Un decreto contro i deboli
Tolleranza zero
anche per chi manifesta?

La più recente è stata la dichiarazione del Consiglio superiore della magistratura, la cui la VI commissione ha votato un documento che sostiene che il decreto sicurezza di Salvini è incostituzionale almeno nella parte in cui si occupa di migranti e richiedenti asilo. Mercoledì il voto dell’assemblea plenaria, vederemo come finirà. Ma l’allarme su quel decreto è ormai ampio, va oltre la mobilitazione dei militanti solidali che ha riempito Roma sabato scorso. Ne ha parlato, tra gli altri, la commissaria per i diritti umani del consiglio d’Europa, che paventa una diminuzione dei diritti. O le associazioni antirazziste, che di diritti si occupano, che hanno lanciato un appello al parlamento. I “tecnici” del diritto, come l’Asgi, associazione di studi giuridici sull’immigrazione, che hanno stilato un lungo documento esplicativo e critico.


Passato qualche giorno dall’approvazione, e dunque dalle spiegazioni lette sui giornali e annunciate dai siti specializzati, forse è utile guardare con attenzione che cosa contenga quel decretone, una sorta di autobus che raccoglie casi diversissimi tra loro.
La prima missione, non l’unica, è quella politica: pugno di ferro contro i più deboli, i migranti. Il pronto sgombero del Baobab di Roma, l’annuncio di una ventina di altri sgomberi solo a Roma, dalla fabbrica della pennicillina alle occupazioni di via Carlo Felice e via Prenestina, non serviranno che ad aggravare i problemi di ordine pubblico. Dove andranno le centinaia di persone che ci vivono, molti sono italiani, a cui il comune non sa dare risposte? Riguarda soprattutto i poveri l’emergenza abitativa, non potranno che mettere in campo le magre risorse che hanno, costruendosi una baracca il più possibile lontano dagli occhi. L’assenza di acqua, luce e gas, e minime condizioni igieniche resterà, drammatica. Ma in una campagna elettorale infinita fa comodo avere e contribuire a rendere più visibile un capro espiatorio da additare al disprezzo sociale, al maschio grido di “ruspa”.


Ma il decreto-salvini ha anche un’intenzione pratica, rivolta contro i migranti. L’abolizione della protezione umanitaria – che sta a sostituire una regolare politica di immigrazione, visto che richiedere asilo è l’unico modo per entrare in Italia se non a chiamata nominale – la sua sostituzione con altri tipi di permesso, ad esempio quello per eroismo, o quello per malattie gravissime: tutti casi diversi, di diversa e complessa gestione. Affidati però tutti alle decisioni delle questure, non alle commissioni regionali. Poi la drastica riduzione degli Sprar, il sistema di accoglienza diffuso sul territorio, piccoli numeri, istruzione e assistenza sanitaria, inserimento lavorativo, riservati ai rifugiati, a chi è qui per curarsi di gravi malattie, o per calamità nel loro paese, o per chi è autore di atti di particolare valore civile, o le vittime di violenza domestica, o chi ha denunciato gli sfruttatori. Gran finanziamenti, invece, per i Cas, i centri di accoglienza per grandi numeri in cui saranno ricoverati i richiedenti asilo,  da cui dopo un lungo ozio le persone usciranno con un foglio di via e l’assicurazione di una vita clandestina.


