Un fantasma in Europa:
l’instabilità tedesca

I miracoli non esistono, o almeno non esistono in politica. Un accordo tra tre, o meglio quattro, partiti che la pensavano in modo diverso e spesso contrapposto su praticamente tutte le scelte che avrebbe dovuto compiere il futuro governo di Berlino sarebbe stato un miracolo e così nessuno si è stupito più di tanto quando venerdì a tarda ora il capo dei liberali, Christian Lindner, si è presentato da solo davanti ai giornalisti ad annunciare che le trattative per la formazione del quarto governo Merkel sono fallite e la coalizione Jamaica (i due partiti democristiani neri, i liberali della FDP gialli e i Verdi verdi) non si farà. Qualcuno ha anche detto quel che in molti hanno pensato: e cioè che almeno uno dei protagonisti del negoziato cominciato in ottobre, proprio Lindner, avesse puntato fin dall’inizio alla rottura.

È verosimile, ma anche se fosse vero non cambierebbe nulla. Il fatto è che in queste settimane si è cercato inutilmente di conciliare due princìpi della politica tedesca ambedue fondamentali: la coerenza dei programmi da un lato e la propensione alla mediazione dall’altro. La capacità di far convivere le due cose ha dominato la vita pubblica della Repubblica federale per sette decenni, facendosi sostanza di un sistema di rapporti istituzionali che ha funzionato. Ha funzionato finora ma, evidentemente, non funziona più.

Perché? Qualcuno risponderà che il motivo sostanziale è il gran rifiuto della SPD a tornare alla groβe Koalition con la CDU/CSU. Nel ruolo di junior-partner di Frau Merkel i socialdemocratici hanno perso tanti voti da configurare una specie di suicidio annunciato, ma, sostengono molti (non solo a destra), il dovere verso la Nazione avrebbe imposto, imporrebbe ancora, il supremo sacrificio. Anche perché, per ragionare in termini biecamente utilitaristici, comunque il sottrarsi all’Union sacrée può costare alla SPD nell’elettorato di centro più di quello che guadagnerebbe in quello di sinistra.

Chissà se è vero. Crediamo di no, ma non è questo il punto. L’impressione è che a far saltare lo schema programmi-mediazione non sia stato tanto l’”egoismo” della SPD quanto lo spostamento a destra dell’equilibrio politico testimoniato in modo clamoroso e preoccupante dall’irruzione sulla scena politica e parlamentare degli estremisti di destra di Alternative für Deutschland e in modo meno clamoroso, ma quasi altrettanto preoccupante, dallo spostamento su posizioni via via più radicali dei liberali capitanati dal giovane e rampante Lindner. Quando cominciarono le trattative per Jamaica non era proprio difficile prevedere che non se ne sarebbe fatto nulla e che stavolta la mediazione non avrebbe funzionato. I programmi dei liberali e quello dei Verdi divergevano su tutti i tempi importanti, dalla politica fiscale all’atteggiamento verso l’Unione europea all’ambiente ai diritti civili all’immigrazione e in tutti le posizioni della FDP erano molto connotate a destra: diciamo che il programma dei liberali era molto illiberale.

