si è risposato, ha adottato figli e infine ha compiuto il grande gesto, la vendita di tutto il franchise di “Star Wars” alla Disney per la modica di 4 miliardi di dollari e spiccioli (sì, avete letto bene: miliardi, non milioni, di dollari). E qui si nasconde anche un problema ermeneutico non da poco, al quale risponde in maniera netta proprio il titolo del libro di Ghisolfi: “l’epoca Lucas” si è chiusa con la vendita alla Disney, chi si era illuso che Lucas potesse mantenere il controllo sulla sua creatura (tra cui noi che scriviamo, lo confessiamo) si era illuso. I nuovi proprietari hanno indirizzato la saga verso territori narrativi ed espressivi che a Lucas non piacciono: in una famosa intervista tv concessa all’anchorman Charlie Rose (che poi ha dovuto in parte ritrattare) Lucas ha definito quelli della Disney “white slavers”, mercanti bianchi di schiavi.

Sentire Lucas che definisce gli eredi di Walt Disney “mercanti” (di schiavi, poi!) potrebbe sembrare paradossale. Lucas è l’unico vero erede di Disney nell’arte del merchandising applicato al cinema, i soldi veri li ha fatti più con i giocattoli, i videogame e i fumetti che con il box-office. È indiscutibilmente, dopo Disney, il più grande “mercante” della storia del cinema (nel senso buono)… ma quella parola, “slavers”, è quasi un lapsus. Nasce da un modo di pensare, oseremmo dire da un’ideologia. Ed è questo il punto di vista dal quale è maggiormente interessante analizzare il mondo di “Star Wars”.

Dovreste fare un esperimento: prendere tutti i film della saga, compreso “Rogue One”, ed estrapolare i dialoghi in cui si parla di politica. L’esito sarebbe sorprendente: “Star Wars” è una saga infarcita di politica, e anche se Lucas la definisce “una soap-opera sui rapporti familiari” la si potrebbe altrettanto legittimamente considerare un apologo politico sull’America degli anni ’70. Lucas la concepì (anche) sull’onda del Watergate, e del resto è lampante come tutta la vicenda parli di un Impero centralizzato, aggressivo e – passateci il bisticcio – imperialista al quale si oppone una Resistenza composta di ribelli che nulla vieterebbe di chiamare “partigiani”. Che poi questi ribelli si servano di una Forza che è una sorta di potere mistico, fa parte del substrato mitologico (Frazer, Campbell, Tolkien) al quale Lucas attinge: però sarebbe importante ricordare che la Forza è una specie di psicologia condivisa, quasi telepatica, quindi in senso lato un’ideologia – e non deriva da agenti esterni, non è una religione perché quello di “Star Wars” è un mondo senza divinità esattamente come il mondo del “Signore degli anelli” (fattore, questo, misteriosamente trascurato da quasi tutti gli esegeti dei libri di John Tolkien e dei film di Peter Jackson). Il libro di Brian Jay Jones ci spiega con dovizia di esempi come Lucas sia un “radical” abbastanza estremo per gli standard americani: non un comunista, per carità… ma quasi! E questo prima ancora di concepire e realizzare “Star Wars”. Non bisognerebbe mai dimenticare che Lucas ebbe all’inizio degli anni ’70 la primissima idea di “Apocalypse Now”, ovvero di un film feroce e satirico contro la guerra del Vietnam (progetto poi passato, con molte mutazioni, prima a John Milius e poi a Francis Coppola); che “American Graffiti”, film girato in fretta e furia, fu letteralmente salvato dal grande direttore della fotografia Haskell Wexler, un militante dei diritti civili per il quale, anni dopo, Lucas produsse “Latino”, uno dei film più di sinistra che il cinema americano abbia mai realizzato; che sempre Lucas portò in tribunale nientemeno che il governo degli Stati Uniti per l’uso indebito dell’espressione “guerre stellari” per definire la Sdi, la Strategic Defense Initiative (il sistema di difesa missilistica concepito dall’amministrazione Reagan). Infine, si dovrebbe sempre ricordare che Lucas, Coppola e pochi altri registi della New Hollywood tentarono in tutti i modi di creare un sistema produttivo alternativo alle majors del cinema classico: “Tutto quello che guadagno viene reinvestito in nuovi progetti, qua non ci sono dividendi o quote azionarie… abbiamo imparato una regola fondamentale, negli anni ’60: avere la proprietà dei mezzi di produzione” (dal libro di Jones, pag. 365).

George Lucas è un uomo che, partendo da riflessioni quasi marxiste, ha costruito un impero ma continua a stare dalla parte dei ribelli. La sua seconda moglie, Mellody Hobson, è una donna afroamericana definita “la principessa nera della finanza americana”. Amica personale di Oprah Winfrey, di Warren Buffett e dell’ex senatore Bill Bradley, la Hobson – quando Lucas la conobbe – stava aiutando un giovane militante democratico di Chicago, afroamericano come lei, a trovare fondi per una futura campagna elettorale. Si trattava di Barack Obama e Lucas fu folgorato da lui quasi quanto da lei, fino a definirlo “our next hero”, il nostro prossimo eroe. Fra tutte le idee della Disney per i nuovi film, una delle poche che probabilmente Lucas apprezza è la presenza di un “eroe” nero, la guardia ribelle Finn interpretata da John Boyega.