Un corteo immenso
a Milano
“Prima le persone”

“People. Prima le persone”, lo striscione che apre il corteo. Poi: “Siamo dello stesso sangue, fratello, tu e io”, “Siamo tutti meticci”, “Siamo tutti uguali”, “Sui diritti non si torna indietro”, “Proteggere le persone, non i confini”, “Il mondo che vogliamo è una storia a colori”, “No al razzismo”, “Io emigro, loro emigrano, noi emigrammo” (un omaggio alla storia dimenticata della nostra emigrazione)

Li abbiamo letti questi slogan, sugli striscioni o sui cartelli, alzati, impugnati, sventolati lungo le strade di Milano, quelle di sempre delle grandi manifestazioni, dalle parti di Corso Venezia, dai Giardini pubblici, fino a piazza del Duomo. Come per il 25 Aprile. Per dire no al razzismo, allo sfruttamento, alla violenza.

Lo slogan che ci è piaciuto di più diceva: “Siamo tutti sulla stessa barca”. Non sarà nuovo, non sarà originale, ma è avveduto, realistico, puntuale nell’indicare una condizione. Se il mondo è una barca, abbiamo tutti l’interesse a remare insieme, con lo stesso traguardo davanti agli occhi. E’ la regola fondamentale per ogni società che voglia definirsi civile. Il bene mio e anche il bene tuo, un principio dell’utilitarismo. Le diseguaglianze, le discriminazioni, le divisioni, i cittadini di serie B e quelli di serie A, non aiutano il mondo e chi lo popola. La barca vuole equilibrio per stare a galla.  

Quella di Milano è stata una festa, tanta era l’allegria dettata magari dal ritrovarsi, dal riscoprire di avere ancora voce. M è stata una festa che ha dato segnali politici forti. Duecento o duecentocinquanta mila persone sono diventate una immensa protesta contro le scelte (o anche solo le parole) del leader leghista e contro l’oscena accondiscendenza dei suoi alleati. Come nella straordinaria prova dei tre sindacati finalmente uniti, come è accaduto a Roma. Come nelle tante manifestazioni di cui abbiamo letto, le altre di Milano e di tante città, o di cui non abbiamo letto affatto per le solite disattenzioni” dei nostri media. Quelle persone che camminavano e cantavano hanno dimostrato impegno, disponibilità, responsabilità, voglia di politica, dopo la delusione, dopo la sconfitta.

Duecento o duecentocinquantamila persone sono anche un miracolo, per il silenzio che ha circondato l’impresa: nessuno tra i giornali e le tv che in qualche modo la “reclamizzasse”, se non all’ultimo, a giochi fatti. Una sola eccezione: Radiopopolare.

Tutto è nato per iniziativa di alcune associazioni, Emergency, i Sentinelli, l’Anpi, le Acli, l’Arci. Con il sostegno di una miriade di altri gruppi, da Medici senza frontiere a Terre Des Hommes, dai sindacati a Libera.  I partiti sono arrivati per ultimi, lasciati alla porta. Erano in corteo alcuni personaggi della politica, come Zingaretti e Martina, pronti per le primarie del Pd, c’era il neo segretario della Cgil, Maurizio  Landini, con l’ex segretario Sergio Cofferati, accanto ai segretari della Cisl e della Uil, Furlan e Barbagallo, c’era Enrico Rossi, c’era Laura Boldrini, l’ex sindaco Pisapia e il sindaco in corso, Beppe Sala, l’unico cui è stato consentito di parlare alla fine o quasi, in piazza del Duomo: “Siamo ancora in tanti, tantissimi, qui a Milano a credere nei diritti civili e nella pari dignità di tutti gli individui. E, anche se a volte ci si smarrisce nel timore di rappresentare il passato, il futuro siamo noi. Nessuna paura. Sarà così o non sarà niente. Mi auguro che altri seguano l’esempio di Milano. Questa città è credibile perché mette insieme la testimonianza e la concretezza. Da qui non si vede il Paese che viene descritto tutti i giorni e da qui può ripartire un’idea diversa d’Italia”.

Sala ha riproposto orgogliosamente una sorta di centralità milanese nel disegnare un futuro della politica. C’era una volta l “laboratorio Milano”… Certo quel centinaio di associazioni, molte sconosciute ai più, hanno svelato la vitalità del politica, quando la politica sa aderire ai problemi, ai sentimenti, alle vocazioni della gente e li fa propri. E’ un arcipelago di espressioni diverse, di culture e ambizioni diverse, che difendono la loro autonomia, ma che sono pronte al dialogo e all’impegno, che non cercano forse un interlocutore nei partiti ma che di un simile interlocutore hanno bisogno, perché la loro azione prenda forza, perché diventi stimolo continuo nel corpo vivo della società, perché diventi vera occasione di cambiamento. Perché si realizzi una  democrazia, se i partiti imparano, se capiscono che non possono lasciare che tutto viva e muoia in un giorno.

Il corteo è stato di gente, di colori, di suoni. Abbiamo risentito “Bella ciao” intonata dagli scout, in testa a tutti, e tante altre canzoni, fino ad una sorta di concerto finale in piazza, una colonna sonora che va da Beyoncè a Mahmood. E’ stato un corteo di colori, senza le bandiere dei partiti, ma con una infinità di altre bandiere e soprattutto con un immenso lenzuolo dai colori della pace. E’ stato un corteo di colori anche nei volti dei partecipanti: italiani, milanesi, senegalesi, sudamericani, mediorientali, cinesi (con un gigantesco serpentone di carta). Dai bordi della strada era possibile vedere scorrere un fiume come un catalogo dell’universo umano. Senza demagogia: commovente sentirsi parte di quel mondo (cito un altro cartello: un pesce assai noto e particolare e la scritta “L’unica razza bianca”), prova concreta di una società cambiata (lo si diceva trent’anni fa, alla nascita in Italia dei primi figli di immigrati) e prova concreta della sconfitta di Salvini: “No Walls” stava scritto su un altro cartello, niente muri, siamo di fatto già oltre i muri.

Mi è stato inevitabile ripensare ad un’altra manifestazione, ormai molti anni fa, il 25 Aprile 1994, all’esordio del governo Berlusconi, quando Berlusconi civettava con la destra fascista. La Lega di Bossi non rinunciava a qualche esternazione antifascista e non rinunciò neppure a partecipare a quel corteo, tenuta prudentemente dalla polizia un po’ alla larga. Fu una giornata di pioggia battente, un autentico diluvio, e anche allora migliaia e migliaia di persone sfilarono da Porta Venezia a piazza del Duomo. La canzone fu “Bella ciao”. Ci si contò e ci si scoprì tanti, tantissimi. Come stavolta. Un sospiro di sollievo. Sconfitti sì, ma ancora forti, pronti a reagire, a rimettersi in cammino. Mi pare che anche questa volta sia andata così.