La rottura, dopo che la cancelliera aveva dovuto già accettare l’imposizione di un tetto massimo di 200 mila all’accoglimento dei profughi politici voluto dalla CSU e da una parte della CDU oltre che da Lindner e i suoi, è arrivata sulla questione del ricongiungimento familiare per i rifugiati della Siria, ma sarebbe potuta avvenire su molti altri dossier: sulla politica fiscale, con la pretesa dei liberali di fare tagli alle tasse che avrebbero premiato i ricchi; su quella ambientale, con la difesa a spada tratta delle centrali a carbone che i Verdi chiedono che vengano chiuse; sull’Europa, con il rifiuto liberale di ogni ipotesi di rilancio, a cominciare da quelle avanzate da Macron, e con la dichiarata intenzione di ritirare la Germania dai fondi di sostegno ai paesi a debito forte. È avvenuta sul tema probabilmente più sensibile nell’opinione pubblica, quello degli immigrati che ha gonfiato la resistibile ascesa degli estremisti di AfD, e quindi il suo segnale dello scivolamento a destra è stato immediatamente percepibile. Non a caso si è consumata, la rottura, quando la bavarese CSU ha temuto di vedersi scavalcata a destra dalla FDP che sulla pelle di mogli, fratelli, sorelle e figli di profughi siriani sperava di andare ad arricchire il proprio bottino di voti proprio soprattutto in Baviera. “In materia di immigrazione non possiamo avere qualcuno alla nostra destra in casa”, riferiscono che abbia detto ai suoi il capo dei cristiano-sociali Horst Seehofer, riecheggiando una celebre parola d’ordine che fu di Franz-Josef Strauss: “Alla nostra destra ci può essere solo il muro”.

Miserie. Ora bisogna vedere che cosa accadrà. Stante il non possumus dei socialdemocratici alla grande coalizione, le soluzioni possibili sono due: la prima è la formazione di un governo di minoranza che si appoggi a maggioranze variabili, ma è un po’ difficile immaginare Angela Merkel che si presenta al Bundestag chiedendo voti volta per volta un po’ come pensa di fare Luigi Di Maio in Italia. E infatti lei lo ha escluso, facendo notare che sarebbe una soluzione molto debole di fronte alle sfide che sono davanti al paese e all’Europa. La seconda sono elezioni anticipate, che il presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier ha detto di non volere perché “i partiti debbono fare il loro dovere cercando un accordo”. Un richiamo al metodo della mediazione da parte sua forse obbligato, ma che rischia di lasciare il tempo che ha trovato.

Chiunque conosca un po’ la Germania può immaginare quale trauma possa rappresentare il ricorso al voto anticipato nel paese che più di ogni altro ha fatto della propria stabilità – e in genere della prevedibilità delle scelte pubbliche – una bandiera e una specie di risarcimento storico al mondo per la fatale instabilità della Repubblica di Weimar che portò a quello che portò. È vero che nella storia della Repubblica federale di voti anticipati a livello federale non ne sono mancati: ci furono nel 1972 quando la Cdu tentò di rovesciare Willy Brandt con un voto di sfiducia costruttivo (fallito), nel 1983 quando si trattò di far ratificare dagli elettori Helmut Kohl che, con il passaggio dei liberali dall’alleanza con la SPD a quella con la CDU/CSU, aveva sostituito alla cancelleria Helmut Schmidt e nel 2005, dopo che la fiducia era stata negata a Gerhard Schröder. Ma in quei casi il voto anticipato fu la conseguenza di un generale mutamento di corso politico, riuscito o fallito, non l’esito, come sarebbe stavolta, di una impasse del sistema.

Insomma, pare proprio che dovremo prepararci a dare a Berlino il benvenuto nel club dei paesi instabili. Anche perché la macchina dei sondaggi, che ovviamente si è rimessa in moto alla grande, invia segnali preoccupanti: se si rivotasse domani i risultati sarebbero più o meno gli stessi del 24 settembre, con l’unica, spiacevolissima, eccezione degli estremisti di AfD, che guadagnerebbero ancora qualcosa. I sondaggi non tengono conto degli effetti che ha avuto sull’elettorato il modo in cui si è arrivati alla rottura delle trattative, ma non può non inquietare l’ipotesi di un nuovo stallo nel nuovo Bundestag.

Per quanto riguarda il resto dell’Europa, e l’Italia, per il momento possiamo tutti sentirci sollevati perché a Berlino non andranno al governo i liberali con il loro atteggiamento euroscettico e duramente ostile verso i paesi dal debito alto. Ma deve essere chiaro, ai politici, all’establishment economico, ai commentatori e a tutta l’opinione pubblica che l’instabilità della Germania non sarà certo un problema solo tedesco.