Un destino chiamato Mediterraneo

Le vecchie civiltà mediterranee hanno lasciato ai posteri i loro alfabeti. Da nessun’altra parte del mondo ne abbiamo tanti. Si scriveva sulle pareti rocciose delle grotte e sulle lastre dei monumenti, su pietra, creta, bronzo, su rotoli di papiro e fascicoli degli incunaboli, con geroglifici e simboli, linee rette e curve, lettere tonde, angolari o cuneiformi, righe che scorrono da sinistra a destra o da destra a sinistra, dalla cima al fondo della pagina o dal fondo alla cima. Le antiche scritture somigliavano ai contorni delle coste, delle isole, delle rupi, delle onde. Servivano per prolungare la memoria o la conoscenza. Segnare la nascita o la morte, esprimere amore o odio, annotare le vittorie o le sconfitte, onorare il sovrano o pregare Iddio. I messaggi venivano mandati anche in altro modo, con diversi strumenti, materiali, segnali – intagli negli alberi, nodi sulle corde, vessillo sull’albero della nave, la resina e l’olio che si accendono e si spengono nei fari. Ma nulla era in grado di sostituire la scrittura. Essa ha trasformato il passato del Mediterraneo in storia, collegando la caducità della vita con l’eternità.

E così in ogni punto evidente, da scena a scena, da un avvenimento all’altro, comincia il racconto del mare e della costa, delle isole e della solitudine, del corpo e della prigione, dei venti e dei fiumi, di noi stessi. Eterni rituali della partenza e del commiato, dramma del distacco e del ritorno, enfasi e parodia, movimenti circolari e tentativi di uscirne fuori, palingenesi e palinsesto. I motivi della navigazione non sono mai noti fino in fondo. È difficile stabilire chi sono quelli che salpano e come sono equipaggiati, cosa li accompagna alla partenza e cosa viene a riceverli al ritorno. Il Mediterraneo attende da tempo una nuova grande opera sul proprio destino.

Il nostro “mare tra le terre” rassomiglia talvolta a un vasto anfiteatro che, per molto tempo, ha visto sulla scena lo stesso repertorio al punto che le parole e i gesti dei suoi attori sono noti e prevedibili. Occorre perciò sbarazzarsi di una zavorra ingombrante: liberarsi dalle nozioni superate di periferia e di centro o dagli antichi rapporti di distanza e di vicinanza, ripensare i significati dei tagli e degli inglobamenti, le relazioni delle simmetrie a fronte delle asimmetrie. Non basta osservare questi dati in una scala di proporzioni o sotto i loro aspetti dimensionali – devono essere considerati anche in termini di valori. Certe condizioni euclidee  della geometria vanno sostituite o completate. Le forme di retorica e di narrazione, di politica e di dialettica, invenzioni del nostro Mediterraneo, sono state adoperate per troppo tempo e talvolta appaiono logore.

Non esiste una sola cultura mediterranea: ce ne sono molte in seno a un solo Mediterraneo. Sono caratterizzate da tratti per certi versi simili e per altri differenti. Le somiglianze sono dovute alla prossimità di un mare comune e all’incontro sulle sue sponde di nazioni e di forme di espressione vicine. Le differenze sono segnate da fatti d’origine e di storia, di credenze e di costumi. Né le somiglianze né le differenze sono assolute e costanti: talvolta sono le prime a prevalere, talvolta le ultime. E il resto è mitologia. Non dimentichiamo che anch’essa è nata accanto alle sponde del Mediterraneo.

Gli uomini del nord identificano spesso il nostro mare col sud: c’è qualcosa che li spinge a ciò anche quando amano molto la loro terra d’origine. Non si tratta soltanto dell’aspirazione a un sole più caldo e a una luce più forte. Non so se sia questo che può essere chiamato “fede nel sud”. È possibile – indipendentemente dal luogo di nascita di residenza – diventare mediterranei. La mediterraneità non si eredita, ma si consegue. È una decisione, non un vantaggio. Dicono che di veri mediterranei ce ne siano sempre meno. Non c’entrano solo la storia o la tradizione, il passato o la geografia, la memoria o la fede: il Mediterraneo è anche destino.

(Predrag Matvejević, “Breviario mediterraneo”, 1987)