Niente insegnamento della lingua o corsi professionali, niente inserimento al lavoro, che sono il vero investimento sulla sicurezza perché il non avere occupazione o impegni di studio, obiettivi di vita, consegna molti migranti alla criminalità e alla devianza. Basta con gli affari sui migranti, dice il ministro degli interni: e rende i profitti più facili a chi ha finora lucrato sui migranti, i grandi centri a volte di ispirazione mafiosa. Del resto, ci fosse un’integrazione vera, come si potrebbe gridare all’invasione a ogni stormir di campagna elettorale? Fanno più comodo gli accampamenti diffusi che non un unico luogo di accoglienza per transitanti, com’era prima Baobab, nascosto agli occhi del quartiere. Anche perché, intolleranti come siamo diventati, ci sfastidia lo spettacolo della povertà, ma la povertà non scandalizza, come non scandalizza l’esclusione di una grande massa di persone dal sistema sanitario, donne e bambini inclusi. Tutto fieno in cascina dei razzisti.
A corollario di questa architettura dell’esclusione, una piccola norma a margine, che avrà gravi e pesanti conseguenze. Il permesso di soggiorno per richiesta asilo “non costituisce titolo per l’iscrizione anagrafica”. L’Asgi commenta: “Ne consegue, tra l’altro, che al richiedente asilo non potrà più essere rilasciata la carta di identità. Il permesso di soggiorno per richiesta asilo costituisce comunque documento di riconoscimento, ma problemi sorgeranno sicuramente per i richiedenti in attesa di rinnovo, posto che la norma non estende la equiparazione anche alla ricevuta di domanda, sicché il richiedente in attesa di rinnovo potrebbe trovarsi privo di un documento di identità formalmente riconosciuto come tale”. Non avere la residenza e la conseguente carta di identità vuol dire, ed è solo un esempio, essere esclusi da servizi fondamentali come il sistema sanitario o quello scolastico.


Ma, visto che “prima gli italiani”, il decreto ha molti provvedimenti per noi cittadini autoctoni. La parola d’ordine è sempre la stessa, ruspa. Ecco il potenziamento del daspo, l’esclusione della libera circolazione da una o da una parte di città sperimentato negli stadi contro i tifosi e ora allargato a tutti, con particolare menzione di “presidi sanitari”, gli ospedali. Dunque potrebbe essere vietato a qualcuno di presentarsi nei pronto soccorso, qualsiasi siano le sue condizioni di salute, per motivi di ordine pubblico. Finora i pronto soccorso erano aperti a tutti, e tutti venivano curati o ascoltati, tempo e urgenze permettendo.
Ancora per italiani. Quattro anni di carcere, e multe oltre i 2000 euro, per chi occupa e promuove le occupazioni di edifici o terreni, anche se abbandonati, anche se quell’occupazione dovesse essere una forma di lotta, come nelle scuole, e validi probabilmente anche per sit in o picchetti. Chi fa un blocco stradale o ferroviario, finora passibile di multa, ora diventa un criminale passibile di carcere. E per capire chi ha organizzato le iniziative, saranno lecite le intercettazioni telefoniche, in allegra concorrenza con le indagini su mafiosi e tangentisti.
Ancora. Anche la polizia municipale sperimenterà il taser, la micidiale pistola elettrica che paralizza somministrando un elettroshock “di strada”. Per l’Onu è un’arma di tortura, negli Stati Uniti da cui l’abbiamo importata ha già provocato più di mille morti.
E poi. Sanzioni per l’accattonaggio molesto, come dire tolleranza per la povertà ma l’intolleranza per i poveri, Tolleranza zero per i parcheggiatori abusivi. Costruzioni di nuove carceri. Aumento dei giorni in cui è poasibile trattenere migranti senza documenti, i Cie: galere senza nessuna condanna e spesso senza altro reato che quello, senza dolo, di assenza di documenti. Piano straordinario di videosorveglianza nelle città.
Come ciliegina sulla torta di repressione e esclusione, le norme sulla vendita all’asta dei beni sequestrati ai mafiosi, oggi destinate a fini sociali. Macché affidati, saranno venduti. Sarà facile così, per i clan, riacquisirli. La legge dell’82 La Torre che consente di confiscare i beni alla mafia per consegnarli a associazioni cooperative parrocchie e gruppi scout impegnati in azioni sociali, viene considerata devastante dai mafiosi. Ebbene, così la si vanifica: chi avrà il coraggio di partecipare all’asta pubblica di un bene mafioso, magari la villa del boss? Sarebbe un pericoloso sgarro. Così un prestanome riuscirà, altra beffa, ad aggiudicarsela al massimo ribasso. Che effetto farà veder tornare i boss nella disponibilità dei loro beni, se non la sensazione tangibile della sconfitta dello stato? Davvero un decreto per la sicurezza.